< Ritorna

Stampa

 
Affari nostri

Non fidarsi dei social media è meglio

di

Serena Tinari

E venne il giorno della resa dei conti. Inutile nascondersi dietro a un dito. Sappiamo tutti e tutte, che consegnare i nostri dati ai social media porta con sé rischi considerevoli. C’è che usiamo strumenti digitali gratuiti, ma sono gratis perché in cambio mettiamo a disposizione la nostra identità. Cosa mi piace, cosa comprerei, informazioni che valgono denari per aziende i cui bilanci fioriscono in virtù di indirizzari ripartiti per categorie. Vale per Facebook, per Twitter e anche per WhatsApp. Sono infatti ditte, mica per beneficenza ci fanno usare il loro prodotto. Nell’annus horribilis 2020, i nodi sono venuti al pettine. Così la più popolare piattaforma per la messaggistica, quel WhatsApp che anche le nonne utilizzano, ha annunciato che presto saranno pochi i limiti alla condivisione dei nostri dati con la casa madre Facebook. Da anni mi interesso alla sicurezza informatica e pertanto non ho un profilo sul più celebre fra i social network.

 

Eppure, anch’io “tengo famiglia” e proprio su WhatsApp i miei cugini amano comunicare e dunque, obtorto collo, la uso. L’annuncio è stato seguito da un crollo in borsa, che ha portato il colosso a rimandare la novità. Sperando forse che passi la buriana? Per certo, nei giorni scorsi ho visto apparire in Signal, l’applicazione più sicura al momento per lo scambio di messaggi, tante persone contenute nel mio indirizzario. Giornalisti sì, ma anche la mia parrucchiera, una lontana parente in Italia, l’amico che vive all’estero. C’è chi dice ma no, anche WhatsApp usa la crittazione.

 

Non sono una specialista, solo un’appassionata, ma mi sento di dire: mai credere a cosa racconta un gigante come Facebook. E se è vero che la crittazione “end-to-end” fa sì che nessuno possa leggere il contenuto delle chat, mi basta sapere che i meta-dati, quindi la durata delle conversazioni, da dove mi connetto, con chi parlo, siano messi a disposizione dei partner di faccialibro, come lo chiamano in Italia. E poi il problema della possibilità che un giorno un’autorità di polizia o giudiziaria richieda di accedere ai miei dati. Per certo, un privato li consegnerà senza battere ciglio, e per questo la migliore pratica resta non scrivere mai cosa non puoi rischiare che venga condiviso con chiunque altro che non sia tu, o la persona con cui stai comunicando.

 

Infine, un altro evento dalle conseguenze incalcolabili ci ha travolto alla fine del 2020. Twitter, che ha contribuito enormemente a dare una voce a Trump, all’improvviso ha deciso di togliergliela. Ha cancellato il suo account, insieme a quelli di un numero enorme di suoi supporter. I cori di giubilo mi hanno lasciata basita, soprattutto quelli dei cosiddetti progressisti. L’elefante nella stanza, che a quanto pare non si vuole vedere, si chiama censura. E strapotere delle grandi aziende, che arriva a dare scacco matto al presidente degli Stati Uniti.

 

Non mi basta detestare Trump, per giubilare. Anzi, mi torna in mente una frase attribuita a Voltaire, che è invece di una donna, Evelyn Beatrice Hall, saggista che pubblicava sotto le mentite e maschili spoglie di Stephen G. Tallentyre: “Combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino alla morte perché tu possa esprimerla liberamente”. E ci sta anche una poesia da tenere a mente: “Prima vennero per i comunisti e io non alzai la voce, perché non ero comunista. Poi vennero per i socialdemocratici e non alzai la voce, perché non ero socialdemocratico. Poi vennero per i sindacalisti e io non alzai la voce, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per gli ebrei e non alzai la voce, perché non ero un ebreo. Quando vennero a prendermi, non era rimasto nessuno ad alzare la voce”.

Pubblicato

Giovedì 21 Gennaio 2021

Leggi altri articoli di

Rubrica

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 18 Novembre 2021