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L'intervista

«Non è con le ricette padronali che si rilanciano economia e consumi»

Per l’economista Sergio Rossi va ridotto il tempo di lavoro a parità di salario

di

Francesco Bonsaver

Superata, si spera, la fase critica dell’emergenza sanitaria, l’argomento principe è la ripartenza economica. Dobbiamo andare a tutta velocità, superando ogni limite, per recuperare quanto perso, come sostiene il padronato? O dovremmo ripartire su basi differenti, orientate alla ridistribuzione della ricchezza e del lavoro, la cui tesi è sostenuta dall’economista Sergio Rossi? 

 

La questione non è filosofica, poiché da queste scelte dipenderanno le ripercussioni materiali nella nostra vita quotidiana e nella relazione con l’ambiente. Seppur volutamente ignorato, lo storico confronto tra capitale e lavoro non è mai venuto meno. È stata proprio la messa a nudo delle fragilità del sistema all’insorgere della malattia infettiva, a far riscoprire l’essenzialità del lavoro e dei suoi attori nella vita collettiva. È nel momento di estrema difficoltà che abbiamo riesumato il valore del lavoro del personale di cura, delle cassiere, dei contadini, degli operai, dei postini e delle innumerevoli professioni esistenti. Senza l’attività umana del lavoro materiale e immateriale, il capitale non sarebbe nulla. Assodato questo punto, il passo successivo è dimostrare nella pratica il dovuto rispetto al lavoro e ai suoi protagonisti. 

Lavorare meno per lavorare tutti, il versamento di un reddito di base incondizionato e una politica pubblica che indirizzi verso le attività economiche favorevoli all’ambiente e al bene comune, non solo hanno delle funzionalità macroeconomiche (come spiegato nell’intervista che segue da Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo), ma sono una risposta alla domanda su come si debba ripartire e verso quale società si voglia andare.  

In antitesi, la ripartenza vista dal punto di vista padronale (si veda l’infografica), che suggerisce invece di accentuare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e l’ambiente, per recuperare rapidamente quanto perso per tornare alla normalità prepandemica.

 

Professor Rossi, parliamo di un’idea considerata utopica, benché rivendicata da anni dal movimento operaio e non solo: la riduzione dell’orario di lavoro per lavorare tutti. L’esatto contrario di quanto proposto dall’associazione che rappresenta le piccole e medie imprese (Usam) nella sua ricetta “Ripresa intelligente”. Può spiegarci perché non vi sia nulla d’intelligente nella ricetta padronale e perché dovrebbe esserlo la riduzione del tempo di lavoro?

Le proposte dell’Usam rappresentano l’ideologia dominante sul piano economico, che è volta a massimizzare i profitti delle imprese riducendo i costi di produzione, tra i quali il costo del lavoro è generalmente preponderante. Si tratta di una visione errata in quanto presume che l’offerta crei sempre una domanda equivalente nel mercato dei prodotti. In realtà, come ben spiegava Keynes, è la domanda attesa dagli imprenditori che induce le aziende a produrre ciò che si aspettano di vendere nel mercato dei beni e dei servizi. Se dunque si frena l’aumento degli stipendi, versando dei salari che spesso non permettono di condurre una vita dignitosa e che non corrispondono alla produttività del lavoro, ci saranno minori consumi e le imprese saranno portate a diminuire la produzione in un circolo vizioso che spinge sia i salari sia i profitti verso il basso, generando perciò anche meno risorse fiscali e un aumento della spesa sociale. L’aumento dell’orario di lavoro, invece, rappresenta un problema perché, da un lato, affatica maggiormente le lavoratrici e i lavoratori, mentre dall’altro lato riduce il livello di occupazione generando perciò un maggior numero di persone disoccupate. Il risultato è quindi un aumento dei casi di “burn out” della forza-lavoro, che è anche all’origine di numerosi problemi familiari, come le separazioni e il mancato accudimento dei figli. Ridurre il tempo di lavoro, al contrario, comporta solo dei vantaggi, se non si riduce però parallelamente lo stipendio. Il numero di persone che lavorano può dunque aumentare fino al pieno impiego e la forza-lavoro è più motivata in quanto ha maggior tempo da dedicare al riposo e agli impegni familiari, oltre a poter svolgere una formazione continua di cui beneficia in fin dei conti anche il datore di lavoro. Visto che la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori sono retribuiti meno di quanto spetterebbe loro in base alla produttività del lavoro, è possibile lavorare meno per far lavorare tutti senza ridurre i salari delle persone poco o mediamente qualificate. Si creano così le condizioni per una crescita economica duratura, sostenuta dai consumi a vantaggio della coesione sociale.

