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CULTURA

Non è città d'underground

Lugano,

di

Raffaella Brignoni

Addio Lugano bella, addio alla Lugano underground. L’atelier della “Raffa”, nascosto in un vecchio complesso industriale in disuso fuori città, dal 30 giugno è stato eclissato. Niente più nottate a tirare l’alba in uno spazio dall’atmosfera unica dove non solo ballavi, ma trovavi sempre qualcuno con cui parlare di vita e di perché. Sfrattato e con esso l’idea di una musica indipendente dalla cultura dominante e commerciale.

 

Alla periferia di Lugano, in zona Bozzoreda a Pregassona, svoltando in una stradina sterrata e seminascosta, costeggiando la riva del fiume, ci si ritrova in una corte circondata da uno stabile fatiscente. Dentro gli spazi dell’edificio in questi anni hanno trovato ospitalità studi di riprese televisive e officine artistiche in un viavai di gente con la voglia di sperimentare e sperimentarsi.


Lì, dal 2006 e fino all’altroieri, c’era anche l’atelier di Raffaella Ferloni, l’artista che, formatasi al Csia di Lugano e all’Accademia di Belle Arti di Brera, lavora come grafica alla Rsi. Passioni? Tante: la pittura e la musica elettronica, forse le più appariscenti. Passioni che ha condiviso negli ultimi sette anni, aprendo il suo atelier di Pregassona a chiunque ne avesse voluto condividere l’indirizzo.


«Ci piace pensare che questo spazio abbia scritto un pezzo di storia luganese: è stato un campo dove seminare, un luogo in cui le culture e le persone si sono incontrate e avvicinate, dove è stata valorizzata e veicolata musica sperimentale e di qualità. Un contenitore che ha soddisfatto il bisogno della gente di stare assieme in maniera non consumistica». Così Moritz Hoerttrich, che ha seguito la moglie in questa avventura, ripercorre a pochi giorni dalla chiusura forzata dello spazio lo spirito dell’iniziativa.
«Si è voluto creare un luogo particolare: la filosofia è sempre stata quella di fare cultura di ciò che succede adesso, invitando a mettere musica anche grandi dj di Zurigo e dell’Italia in un scambio continuo. Ora ci buttano fuori per far posto ad altri attori. È un peccato la rottura brusca di un’esperienza condivisa e seguita da tante persone» aggiunge delusa Raffaella Ferloni, anima e baricentro dell’atelier formato e sostenuto da un collettivo di persone.


Raffaella, che cosa è stato l’atelier? Si può parlare di cultura underground?
Dato il mio vissuto provinciale, dire underground se inteso nella sua accezione completa, è forzato. Però, direi di sì, che nella nostra piccola realtà, il Lorem Kollektiv ha assunto una valenza in parte anche underground. Ha adottato le correnti attuali proponendo una piattaforma per la creatività culturale, si è aperto a sperimentazioni sonore, visive, alcune volte anche teatrali. Abbiamo puntato principalmente su una musica elettronica selezionata e di nicchia, interessante, cui si sono alternate esposizioni fotografiche, mostre di quadri, serate di palco aperto. Più che altro trovo che l’atelier abbia avuto un carattere factory: uno spazio accessibile e alternativo di cui necessitano ancora molte persone.


Qual è la differenza più rimarcabile con discoteche e club? Anche loro soddisfano l’esigenza di divertimento…
Spesso in questi locali viene offerto un intrattenimento puramente commerciale, che cavalca le mode: lo svago avviene solo mettendo mano al portafogli. Il nostro collettivo si è sforzato di gestire un’offerta in cui il divertimento non passasse necessariamente dai soldi, ma dove fosse presente una matrice culturale. L’atelier è stato un punto di riferimento per chi era insoddisfatto dell’omologazione del divertimento.
Nei quartieri industriali alle periferie delle città – Berlino, Londra, Stoccarda, ma anche Zurigo – si respira la cultura underground: quella che, sviluppatasi a metà degli anni Sessanta, esce dai canoni classici e più diffusi nella società per promuovere il nuovo, l’emergente. Grazie alla spinta dell’underground sono sorti centri sociali e culturali conquistati attraverso lotte con le istituzioni. Prendiamo il caso della Rote Fabrik a Zurigo: nata dalle proteste giovanili degli anni ’80, che avevano portato all’occupazione dell’ex fabbrica tessile costruita in mattoni rossi, oggi è un’importante istituzione riconosciuta a livello pubblico. Dibattiti, esposizioni d’arte, una ludoteca, un asilo infantile, un’officina per la riparazione di biciclette e tanti… milioni di franchi da parte dell’ente pubblico che sovvenziona con soldi pubblici la struttura.


L’equilibrio fra cultura alternativa, discorso politico e aiuto statale può diventare precario e, in certi casi, contraddittorio…Voi per il vostro spazio non avete mai lottato, né chiesto fondi: come vi collocate?    
È vero, è insidiosa la linea fra cultura indipendente, ideologia e intervento statale. Per questo motivo, il discorso portato avanti dal Lorem Kollektiv non hai mai voluto essere commerciale ma neanche politicizzato. I mezzi erano limitati, ma non abbiamo occupato illegalmente uno spazio, non abbiamo avviato una collaborazione con l’ente pubblico e quindi la nostra esperienza non si può paragonare a quella di una Rote Fabrik. Resta il fatto che l’attività dell’atelier è stata caricata d’ideale con una programmazione fuori dai circuiti facili, ricercando la cultura della musica elettronica.


Perché siete stati sfrattati? Problemi di ordine pubblico?
In sette anni la polizia è arrivata solo tre volte perché in effetti avevamo calibrato male i bassi e la musica risultava troppo forte. Nessun altro problema. All’interno dell’atelier non si poteva fumare e abbiamo sempre sensibilizzato contro l’uso di stupefacenti: ovunque avevamo impresso lo slogan “no drug”. In modo più semplice il nostro spazio interessava a qualcun altro che è riuscito a prenderselo.


Che cosa succederà a quello che ormai è l’ex atelier?
Al nostro posto entrerà il MAT (Movimento Artistico Ticinese), il nostro vicino che è riuscito appunto a mettere le mani anche sul nostro locale. Due modi certamente di fare cultura, ma strutturalmente diversi. Noi non viviamo con l’atelier, non abbiamo mai chiesto soldi pubblici per la nostra struttura, né offerto per esempio corsi di tango a pagamento. Si è scelto di puntare sull’avanguardia e sulla condivisione con la popolazione. Apprezziamo la cultura vecchia ma l’obiettivo è di far emergere le potenzialità delle correnti emergenti.


Del Longlake Festival che cosa ne pensate?
Grandi nomi, grandi artisti, è sicuramente un’iniziativa interessante e importante per il territorio. Meno male che c’è, ma si esaurisce nel momento in cui lo spettacolo termina. Noi crediamo anche in una cultura del fare qui: non chiediamo soldi, ma se è un modo per contribuire a far cultura ci mettiamo volentieri a disposizione. Intanto cerchiamo una nuova casa per l’atelier: per ora non siamo ancora morti...

Pubblicato

Giovedì 4 Luglio 2013

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