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Non in nome nostro: gli Usa riscoprono Ghandi, Mandela e Martin Luther King

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Non è facile parlare di pace in questi giorni in America. Stampa, radio e televisione hanno gli occhi puntati su Kabul, sulle portaerei, sui missili che partono per distruggere obiettivi militari, ma che inevitabilmente provocano anche morti innocenti. Eppure negli Stati Uniti, dove i sondaggi dicono che l’85-90 % della popolazione appoggia la decisione di Bush di colpire obiettivi in Afghanistan, i pacifisti cominciano a guadagnare terreno e ad ottenere più spazio nella stampa. Lo devono prima di tutto al successo delle loro manifestazioni. Alla fine di settembre migliaia di persone si sono radunate a Washington. Lo scorso fine settimana a New York e in California altre migliaia di giovani e meno giovani sono scesi lungo le strade affollate delle metropoli americane per chiedere pace, proprio mentre le prime bombe cominciavano a cadere su Kabul e in altre località dell’Afghanistan. Un movimento eterogeneo Anche in America questo è un movimento eterogeneo. Cresce in modo nuovo. La gente molto spesso si conosce e discute via internet, dando vita a dibattiti virtuali dove si incontrano donne per la pace, veterani per la pace, giovani anti-globalizzazione, antimilitaristi di sempre, terzomondisti, esponenti religiosi e reduci del Vietnam. Anche la mobilitazione funziona via e-mail. La guerra – affermano all'unisono – non è la risposta da dare in questo momento, perché la forza rischia di generare altra forza. La politica dell’occhio per occhio alla fine rende tutti ciechi, diceva un tempo Ghandi, un pacifista che i giovani cominciano a riscoprire, come riscoprono la forza di Nelson Mandela o di Martin Luther King. Solo a New York il movimento pacifista conta oltre cento organizzazioni. Molte sono nate solo nelle ultime settimane. Si trovano riunite sotto lo slogan «New York – Not in Our Name» (Non in nome nostro). Tra di loro vi sono anche parenti delle vittime delle torri gemelle che non vogliono aggiungere altra sofferenza a quella che stanno provando. La famiglia Rodriguez ha fatto sentire la sua voce inviando una lettera al presidente George W. Bush. «La sua risposta agli attacchi non ci fa sentire meglio, ci fa sentire peggio. Ci dà l’impressione che il governo usi la memoria di nostro figlio come giustificazione per provocare sofferenze ad altri figli e ad altri genitori in altri paesi» affermano invitando a cercare soluzioni nel dialogo. Anche i «veterani per la pace» hanno scritto a Bush. La lettera che Greg Ness, un ex sergente dei Marine, gli ha inviato il 13 settembre scorso è stata pubblicata questa settimana in una pagina a pagamento nel New York Times. Bush viene invitato ad agire con prudenza per non colpire ancora una volta vittime innocenti, ma anche ad ascoltare gli altri anche se «raccontano storie che non vogliamo sentire». La tolleranza è un tema ricorrente delle manifestazioni dove cattolici, musulmani ed ebrei si ritrovano a pregare insieme per la pace. Anche in California il movimento pacifista può contare su una lunga tradizione e su molti sostenitori. A San Francisco, Berkeley o Oakland è normale incontrare qualcuno contrario all’intervento militare. Certo non sono i movimenti del ’68, ma in molti campus universitari giovani studenti stanno scoprendo la voglia di discutere, di conoscere e di capire. Gli insegnanti che alcuni decenni fa scendevano in piazza contro la guerra del Vietnam, adesso si ritrovano a discutere di pace con allievi cresciuti all’ombra del consumismo, che vagamente ricordano la guerra del Golfo. Le cose non cambiano se si va in un campus a Portland e a Boston, a Chicago e in Florida. Nuovi pericoli È un movimento nuovo, come nuovi sono i pericoli che i giovani americani oggi devono affrontare. Gli attacchi dell’11 di settembre hanno dimostrato che ormai tutto è possibile, compreso un attacco batteriologico. I due casi di carbonchio registrati in Florida hanno messo ancora un volta in risalto l’impreparazione delle autorità. L’America, che fino a ieri si credeva la prima della classe, adesso si scopre vulnerabile. Corre ai ripari come può. I controlli agli aeroporti sono diventati più severi. I cestini stanno silenziosamente sparendo dalle metropolitane. L’americano medio constata che la crisi economica è ogni giorno più profonda. I licenziamenti sono tanti. Solo le compagnie aeree hanno tagliato o stanno tagliando 140 mila posti di lavoro. Molti giovani si rendono conto più che mai che la loro economia è legata a filo diretto con il Medio Oriente e non solo per via del petrolio. Si chiedono se la via delle armi sia la sola in grado di porre rimedio alla situazione. Si chiedono quali errori sono stati commessi e come si possa porvi rimedio. Sono domande che molti si pongono in questi giorni di incertezza mentre le bandiere continuano a sventolare sui giardini delle case o sulle antenne delle automobili. I pacifisti stanno portando avanti un difficile lavoro di sensibilizzazione e di informazione. Dopo le manifestazioni di domenica e lunedì hanno fissato un nuovo giorno di mobilitazione contro la guerra e il razzismo. L’appuntamento è fissato per il 27 di ottobre.

Pubblicato

Venerdì 12 Ottobre 2001

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