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"Non c'è solo l'economia"

di

Gianfranco Helbling
È Carlo Lepori che, nella lista per il governo presentata un mese fa, è stato chiamato dalla direzione del Partito socialista (Ps) a rappresentare le istanze ambientaliste. 58enne e municipale di Capriasca, Lepori è professore Supsi di informatica e membro della direzione dell'Istituto Dalle Molle di studi sull'intelligenza artificiale. Già vicepresidente nazionale e presidente della sezione ticinese dell'Associazione traffico e ambiente (Ata), fa anche parte della Commissione federale per l'ammissione al Servizio civile. Lo abbiamo incontrato.

Carlo Lepori, per quale ragione ha scelto il Partito socialista come sua patria politica?
Non è stata una scelta immediata. La mia esperienza politica in Ticino è iniziata con liste verdi locali. In Capriasca mi sono però trovato confrontato con la necessità di partecipare all'attività di un gruppo già attivo, e questo era il Gruppo Ps e sinistra indipendente. A quel punto mi è sembrato più chiaro aderire ad un partito di cui posso condividere la linea e che anche a livello cantonale e nazionale mi è sempre sembrato molto vicino alle mie posizioni.
Per un impegno ambientalista però la scelta più immediata appare quella dei Verdi, anche perché non sempre l'ambientalismo è sembrato conciliabile con la tradizione marxista.
Interessante nel Ps è aver accettato la responsabilità di assumere un ruolo negli esecutivi. I Verdi in Ticino si muovono invece ancora in una logica di opposizione. Il Ps mi pare che difenda i temi ambientali forse non sempre come prima priorità, ma personalmente credo che non si possano dividere ambiente, società ed economia. L'idea dello sviluppo sostenibile è l'unica soluzione ai problemi del nostro tempo. Si tratta di avere una società giusta nel senso che ci siano le strutture economiche per farla progredire ma anche la giustizia sociale e il rispetto per l'ambiente. Il documento sulla politica economica del Pss lo ribadisce.
L'inceneritore di Giubiasco è il tema che, dal profilo ambientale, sta catalizzando tutte le attenzioni. A lei sono state attribuite in tempi recenti delle opinioni senza magari chiedergliele direttamente. Allora: ci vuole o no il ventinovesimo inceneritore in Svizzera?
Mi fa piacere che mi si attribuiscano opinioni perché ho anche sentito dire che sono un illustre sconosciuto. Sull'inceneritore direi che i nostri rifiuti dobbiamo gestirceli noi. Non trovo molto corretto trasportare rifiuti su lunghe distanze per poi bruciarli in casa d'altri specialmente quando si critica gli aspetti di inquinamento dell'aria di questi impianti. È una responsabilità che dobbiamo assumerci. Se poi l'incenerimento con queste tecnologie sia la tecnologia migliore e se siano rispettati tutti i criteri sulle emissioni di queste centrali sono aperto alla discussione. I rapporti concernenti gli ultimi impianti costruiti in Svizzera fanno stato di un netto miglioramento degli standard raggiunti sotto questo profilo.
Tuttavia il dimensionamento dell'impianto che si sta costruendo non favorisce un maggior riciclaggio sul territorio.
Sono molti gli aspetti problematici. Il dimensionamento dell'impianto di Giubiasco è certamente eccessivo rispetto al fabbisogno locale (anche perché non vogliamo importare rifiuti di altri). C'è anche l'aspetto della posizione. Volendo minimizzare le tonnellate trasportate la miglior collocazione sarebbe nel Sottoceneri. L'altro problema è quello di privilegiare i trasporti in ferrovia. Non è così semplice su una linea così trafficata come il Gottardo ma vale certamente la pena di pensarci. Il progetto attuale non mi piace quindi da molti punti di vista.
Viste tutte queste riserve non è un peccato che i ticinesi non possano votare su questo inceneritore?
Infatti mi sono chiesto come mai nessuno abbia reagito alle modifiche del Piano regolatore di Giubiasco o all'idea, che corre da molti anni, di costruirlo sul piano di Magadino. È come se ad un certo punto la questione rifiuti si fosse avviata verso una conclusione e nessuno volesse dire niente contro. Sarebbe stato interessante poter ribattere subito a livello parlamentare e popolare. Per quel che concerne l'iniziativa trovo problematico usare un diritto popolare in un modo non corretto. Penso ci sia stato un errore in buona fede e uno in malafede. In buona fede era chi diceva che il popolo deve esprimersi. E fin qui sarei d'accordo. In malafede era chi ha convinto 15 mila cittadini che firmando l'iniziativa avrebbero potuto esprimersi, ben sapendo che essa in questa forma non è accettabile. Queste persone in malafede hanno creato uno scontento nel cittadino verso la politica, i partiti e la pratica parlamentare che può aumentare dal loro punto di vista l'insieme dei voti populisti e qualunquisti. Se però si tira i cittadini in una trappola come questa la loro disillusione avrà conseguenze gravi. Bisogna essere onesti e dire: l'iter parlamentare è terminato, lo spazio per delle opposizioni non c'è più, si può quindi soltanto eleggere nuove persone in governo e in parlamento perché un Consiglio di Stato e un Gran Consiglio sensibili a questi temi potrebbero anche trovare altre soluzioni.
