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Non solo per l'8 marzo

di

Veronica Galster
Tra l'8 marzo e il 17 ottobre, in tutto il mondo, avrà luogo la terza edizione della Marcia mondiale delle donne. In Svizzera, questa si terrà sabato 13 marzo a Berna.

In tutto il mondo, le donne si mobiliteranno, tra marzo e ottobre, per rivendicare la parità dei sessi. Parità che, per quanto riguarda la Svizzera, da ventinove anni è ancorata alla Costituzione federale e da quattordici nella Legge sulla parità dei sessi, ma che nella vita reale non è ancora la regola. Sono infatti sempre molti gli ostacoli da superare quotidianamente per arrivare ad un'effettiva uguaglianza tra i due sessi, e la donna si ritrova spesso a dover "correre di più".
Tra le rivendicazioni della Marcia mondiale, c'è la difesa del diritto per tutte le lavoratrici e i lavoratori di accedere alla sicurezza sociale e all'uguaglianza salariale, ma anche il diritto ad un salario minimo che permetta di vivere e non solo di sopravvivere. In particolare, l'associazione promuove l'autonomia economica delle donne, un concetto più ampio rispetto a quello di autonomia finanziaria, perché include l'accesso alla sicurezza sociale e ai servizi pubblici. Per arrivare ad un'autonomia economica, il salario non è l'unica cosa da prendere in considerazione, ma ci sono anche la formazione e l'educazione che entrano in gioco, così come l'accesso ai beni comuni e ai servizi pubblici.
Per le donne, uno degli ostacoli nel raggiungere l'indipendenza economica è la difficoltà a districarsi tra il tempo da dedicare al lavoro retribuito e quello da consacrare invece alla famiglia, ai figli e alla casa. Infatti, quasi ovunque nel mondo, sono le donne ad occuparsi di quello che viene definito "lavoro riproduttivo", cioè la cura dei bambini, della casa e dei membri della famiglia bisognosi di cure (anziani, malati, persone con handicap). Questo le porta spesso a doversi accontentare di lavori a tempo parziale o informali, che permettono una certa flessibilità, ma comportano una serie di svantaggi rispetto ad un impiego a tempo pieno. Svantaggi sul piano salariale, nella previdenza per la vecchiaia, in caso di malattia, nella pianificazione della vita privata (lavoro su chiamata), nel perfezionamento e nella carriera professionale.
Inoltre, nel 2008, è sato registrato un aumento del divario salariale tra uomini e donne (vedi area del 12 febbraio), come spiega Christina Werder, segretaria centrale dell'Unione sindacale svizzera (Uss): «dal 1996, le differenze salariali tra uomini e donne continuavano a diminuire, ma improvvisamente, nel 2008, hanno ricominciato ad aumentare. Secondo un inchiesta svizzera sulla struttura dei salari, infatti, in quell'anno le donne hanno guadagnato il 19,3 per cento in meno degli uomini, contro il 18,9 per cento del 2006». E questo nonostante la Legge esiga, da oramai quattordici anni, che ad un lavoro di egual valore corrisponda un salario uguale, senza discriminazione di sorta. Non bisogna quindi abbassare la guardia e pensare che la parità tra i sessi sia oramai cosa fatta. Ogni donna deve continuare, nel suo quotidiano, a lottare affinché i suoi diritti siano rispettati.


A volte non è una scelta

Per le donne, l'autonomia non è sempre una cosa scontata. A volte, qualcuna deve purtroppo prenderne atto in circostanze dolorose e faticare per riuscire a riconquistarla. È il caso di Jole che, a un anno dalla morte del marito, ha dovuto reagire e tornare nel mondo del lavoro dopo più di tredici anni che faceva la casalinga.

