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Non chiamatela festa

di

Maria Pirisi
Non c’è niente da festeggiare in quest’8 marzo 2004, non di certo per le donne che vedono le loro inesauribili situazioni di vita nel mondo ancora e sempre declinate in negativo, segnate da discriminazioni e violenze. La nascita di questa ricorrenza ha radici in una tragedia. Nel 1908 a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per chiedere migliori condizioni di lavoro ma dopo otto giorni di lotta il proprietario della fabbrica bloccò tutte le porte dell’opificio e vi appiccò il fuoco facendo perire nelle fiamme le 129 donne che si trovavano all’interno. Dalla memoria di questa data funesta si dipanano i fili della lotta per l’emancipazione della donna nel mondo. L’8 marzo è il simbolo delle violenze che ha dovuto subire nel corso dei secoli e il punto di partenza del suo riscatto: è questo significato che non dev’essere rimosso. Perché la violenza sulle donne e la negazione dei loro diritti continuano ad essere tollerati in ogni cultura e in ogni sistema politico. Sono cifre abnormi quelle che Amnesty international riporta sullevessazioni perpetrate contro il mondo femminile: una situazione vergognosa e insostenibile, un circolo vizioso di sofferenza e silenzio contro cui si pone la sua campagna internazionale 2004contro la violenza sulle donne. Ma non vorremmo che questo sguardo planetario faccia dimenticare che anche nei paesi occidentali la violenza e la discriminazione sono ancora di casa. Altrove come qui, in Svizzera. E non accennano a diminuire. Già, a che punto siamo noi donne in questa marcia verso la parità, dove ad ogni passo guadagnato a denti stretti ci vediamo continuamente ricacciate indietro da una cultura prevalentemente sessista e discriminatoria? Siamo ad un punto pericoloso dove serpeggia dietro l’angolo l’oscurantismo. Ed è questa constatazione che suscita la rabbia di moltissime donne svizzere decise l’8 marzo a mobilitarsi in tutto il paese per dire No all’11ma revisione dell’Avs (per l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne) e per frenare il bieco tentativo dell’Udc di bloccare con un referendum il progetto di legge sul congedo maternità. Una rabbia che anima un nuovo movimento, quello delle “Donne in collera”, non più disposte ad accettare supinamente gli ennesimi segnali di una politica che beffardamente in nome di una presunta parità le discrimina. No davvero, non chiamatela festa.

Pubblicato

Venerdì 5 Marzo 2004

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