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Non solo notizie: intervista a Roberto Antonini

di

Damiano Realini
Fra, e sulle nuvole da settant’anni. La Rsi, Radio svizzera di lingua italiana, si emette ed emette onde radio, che poi son programmi, musiche, dibattiti, e quant’altro, dal 1932. Ed è subito celebrazione: televisiva, pubblicitaria, giornalistica. L’occasione però, in fondo ghiotta, è anche quella di decifrare, addentrandosi, nelle dinamiche dell’informazione, pubblica e radiofonica, nell’anno 2002, lasciando ai noti maghi dell’occulto l’incensamento del «rumore misterioso». Parola dunque, a Roberto Antonini, fresco responsabile (da otto mesi) dell’informazione Rsi e già inviato Usa per la radio. Un fenomeno esiste in quanto viene colto. L’assioma sembra particolarmente calzante con l’informazione. Ebbene, nel mondo, i fenomeni degni di essere colti, raccontati, sono moltissimi. Tuttavia spesso essi vengono ignorati, mettendone in dubbio addirittura l’esistenza. E allora qual è, per un giornalista, il criterio da seguire per scegliere la notizia giusta fra le tante? Qual è insomma il criterio da seguire per dire ciò che esiste e ciò che non esiste? È ovvio che ci sia un peso specifico a se stante nelle notizie, che è quello che deriva dalla nostra sensibilità per gli avvenimenti sia locali, sia nazionali, sia internazionali. Per quanto riguarda il settore dell’informazione della radio va enfatizzato l’aspetto di prossimità di una notizia. Prossimità? Non è un astratto concetto geografico. Con esso semmai cerchiamo di dare priorità a quelli avvenimenti che in un modo o nell’altro hanno un valore per il nostro pubblico di riferimento. Un esempio? Se negli Stati Uniti viene scoperto un medicamento efficace contro il cancro, è bene che i fruitori del nostro servizio ne vengano a conoscenza, in quanto la notizia, proveniente pur da oltre oceano, interessa anche la realtà regionale. Prossimità dunque come criterio di riferimento? Assolutamente sì, e vorrei che lo fosse sempre di più. Del resto nella moltitudine delle informazioni, il vero lavoro è quello di selezionare le notizie. Una selezione che per definizione ha un qualcosa di ideologico: scegliendo infatti, si esclude; e noi scegliamo, tenendo un occhio di riguardo, per il pubblico di riferimento. Lei ha adoperato l’espressione «moltitudine di informazioni». Ora, nell’era digitale (internet su tutti), l’informazione sembrerebbe godere di un’infinità di mezzi e di possibilità, il che lascerebbe presupporre ad un ovvio e conseguente suo miglioramento. Ma è davvero così? Non è piuttosto vero il contrario, e cioè che ad un’estensione dei canali comunicativi, corrisponda, un’omologazione e una banalizzazione delle notizie, sempre più, nella loro rapidità, superficialmente scarne e telegraficamente povere di approfondimento? In parte sì, è vero: la standardizzazione delle notizie e del flusso di informazioni, attraverso le grandi agenzie, è un fenomeno che esiste e che andrebbe evitato. Non va dimenticato tuttavia che la tecnologia ci permette di accedere oggi, come mai in passato, ad una notevole pluralità di informazioni. Il vero problema in realtà va ricercato non tanto nelle strutture di fondo, quanto nei ritmi di lavoro e nella velocità della massa delle notizie. Fattori questi che rendono difficoltose operazioni quali la verifica e la ricerca di notizie indipendenti dai grandi circuiti. Proprio in questi tempi, noi come Ssr, stiamo decidendo quali agenzie tenere e quali tagliare. Per esempio io apprezzo molto, fra le altre, la Reuter. Innanzitutto perché non è americana. Non che disistimi le agenzie americane, ma la Reuter, non appartenendo all’unica superpotenza mondiale, presenta una linea editoriale apprezzabile in quanto avulsa da ideologia di parte. Mi spiego. Durante il conflitto in Afghanistan ha evitato di chiamare terroristi tutti quelli che le agenzie americane invece, indistintamente, additavano come terroristi. È quindi anche una questione di etica. Qual è la vostra? Sotto l’apparenza di un paradosso ribadisco che possiamo essere oggettivi, ma non neutrali. Una considerazione etica deve passare sotto questa constatazione. Possiamo, e dobbiamo, prendere posizione contro la dittatura e la tortura, quando cioè viene infranto un nostro punto di riferimento che è la dichiarazione dei diritti umani. Il tutto però, sempre in nome dell’oggettività, che se proprio non è un criterio scientifico, per lo meno io lo considero come un orizzonte possibile cui ispirarsi. Per quanto riguarda l’informazione della radio, l’etica si basa sulla netta separazione tra notizia e commento e, a livello di quest’ultimo, sul pluralismo. Un pluralismo d’opinione che volgiamo integrare nei radiogiornali per mezzo di differenti ospiti. Il che, è ben intuibile, può suscitare, come è avvenuto, una serie di reazioni da chi non è abituato