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Non solo pallone

di

Damiano Realini
Neppure per una panchina in lega nazionale lascerebbe lo Zimbabwe: sarà l’amore per un sogno tutto suo che si chiama scuola calcio, o sarà per il mal d’Africa. Eppure Marc Duvillard, ex allenatore del Fc Lugano, sulla via dei cinquanta, ha deciso che casa sua appartiene a quella repubblica stretta fra Mozambico, Zambia e Botswana. In Ticino per vacanza, gli abbiamo chiesto delle recenti elezioni «vinte» da Mugabe, della sua attività e, ovviamente, dei problemi «bianconeri». Robert Mugabe ha vinto, o avrebbe vinto, alle recenti elezioni nazionali. Il condizionale si impone visto che dagli osservatori internazionali e da Morgan Tsvangirai, leader del più grande partito d’opposizione, sono giunte accuse di brogli e abusi vari. Ebbene, alla luce di questi avvenimenti, che aria tira nella Repubblica dello Zimbabwe? Dal 1980, data che segnò l’indipendenza del paese, una vera opposizione non si era mai vista. Invece con Tsvangirai, proveniente dal movimento sindacale, la situazione è cambiata, e soprattutto negli ultimi due anni. Anni segnati da una crisi politico-economica scaturita anche dall’isolazionismo voluto da Mugabe su un piano internazionale. Non ha voluto collaborare per esempio con il Fondo monetario internazionale e con l’Europa. È in questo contesto che si è innestata una campagna politica sicuramente tesa, e specialmente nelle campagne, ma che tuttavia non ha mutato in maniera sostanziale la situazione. Personalmente, non ho percepito grandi tensioni nella capitale Harare, città di ormai oltre un milione di abitanti. In una sua dichiarazione rilasciata l’estate scorsa al giornale «L’impartial», sosteneva a piena voce di trovarsi magnificamente in Zimbabwe, a fianco di sua moglie ticinese e dei suoi due figli adottati, e che difficilmente se ne sarebbe andato. Lo ribadisce? Sicuramente! D’altronde posso usufruire di tutta una serie di agi. Ho una bella casa con giardino e piscina. Anche se tutto ciò non è mai stato lo scopo della mia vita. Inoltre il quartiere dove vivo, abitato per l’80 per cento da neri, mi piace molto. Insomma, si vive bene. E poi possiamo godere di molti contatti interessanti con membri di organizzazioni internazionali o diplomatiche. Gente anche di passaggio. Più difficile per contro farsi amicizie fra i neri. I rapporti per lo più si limitano al lavoro. Ogni tanto capita che anche con i miei colleghi africani discutiamo di politica, ma la confidenza, mio malgrado, è un’altra cosa. Questa è la realtà. Già, la realtà di un paese che ormai è la sua seconda casa. Ma come ci è approdato nel gennaio del ‘95? Tramite dei contatti con un bernese, già proprietario della squadra dello Zimbabwe, il Black Aces Football Club. Io ebbi questi contatti grazie ad un suo amico, un manager del Grasshopper. Nacque così l’idea di sviluppare la squadra per fornire dei giocatori al club zurighese. Il progetto però è naufragato per una serie di problemi. A questo punto entrarono in scena, prima un businessman africano e in un secondo tempo il Servette. Occorreva trovare dei soldi, sempre con lo stesso obbiettivo: scoprire talenti. Purtroppo il presidente del Servette morì e il club ginevrino passò nelle mani di Canal Plus, non intenzionato però a continuare il progetto. E così prese l’avvio la scuola calcio che lei gestisce. Sì, con lo scopo che è rimasto invariato: far maturare i giovani atleti in attesa di un trasferimento in alcune realtà calcistiche di alto livello. Penso all’Europa ma anche al Sud Africa, dove i trasferimenti hanno già raggiunto delle cifre considerevoli, comparabili, per esempio, a quelle del campionato svizzero. Nella mia scuola calcio d’altronde, ho dei giovani che, se volessi, potrei piazzare in Sud Africa con grande facilità. E come vengono poi impiegati i ricavati