Se, una volta eletto, assumesse la direzione del Dipartimento del territorio, qual'è oggi la priorità ambientale più importante e come la affronterebbe?
Il problema più grave è la qualità dell'aria. Un vero piano di risanamento dell'aria è senz'altro la misura più urgente da adottare: esso dovrebbe comprendere anche una riorganizzazione della mobilità in Ticino. Ma sono cosciente che sarebbe molto difficile far passare una simile idea perché tutti i ticinesi (io compreso) amano la loro automobile.
Lei è fin dalla sua creazione membro della Commissione di ammissione al Servizio civile. Come valuta la sua esperienza?
Nel '68 mi ero posto il problema dell'obiezione di coscienza. Vi rinunciai sia perché avrebbe comportato la prigione, sia perché non avrei rifiutato il militare in quanto contrario in assoluto alla violenza: nel '68 era difficile esserlo. La mia esperienza è che ho imparato a conoscere molti giovani per i quali ho una grande ammirazione: essi accettano di prestare un servizio molto più lungo e di discutere di cose anche abbastanza intime davanti a quattro sconosciuti. Ora però c'è un nuovo problema. Con la riforma dell'esercito il 40 per cento dei giovani non fa servizio militare. Molti di loro lo evitano grazie a certificati di comodo. Ho quindi molta ammirazione per chi, di fronte ad una soluzione facile e un po' disonesta, opta comunque per il servizio civile perché rifiuta la violenza e l'uso delle armi. Mentre tra l'altro a chi va a sparare allegramente nessuno ha mai chiesto perché è così contento di imparare ad uccidere.
Abbiamo ancora bisogno dell'esercito?
Sull'iniziativa ho votato sì perché mi sembrava giusto dire una volta che potremmo farcela anche senza e che sarebbe un bell'esempio. L'esercito di milizia però dal punto di vista democratico è un valore. Ma un esercito costituito soltanto con il 60 per cento dei giovani è ancora un esercito di milizia? Forse sarebbe più onesto introdurre la libera scelta: chi vuole servire la patria con l'arma lo faccia, chi vuole optare per il servizio civile lo scelga liberamente. E l'ipotesi di rinunciare all'esercito per essere un esempio e perseguire una politica di pace attiva è un'opzione ancora del tutto valida.
Lei come municipale di Capriasca ha seguito da vicino il processo di aggregazione. Qual è il suo bilancio?
Qualche anno fa molti cittadini attivi a livello comunale si sentivano minacciati dal discorso delle aggregazioni in quella che chiamavano l'identità comunale. Mi ha quindi meravigliato molto seguire la nascita della grande Lugano, dove problemi di identità comunale non ci sono stati. Il progetto della grande Lugano però è giusto ma entro certi limiti, non deve fagocitare mezzo Sottoceneri – o allora cambiamo il concetto di comune. L'aggregazione che ho vissuto io è stata un'esperienza molto positiva: oggi ritengo che sia possibile, per chi si pone come militante di sinistra, riuscire a fare una politica di esecutivo anche locale accettando che la maggioranza non persegua gli stessi tuoi ideali con lo stesso slancio ma che sia disposta a dei compromessi. Chi rappresenta la sinistra deve dunque saper accettare e proporre dei compromessi.
La sinistra ce la farà a raddoppiare la sua presenza in governo?
L'ottimismo della volontà dice di sì: ce lo meritiamo, siamo l'unico partito che propone qualcosa di concreto (benché si dica sempre il contrario), che ha una visione di come dovrebbe essere la società (più giusta, più rispettosa dell'ambiente, economicamente solida: non siamo monotematici come gli altri partiti che privilegiano solo lo sviluppo economico). Il pessimismo della ragione dice che può essere difficile. Secondo me è giusto che il partito cerchi il successo elettorale mantenendo chiara la sua linea politica, il suo ideale di società, il suo modo collaborativo di affrontare i problemi del paese, e non cercando all'americana (o alla Berlusconi) di attirare il pubblico, i consumatori. Dobbiamo parlare a dei cittadini informati, che devono scegliere in base a contenuti seri.

Pubblicato

Venerdì 24 Novembre 2006

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