 

Nella società si fa strada, lentamente, l’idea di un reddito di base incondizionato aggiuntivo. L’economista Christian Marazzi ne ha propugnato l’introduzione quale via d’uscita collettiva dalla crisi economica. Dalle colonne de laRegione, lei ha proposto di versare a ogni persona con un reddito annuo disponibile inferiore ai 50mila franchi, un importo mensile di 1.000 franchi da spendere nell’economia nazionale entro 60 giorni (per evitare che venga annullato). Qual è il senso di questa proposta? E perché il concetto di reddito di base dovrebbe uscire dall’utopia e diventare una proposta realistica?

Il senso di questa mia proposta, che trae origine dall’idea di versare un reddito di base incondizionato, è quello di iniziare a versare un reddito di emergenza alle persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese con quanto guadagnano. I ricchi potranno anch’essi ricevere un reddito di base incondizionato, ma soltanto a completamento di questa riforma radicale delle politiche sociali. La mia proposta è di versare già subito 1.000 franchi a complemento degli stipendi insufficienti per condurre una vita dignitosa, a maggior ragione per le persone che devono far capo all’assistenza sociale. Suggerisco di apporre una “data di scadenza” a questa somma, per incentivare chi la riceverà a fare la spesa nell’economia locale entro 60 giorni dalla ricezione, viste le evidenti difficoltà del commercio al dettaglio, della ristorazione, dei servizi di cura personale, delle attività culturali e sportive a seguito della chiusura forzata decisa dalle autorità politiche per far fronte alla pandemia del nuovo coronavirus.

 

Lei ha recentemente espresso l’opinione che la Confederazione abbia sbagliato mira con le misure anticrisi, focalizzandosi sull’offerta (le imprese) invece della domanda dei consumi, dettata dal reddito dei cittadini. Ma l’idea di una società fondata sul consumismo infinito non è ormai un concetto superato, “vecchio”, visto che oggi ci si è resi conto che il mondo, la natura, non sono infiniti?

La mia proposta non è ispirata al consumismo, ma dettata dalla necessità di far ripartire il sistema economico. Questa ripartenza, che non può avvenire senza un sostegno dello Stato alla domanda nel mercato dei prodotti, deve essere accompagnata da una serie di leggi e incentivi a favore di un consumo sostenibile nel tempo e nello spazio. Occorre che lo Stato indirizzi i consumi, come la produzione, verso le attività economiche che sono favorevoli all’ambiente. Sarà perciò necessario distinguere, sul piano concettuale come pure nelle scelte di politica economica, tra la crescita quantitativa del prodotto interno lordo e lo sviluppo qualitativo del sistema economico. La crescita economica dagli anni 1980 in poi è stata orientata a soddisfare l’avidità delle classi benestanti e delle istituzioni finanziarie, invece di soddisfare i bisogni della popolazione tenendo presente che “i lavoratori spendono nel mercato dei prodotti ciò che guadagnano nel mercato del lavoro, mentre le imprese guadagnano nel mercato dei prodotti ciò che spendono nel mercato del lavoro” – come ben spiegava Michał Kalecki negli anni Cinquanta del secolo scorso. Focalizzandosi sugli aiuti alle imprese, le misure della Confederazione per contrastare la crisi economica scaturita dalla pandemia sono sbagliate, perché le imprese non chiederanno dei crediti bancari, anche se saranno garantiti dallo Stato, quando non pensano di riuscire poi a vendere i loro prodotti a causa di una domanda insufficiente nel mercato dei beni e servizi. Ciò sarà vero a maggior ragione in quanto un numero crescente di imprese licenzierà una parte della forza-lavoro per cercare in questo modo di arginare le conseguenze negative di questa crisi, che così facendo sarà in realtà aggravata per l’insieme dei portatori di interesse.

Pubblicato

Venerdì 22 Maggio 2020

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