a sentire diversi punti di vista. Pluralismo, già, come obiettivo etico della sua conduzione a capo dell’informazione Rsi. Una bella sfida, non c’è dubbio, visto che nel passato dell’emittente non sempre veniva garantito. Anzi… Della precedente conduzione Rsi non so molto perché negli ultimi sei anni ho lavorato come corrispondente da Washington. Dico solo che il principio del pluralismo ha già attecchito, almeno dal 18 marzo, con un nuovo palinsesto, laddove ogni mattina un opinionista esterna le proprie idee. Ma pure al giornale radio delle 18 e 30 è garantito l’intervento di un ospite. Sistematica e quotidiana dunque la presenza di opinioni che devono sempre rispettare alcuni criteri, fra cui l’attendibilità e la competenza. Così avremo lo stratega americano dell’estrema destra come il militante palestinese, liberi di dire ciò che vogliono. Ma veniamo ora, in dettaglio, alla programmazione Rsi. Rispetto all’informazione della carta stampata, inondata, e spesso in dismisura, di cronaca regionale, la radio sembrerebbe puntare con più decisione sulle notizie degli esteri, e questo nonostante il fatto che il pubblico fruitore sia, in sostanza, il medesimo. Come si spiega questo scarto fra rotativa ed emittente? Sono due linguaggi diversi? Innanzitutto devo smentire la premessa della domanda. Nell’informazione radiofonica rientrano lo sport, i radiogiornali, i notiziari, e così via, che trattano argomenti molto vari. Non v’è una preponderanza degli esteri se consideriamo anche che fra i miei giornalisti v’è chi si occupa prevalentemente di cronaca regionale; la quale si estende per 25 minuti ogni giorno: uno spazio sconosciuto alla maggior parte delle radio europee. Comunque, dal 18 marzo, la nuova linea editoriale indica che la priorità assoluta va data ai fatti nazionali, o di valenza nazionale. Questa indicazione di massima, è ovvio, può venir disattesa quando l’importanza di una certa notizia estera si fa imprescindibile, assumendo il ruolo di protagonista in certe edizioni. Edizioni che vengono ripetute ogni ora, di giorno e di notte, per 365 giorni l’anno. Ma a cosa serve la reiterazione nell’informazione? È solo una questione di servizio o c’è dell’altro? Sostanzialmente è una questione di servizio. L’informazione contempla sì, nei miei auspici, dibattiti, confronti, ma non deve perdere di vista la sua missione: il giornalismo di servizio. E il giornalismo d’inchiesta? È un obiettivo questo, di non facile realizzazione, al quale tengo particolarmente, anche perché finora non è stato affrontato in modo ottimale. Forse per via dei condizionamenti dello Stato? Ce ne sono? In una radio pubblica il condizionamento è quello che viene dato dalla concessione, coincidente con la nostra prima linea editoriale, che parla di rispetto dell’oggettività, del pluralismo, della tolleranza e di certi valori. Se questo è il condizionamento, allora lo sottoscrivo. E se l’inchiesta tocca certe istituzioni statali? In primo luogo siamo giornalisti, poi funzionari. Non ci faremo problemi a mettere le mani nelle ortiche. Anche questa, è una questione di etica. La radio è pubblica, non statale. Come giudica la preparazione dei suoi giornalisti? È soddisfatto? All’informazione siamo quasi in ottanta, un numero ragguardevole, ma solo in apparenza. A titolo di paragone la Radio della Svizzera romanda si affida a 180 giornalisti dell’informazione, producendo più o meno lo stesso nostro volume informativo. Ebbene, dei nostri ottanta professionisti sono abbastanza soddisfatto, e in alcuni casi molto soddisfatto. Trovo che il clima di lavoro, incentivato dal confronto, sia ottimo. Negli ultimi mesi ogni seduta di redazione (tre al giorno) viene preceduta da un momento di critica, spiazzante per alcuni colleghi non abituati ad esprimersi sul nostro prodotto. Adesso è una realtà. Freud scrisse che il consenso e l’unanimità preannunciano la tranquillità del cimitero. Io aggiungo che il confronto è l’anima del giornalismo. Queste rivoluzioni, in fondo non così piccole da passare inosservate, hanno sollevato delle ostruzioni? Sì. Sarebbe ingenuo e disonesto sostenere che tutti sono d’accordo con dei cambiamenti che richiedono un impegno maggiore, a partire dai turni lavorativi. Penso per esempio, ai capi edizione che a volte coprono turni fino a dodici ore giornaliere. Di qui, comprensibilmente, sono sorte alcune resistenze, ma che vengono spianate dalla passione e dalle gratificazioni per la professione. Per chiudere una provocazione. Cosa risponde a chi sostiene che la radio è uno strumento ormai desueto? Negli Stati Uniti ascoltavo la radio via internet. Non è forse una felice unione con il mezzo più moderno? E poi, sempre in America, i miei figli e i loro amici, preferivano la radio alla televisione. Non male davvero.

Pubblicato

Venerdì 31 Maggio 2002

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