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Non lasciamoci incantare dai giapponesi

di

Tita Carloni
Prima di tutto buon anno dal vostro rubrichista (o rubricante?) in materia di territorio, architettura e affini: continuerò anche nel 2004 il mio lavoro. Un editore di Salisburgo ha pubblicato recentemente un libro dal titolo “Mini Häuser Japan” (case minime in Giappone). Vi sono illustrate case unifamiliari, ricavate in minuscoli scorpori di terreno, di forma generalmente irregolare, all’interno del fitto tessuto metropolitano di Tokyo (oggi circa 20 milioni di abitanti). A Tokyo non esistono più vuoti e i palazzi, i ponti, le strade ricoprono l’intero gigantesco agglomerato. Nel libro citato è descritta tra l’altro una casa tirata su nell’interstizio esistente tra due edifici, largo a malapena tre metri e lungo circa dieci: due pareti di cemento armato sostengono una sorta di volta fatta con una membrana di materiale tessile lattiginoso che lascia passare la luce dalla sola parte dove è possibile, cioè dall’alto. Dentro tre piani collegati da esigue scalette offrono uno spazio di abitazione superconcentrato allo yuppie di turno che, si racconta, la sera toglie camicia e cravatta, per indossare il chimono e trascorrere la serata con la moglie-geisha, riproducendo, in piccolo, riti ed atmosfere dell’antica tradizione. Va detto che le case minime ricavate negli spazi residuali di Tokyo sono generalmente disegnate da bravi architetti quarantenni, che sanno districarsi con intelligenza nell’estrema scarsità di spazio. Altra storiella. Ricordo di aver visto anni fa su una rivista, quando viaggiavo molto in treno attraverso la Svizzera, la rappresentazione di certi casellari situati in aeroporti e stazioni giapponesi che assomigliavano un po’ più in grande ai nostri bagagliai. Solo che gli sportelli non erano di lamiera ma di vetro e dentro non c’erano valige ma viaggiatori che vi trovavano giusto lo spazio per coricarsi e per passare la notte, con accanto anche un minuscolo televisore e una sorta di lampadina sufficiente per leggere un giornale o i rapporti aziendali per il giorno dopo. Confesso di non anelare a simili modelli spaziali. Temo però che alla lunga, se non cambierà qualcosa, rischieremo di finire tutti entro analoghe limitazioni. Ma cosa dovrebbe cambiare? Per esempio la crescita inarrestabile delle popolazioni. Se ne era già accorto Thomas Robert Malthus nel 1798, quando nel suo “Saggio sul principio della popolazione” affermava che «la tendenza costante che si manifesta in tutti gli esseri viventi (e specialmente nell’uomo) è quella di accrescere la propria specie più di quanto sia la quantità di nutrimento (e si potrebbe dire anche di spazio) a loro disposizione». Da qui il pericolo di sovrappopolazione del globo. Malthus preconizzava in modo energico la limitazione delle nascite mediante l’esercizio della castità ed il rinvio al più tardi possibile dell’età del matrimonio. Va detto naturalmente che Malthus era un pastore ed economista inglese, vissuto tra il 1766 e il 1834 ed i suoi metodi erano perfettamente aderenti allo spirito del tempo. Ma oggi? Comincerei comunque col non lasciarmi incantare dai giapponesi.

Pubblicato

Venerdì 9 Gennaio 2004

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