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L'editoriale

Non si vive per lavorare

di

Claudio Carrer

Si scrive “flessibilità” ma si legge “dare la propria vita al lavoro”, con tutte le conseguenze che questo comporta per la salute fisica e mentale, per le relazioni famigliari e sociali, per la qualità della propria esistenza insomma. È in questa logica che s’inseriscono tutti i tentativi di dilatare il tempo di lavoro e di ridurre quello di riposo in funzione di presunti bisogni dell’economia e di “modernizzazione” dell’organizzazione del lavoro. Ne sono un esempio concreto le rivendicazioni formulate recentemente dall’Unione svizzera arti e mestieri (Usam): un attacco frontale alle più elementari norme in materia di  tutela dei diritti e della salute delle lavoratrici e dei lavoratori.
Settimana lavorativa di 50 ore, annualizzazione dell’orario di lavoro e possibilità di ridurre il tempo di riposo minimo da 11 a 8 ore (che vuol dire finire di lavorare alle 23 e riprendere alle 7!), sono alcune delle richieste oscene dell’organizzazione mantello delle piccole e medie imprese svizzere, che indubbiamente spera di sfruttare il vento di destra che soffia sul Parlamento per svuotare di ogni contenuto una legislazione sul lavoro a suo dire “obsoleta”.
Una legislazione che, storicamente, è in realtà già tra più arretrate d’Europa in quanto a garanzie per i salariati: si pensi alla libertà di licenziamento, alla scarsa tutela dei diritti sindacali o alla stessa durata del lavoro (da primato europeo). Eppure l’Usam vede ancora spazi per un ulteriore “alleggerimento” della legge, per sopprimere «norme inutili sulla durata del lavoro» che non sarebbero compatibili con le attuali forme di lavoro rese possibili dalle nuove tecnologie.
È vero l’esatto contrario: l’imporsi di modelli come il cosiddetto “Home office” (il lavoro da casa) e la crescente difficoltà per i lavoratori a separare il lavoro dal tempo libero (si pensi ai doveri di raggiungibilità attraverso il telefono o la posta elettronica) richiedono nuove norme a tutela della salute e del rispetto delle esigenze sociali e famigliari dei salariati. Questo sarebbe una legge sul lavoro “moderna”! Imboccare la strada della flessibilità totale come vorrebbe l’Usam, significherebbe porre il lavoratore a completo servizio del padrone in funzione delle sue esigenze (ancora di più di quanto non lo sia già) e acuire il problema del tempo parziale involontario, cioè della sotto-occupazione, che in Svizzera tocca oggi più di 300.000 salariati. Insomma, lavoro (e salario) parziale ma disponibilità totale.
Anche per tener conto di quella grande fetta di lavoro non retribuito prestato nel quadro della custodia dei bambini, dell’assistenza a famigliari bisognosi di cure, del volontariato eccetera, si deve andare verso una riduzione dell’orario di lavoro senza tagli salariali, che in Svizzera è un tema quasi tabù e che le stesse organizzazioni sindacali dovrebbero rivendicare con maggiore convinzione.

Pubblicato

Giovedì 16 Novembre 2017

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