«Ho conosciuto mio marito che avevo 22 anni e dopo 10 anni abbiamo deciso di sposarci», racconta Jole ad area. «Lavoravo in gioielleria, e con la nascita del primo figlio ho avuto la possibilità di lavorare da casa: mi mandavano le collane da infilare e riuscivo a star dietro alle due cose. Quando, dopo un anno e mezzo, è arrivata anche la seconda, ho dovuto smettere. Con due bambini piccoli non era più possibile trovare il tempo per infilar collane, poi abitavamo in una casa con il giardino, che richiedeva anche quello un bel po'di lavoro». Jole decide quindi, in accordo con il marito, di restare a casa a crescere i figli e abbandonare il mondo del lavoro, mentre lui si sarebbe dedicato a tempo pieno al suo mestiere di omeopata. Le cose vanno avanti tranquille per tredici anni.
Ad un certo punto, Jole e suo marito decidono di cercare una casa dove ci sia lo spazio anche per lo studio medico di lui, in modo da non dover più pagare due affitti. L'idea era però quella che Jole avrebbe continuato a restare a casa ad occuparsi dei ragazzi ancora per qualche anno. Dopo il trasloco, suo marito comincia a stare poco bene e nel giro di tre mesi muore. «In quel momento è stato come se mi avessero tagliato le gambe – racconta Jole - improvvisamente mi sono trovata in un posto nel quale non sapevo più cosa ero lì a fare: tutti i progetti che stavano dietro a quella casa erano crollati, non avevano più senso di esistere». Jole si trova di colpo senza più un punto di riferimento: «L'ho conosciuto che ero giovanissima, sono praticamente cresciuta con lui. Dopo 22 anni nei quali abbiamo sempre fatto tutto assieme, non sapevo più chi ero io e se ero capace di fare le cose da sola».
Sconforto, dolore e rabbia s'impossessano di lei. Inizia un periodo di grande crisi nel quale l'unica ragione per alzarsi alla mattina sono i figli. «Ho passato un anno così, senza sapere cosa fare: se iniziare a lavorare o meno, quale lavoro avrei potuto fare». Jole ha una formazione come impiegata di commercio, ma già a suo tempo aveva abbandonato il lavoro in ufficio perché non faceva per lei, inoltre oggi soffre di fibromialgia, e non riuscirebbe a stare seduta alla scrivania tutto il giorno a causa dei dolori. Le gioiellerie nelle quali aveva lavorato prima di diventare mamma avevano nel frattempo chiuso, e la paura di non essere all'altezza di un mestiere, dopo tredici anni passati a casa, non era certo d'aiuto.
«Dopo un anno, principalmente per il bene dei miei figli, ho deciso che dovevo darmi una mossa, così mi sono iscritta alla disoccupazione, alla quale come vedova avevo diritto. I dubbi erano molti, ero preoccupata per i figli che sarebbero rimasti a casa da soli, mi chiedevo "chissà che lavoro mi proporranno", non è stato facile prendere questa decisione, ma sentivo che dovevo – racconta Jole - La collocatrice mi ha subito  proposto un piano occupazionale che mi ha veramente aiutato ad occupare la testa con altre cose, e anche a capire che sono capace e che ce la posso fare». Dopo il programma occupazionale, Jole ha subito trovato un lavoro. Cosa che ha permesso, a lei e ai suoi figli, una maggior serenità economica, perché solo con la vedovanza non è facile arrivare alla fine del mese. «I figli crescono, tra non molto finiranno la scuola dell'obbligo, e se dovessero decidere di studiare i costi sarebbero sicuramente maggiori, anche per questo era importante che io trovassi un lavoro».
Il tempo passa, anche se spesso il dolore riaffiora, Jole sta imparando a conviverci e ad avere il coraggio di fare le cose "da sola", anche per trasmettere sicurezza ai suoi figli, che adesso hanno solo lei come punto di riferimento. Ora si sente più forte e sicura di sé: «ho fatto fatica a riconquistare questa autonomia e adesso non voglio più perderla, non voglio più appoggiarmi a nessuno in quel modo», conclude.


Pubblicato

Venerdì 5 Marzo 2010

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