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Non perdere l'occasione

di

Werner Carobbio
Questo fine settimana saremo chiamati a pronunciarci sull’iniziativa sindacale per la riduzione del tempo di lavoro. Un’iniziativa che tiene conto al tempo stesso della più che giusta e giustificata rivendicazione delle lavoratrici e dei lavoratori di poter lavorare meno – siamo, in Europa, uno dei paesi dopo l’Inghilterra che ha la durata media della settimana lavorativa più lunga – e dei cambiamenti in atto nei modi di lavorare, delle diversità di situazione nei vari settori produttivi e degli interessi dell’economia. Propone infatti, di fissare per via legislativa condizioni quadro generali: 1872 ore annuali al massimo invece delle attuali oltre 2000 ore, 100 ore al massimo di ore straordinarie ammissibili invece delle attuali 170, durata massima della settimana di lavoro per tutte le categorie di 48 ore invece delle attuali 50/66. Obiettivo una settimana lavorativa di 36 ore in media. L’attuazione pratica delle proposte oltre che alla legge d’applicazione è demandata alle trattative fra le parti sociali. Contro la proposta è stata scatenata dai partiti borghesi e dal padronato una campagna fatta di travisamenti del contenuto della proposta. L’iniziativa, si è detto, è troppo rigida – vuole le 36 ore per legge – propone norme vincolanti che penalizzeranno l’economia, le piccole e medie aziende in particolare, metterà in pericolo la piazza economica. Insomma ci porterà al disastro economico. E ancora la riduzione del tempo di lavoro non va fatta per vie legali, ma attraverso le trattative fra le parti sociali, settore per settore, azienda per azienda. Da sinistra e all’interno dello stesso movimento sindacale è venuta, purtroppo, un’opposizione motivata con la tesi di essere una proposta che concede troppo al padronato, annualizzando la durata del lavoro. Critiche e argomenti che non reggono all’esame dei fatti. Intanto l’iniziativa prevede un periodo di attuazione di ben 8 anni. Un tempo più che sufficiente per permettere ai vari settori di adattarsi. Lascia alle parti sociali le modalità di attuazione. Tiene conto delle esigenze di una certa flessibilità imposta dai nuovi modi di lavorare. Fissando delle condizioni quadro generali per vie legali non si pone in contraddizione con le trattative sui posti di lavoro. Caso mai le favorisce. In realtà borghesi e ambienti padronali sono per scelta ideologica contrari a normative legali che prevedano la riduzione del tempo di lavoro e mirano a spaventare e ricattare con lo spauracchio delle conseguenze disastrose per l’economia. Lo stesso argomento usato in Francia contro l’introduzione legale delle 35 ore dove non è successo niente di quanto paventato. Anzi. Approvando l’iniziativa sindacale, invece, si fissano condizioni quadro per una migliore distribuzione del lavoro remunerato tenendo finalmente maggior conto delle donne, si fanno partecipare i lavoratori e le lavoratrici ai guadagni dovuti alla maggior produttività, si migliora la protezione della salute di chi lavora contro le conseguenze dello stress dovuto all’accentuazione dei ritmi di lavoro, si proteggono meglio le forme di lavoro a tempo parziale, per chiamata e precarie, si mantengono posti di lavoro. Il tutto con una misura perfettamente sopportabile dall’economia. E soprattutto si migliorano le condizioni di vita di tutti, tanto più che in Svizzera per ridurre per via contrattuale di mezz’ora la durata del lavoro ci sono voluti dieci anni. Insomma un’occasione da non perdere deponendo un chiaro e deciso SÌ nell’urna.

Pubblicato

Venerdì 1 Marzo 2002

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