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Non oggi

di

Giuseppe Dunghi
In agosto, quando l’isoterma di zero gradi si alza sopra i quattromila metri, è il momento adatto per le escursioni sui ghiacciai alpini. Stando in un punto lontano dallo scrosciare dell’acqua di fusione, si può udire ogni tanto il rumore delle pietre instabili che rotolano nei crepacci o il franare della ghiaia ai lati. A poco a poco si percepisce di trovarsi non in un paesaggio immobilizzato nel ghiaccio, ma alla presenza di qualcosa che scorre, né più né meno di un fiume, con la differenza che il movimento è lento ed è misurabile non in giorni e anni, ma in millenni. La durata della nostra vita è troppo breve per poter afferrare pienamente un fenomeno dai tempi così lunghi. Solo uno sforzo intellettuale e di immaginazione permette di comprendere il ritmo del ghiacciaio. «La rivoluzione la faremo un giorno, ma non oggi» avrebbe telefonato rassicurante, la sera del 14 luglio 1948, il vicesegretario della Cgil al capo del governo italiano. Nella mattinata era stato ferito gravemente con alcuni colpi di pistola sparati da uno studente di destra il segretario del Pci, Togliatti. Gli operai di Genova, Torino, Milano, Piombino, Abbadia San Salvatore avevano occupato le fabbriche e in tutto il paese era stato proclamato spontaneamente lo sciopero generale. Ma i dirigenti del partito e del sindacato intervennero per frenare il movimento, e nelle giornate seguenti gli scioperi cessarono. Quella generazione di operai è morta senza vedere il giorno della rivoluzione. La generazione successiva ha ormai i capelli bianchi e quel giorno non solo non è arrivato, ma è scomparso dall’orizzonte concettuale. Potremmo raccontarci una storiella ambientata nel campo dell’edilizia. Si sta costruendo una casa. Tutto procede bene, è già stata gettata la prima soletta e si stanno armando i pilastri per la seconda. Il committente fa una visita sul cantiere e nota che manca la scala tra il pianterreno e il primo piano. Si rivolge al responsabile e gli domanda la ragione del ritardo. Questi si scusa: «Ecco, vede, collegare il pianterreno con il primo piano non è semplice. È un’operazione piena di incognite, e poi le persone non sono abituate a questi passaggi repentini, potrebbero subire uno choc salendo improvvisamente al primo piano». «Basta con le chiacchiere – lo interrompe il committente – quando intendete costruirla?». «Verrà realizzata gradualmente, un poco per volta, nel rispetto della libertà di ogni futuro utilizzatore. La scala dovrebbe essere accettata prima di tutto nella coscienza dei singoli, non può essere imposta con la forza», risponde il capocantiere-filosofo. Abbiamo affidato l’economia, la politica, il futuro a gente simile. La nostra rivoluzione è diventata un argomento di dileggio, mentre altri progetti rivoluzionari ma di segno opposto vengono realizzati sotto i nostri occhi. Sembra una grande conquista riuscire a conservare l’esistente. Nonostante tutto, grazie, Partito socialista, per averci fatto comprendere che è puerile volere tutto e subito, e indirettamente insegnato a guardare alla società non con il metro angusto del contingente, ma con il respiro grandioso delle ere geologiche.

Pubblicato

Venerdì 3 Settembre 2004

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