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Non si può improvvisare

di

Gianfranco Helbling
L’assassinio di Ponte Capriasca, nel quale un cittadino tedesco di origine rumena ha ucciso per vendetta la moglie di una guardia di frontiera che lo aveva fermato al confine di Chiasso, ha nuovamente acceso gli animi sul tema della sicurezza e della lotta alla criminalità. Il copione è classico: sempre dopo i crimini più crudeli si riapre il dibattito, dapprima sui media, subito dopo fra i politici, su cosa si debba fare per contrastare quella che vien definita “emergenza criminalità” e su come si possa agire per ridare sicurezza ai cittadini. In questi casi la discussione è sempre carica di emozioni, e i partecipanti fanno a gara per dimostrare la loro fermezza nei confronti del crimine: gli slogan sono allora “tolleranza zero”, “sentenze esemplari”, “maggiori poteri alla polizia”, “esercito alle frontiere”, “pena di morte”, e così via. Il problema è che, quando ci si mette a proporre risposte al crimine sull’onda dell’emotività, sistematicamente si manca il bersaglio. La storia del diritto penale è piena di esempi. A cominciare proprio dalla reintroduzione della pena di morte negli Stati Uniti, che non ha affatto diminuito il numero di crimini violenti commessi, anzi. Perché il grande contributo del diritto penale al progresso della civiltà e la sua vera ragion d’essere è la sostituzione del meccanismo di vendetta ed espiazione (“occhio per occhio, dente per dente”) con un sistema ritualizzato di appianamento dei conflitti, basato su un equilibrio molto razionale fra gli interessi di tutte le parti in gioco per giungere ad una loro progressiva riappacificazione. Un sistema delicato, che crolla quando alla razionalità si sostituisce l’emozione. E quando su di esso si interviene con misure improvvisate. Il compito della politica è quindi di riconoscere i problemi reali in tema di sicurezza, senza lasciarsi influenzare da sondaggi più o meno scientifici (e che indicano al massimo la percezione che hanno i cittadini della loro sicurezza), e di elaborare per questi problemi delle soluzioni razionali, che non alterino l’equilibrio del sistema penale (sostanziale e procedurale) ma anzi lo rafforzino. La responsabilità dei politici è quindi grande, e delicato è il loro compito: non devono illudere i cittadini che le soluzioni siano semplici e immediate, resistendo alla tentazione di cavalcare l’onda dell’emotività per contribuire invece a trovare soluzioni concrete, frutto di una conoscenza approfondita dei problemi. Lo spettacolo che dà di sé in questi frangenti la classe politica è invece, con le dovute eccezioni, quasi sempre desolante. Lasciamo perdere l’Udc, che ha capito di aver bisogno di un (presunto o reale) elevato tasso di criminalità, in particolare fra la popolazione straniera, per continuare a raccattare voti con le sue “soluzioni” autoritarie: al punto da essere sistematicamente contro i corsi d’integrazione per cittadini stranieri, ovunque siano proposti. Il partito di Blocher su questo argomento dovrebbe ormai aver perso tutta la sua credibilità: e invece, soprattutto in materia d’asilo (ormai considerato un tema di ordine pubblico), il Consiglio federale lo rincorre sistematicamente, con soluzioni semplicistiche. È la cronaca degli ultimi dieci anni. Ma anche fuori dall’Udc la semplificazione e il ricorso all’emozione, per essere più vicini al sentire della gente, si diffondono in maniera preoccupante. Così, per esempio, il presidente del Ppd ticinese Fabio Bacchetta Cattori dice in televisione che, se solo il tre per cento delle domande d’asilo viene accettato, significa che il 97 per cento è abusivo. Ma non dice che se migliaia di rifugiati non ottengono l’asilo, ricevono comunque la necessaria protezione dalla Svizzera o per mezzo dell’ammissione provvisoria (fu il caso dei profughi dai Balcani), oppure per mezzo di procedure tenute in sospeso in attesa che la situazione nel rispettivo Paese si chiarisca e sia possibile un tranquillo ritorno a casa (è il caso degli iracheni). In tutti questi casi la domanda d’asilo viene alla fine respinta: ma certamente non era abusiva. Cambiando esempio, sconcerta che sempre in televisione all’indomani dell’assassinio di Ponte Capriasca l’ex consigliere di Stato ticinese Alex Pedrazzini abbia disinvoltamente giocato con le emozioni e, alla domanda sul “che fare”, abbia evocato, seppure in maniera sfumata, anche la pena di morte: detto da chi è stato direttore di un carcere e di un Dipartimento di giustizia è grave. In realtà, dal 1990 ad oggi il tasso di criminalità è rimasto sostanzialmente invariato. Fondare l’odierno dibattito sulla criminalità su un suo presunto aumento significa dunque dargli basi irrazionali in quanto false. A maggior ragione se a sostegno delle proprie proposte di politica penale si ricorre al (reale o presunto) sentimento d’insicurezza diffuso nella popolazione. Ed è proprio quello che fa la destra, sia svizzera che ticinese: essa sbandiera ai quattro venti il presunto aumento della criminalità per poi fornire ai propri elettori risposte semplici e sbagliate, andando a colpire quasi esclusivamente gli stranieri che, si sa, non votano. Ma tacendo però una banale verità: che una strategia repressiva di lotta alla criminalità comporta una restrizione delle libertà individuali e delle garanzie procedurali per tutti, e non solo per i criminali o per gli stranieri. In questo modo i primi ad essere ingannati dai politici della nuova destra sono proprio i loro elettori. Il peggior servizio che si possa rendere alla giustizia e alle vittime della criminalità è strumentalizzarne il dolore per profilarsi sul piano politico. A volte tacere, specie in mancanza di risposte pertinenti e di soluzioni adeguate, è meglio. Serve a non creare ulteriori paure, quasi sempre ingiustificate, e a non improvvisare soluzioni che con ogni probabilità finiscono con colpire più gli innocenti che i colpevoli. Se dibattito ci dev’essere, deve svolgersi sul piano della razionalità, conoscendo sia i problemi che il sistema giuridico e giudiziario nel suo funzionamento reale. Ed è sul piano della razionalità la sinistra può e deve far sentire meglio la sua voce.

Pubblicato

Venerdì 10 Gennaio 2003

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