di questa attività? Beh, finiscono a finanziare la scuola calcio, verso la quale nutro una grande responsabilità. Ma una grande responsabilità sento soprattutto per i ragazzi che la frequentano. Qui, fra le altre cose, cerchiamo di insegnar loro, oltre agli aspetti tecnici, fisici e tattici, aspetti comportamentali. Sono bravi, talentuosi, ma è la mentalità giusta che manca loro. Vanno preparati a dovere, altrimenti rischiano di perdersi strada facendo. È quello che succede a molti giovani calciatori africani, ma anche slavi, che nell’illusione di inseguire notorietà e successo, finiscono nell’oblio e a volte nella disperazione della povertà. Non tutti cioè hanno la fortuna di finire nella sua scuola calcio. Troppo spesso vengono gabbati da loschi affaristi, che sulle loro spalle lucrano all’inverosimile. Questo è vero. Molti ragazzi non vengono protteti a dovere. Sono le aberrazioni di un sottobosco del calcio in cui parecchi procuratori pensano unicamente ai soldi facili. Se una transazione va in porto, allora tutto bene. Ma se non funziona, il giocatore viene abbandonato a se stesso. Questo discorso si fa particolarmente valido con i giocatori africani, provenienti da un ambiente sociale talmente differente che l’integrazione si fa difficile. Io sto cercando in Europa, specialmente in Olanda e Belgio, delle società calcistiche attrezzate per accogliere i giocatori in modo che possano terminare la formazione avviata in Zimbabwe. A Locarno per esempio, so che i ragazzi vengono sistemati nelle famiglie. Questo è rassicurante, perché significa che non finiscono in strada. Non rassicurante però è la situazione del Football Club Lugano, di cui lei è stato allenatore dall’‘85 al ‘91. Veniamo così al calcio svizzero. Avrà sicuramente saputo della morte del presidente Helios Jermini, dell’accusa avanzata da alcune rilevazioni giornalistiche relative alla presenza di doppi stipendi in nero forniti a certi calciatori professionisti e di oscure manovre finanziare in paradisi fiscali che hanno spinto la magistratura ad avviare un’inchiesta al riguardo. E allora, cosa sta succedendo? In una realtà calcistica come quella luganese, l’unica politica assennata dovrebbe puntare sul settore giovanile. Dovrebbe cioè produrre giocatori. E questo infatti avveniva. In seguito è mutato l’orientamento, e il Fcl ha puntato sugli stranieri, molti argentini. Occorrerebbe chiedersi il perché. E ora si parla di stipendi in nero, e così via. Ma con questo non si scopre niente di nuovo. Il Lugano non differisce dalle altre società calcistiche svizzere. Se si togliesse il coperchio al Losanna, al Servette o al Grasshoppers, così come è stato fatto a Lugano con la morte di Jermini, si vedrebbero né più né meno le stesse cose. Non c’è niente di nuovo. Il problema è sorto con il circolo vizioso dei procuratori. Un mondo attorno al quale gravitano ormai troppi soldi. I contratti, di conseguenza, sono venuti a costare troppo. Se si pensa che un giocatore dello Zurigo, e non un fuoriclasse, percepiva la cifra assurda di 750 mila franchi a stagione, ben si capisce dove si sia arrivati. E tutti questi soldi dove si vanno a prendere? Da qui la necessità di finanziamenti illeciti e di attività illegali? Non lo so! Certo è che prima di arrivare ad alcuni casi francesi, in affari, a quanto pare, con la mafia, bisognerebbe dire stop al sistema, fare pulizia e tornare indietro. È un po’ come per il doping. Non è sufficiente additare qualche ciclista per pensare di aver sistemato il marcio. Il fatto è che il calcio svizzero non ha i mezzi per navigare nelle acque che sta navigando. Sta percorrendo un vicolo cieco. Quello che ha percorso Jermini. E non è corretto dire che faceva tutto da solo. No, proprio non è corretto, è troppo facile!

Pubblicato

Venerdì 22 Marzo 2002

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