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Non si può negare l'amore

di

Gianfranco Helbling
Soltanto il pregiudizio, cioè un giudizio espresso a priori e senza conoscenza dei fatti, può portare a dire di no alla Legge sull’unione domestica registrata di coppie omosessuali in votazione il 5 giugno. Non a caso è proprio da ambienti religiosi e clericali che viene un’ampia fetta delle opposizioni: la religione si basa sulla fede, e la fede, per sua natura irrazionale, non tollera conoscenza in contrasto con lei. Un’altra grossa fetta di no viene invece dalla destra nazionalista che si è coagulata attorno all’Udc, un partito che ci ha da tempo abituato ad un discorso politico che schiva il dibattito sui temi per imporre slogan tanto roboanti quanto privi di contatto con la realtà. Il principale argomento avanzato dagli avversari delle unioni registrate è la difesa del matrimonio (che molti di loro ancora definiscono “vincolo sacro”). Ma se oggi il matrimonio è in crisi (e se davvero lo è più che un tempo), si ammetterà che la colpa non è degli omosessuali, ma di chi il matrimonio lo contrae, cioè i coniugi in una relazione eterosessuale. Allora sarà il caso di studiare soluzioni per il problema là dove il problema effettivamente si presenta: spostandolo per pura ideologia si negano soltanto le difficoltà della famiglia basata sull’unione di una coppia eterosessuale e si fa pure a lei un torto. Del resto fino agli anni ’70 in diversi cantoni svizzeri era proibito il concubinato sia omo- che eterosessuale, col pretesto che metteva in pericolo il matrimonio. Fortunatamente la società è evoluta, e chi allora era contro il concubinato oggi lo vanta addirittura come giusta alternativa per gli omosessuali. Tutto quel che chiedono le coppie omosessuali è di poter vivere pienamente la loro relazione affettiva con il partner. Chiedono di poter amare liberamente e di poter costruire un progetto di vita sulla base di questo amore. Certo, già oggi possono farlo, ma la Legge sull’unione domestica registrata faciliterebbe loro di molto le cose, togliendole dal limbo di un’assurda semiclandestinità ed eliminando parecchie discriminazioni: e allora con che argomento mai si può negare in una società aperta il diritto all’amore, alla felicità, ad una compiuta autodeterminazione? Tanto più che le coppie serene, se proprio si vuole monetizzare la quesitione, costano allo Stato assai meno che i single che conducono una vita tormentata. La società evolve e con essa gli stili di vita, e non può essere compito di uno Stato dettarne forma e contenuti. Esso deve semmai prenderne atto e riconoscerli. Questa evoluzione ci porterà nei prossimi anni a sempre più considerare l’affettività che lega due o più persone come un dato di fatto che lo Stato deve riconoscere. Il discorso si allargherà allora oltre le coppie sposate e le coppie concubine (oggi riconosciute in misura diversa) e i partner che vivono in unione registrata (se passa la votazione del 5 giugno): esso dovrà includere anche altre forme di convivenza basate sull’affettività, dai foyer per portatori di handicap fino (perché no) ai conventi. Ma questa è musica del futuro.

Pubblicato

Venerdì 27 Maggio 2005

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