Quello che molti, da una settimana, si aspettavano, il governo lo ha deciso martedì: alla direttrice del Dipartimento finanze ed economia (Dfe) Marina Masoni è di fatto stata tolta ad interim la Divisione delle contribuzioni. La direzione è affidata a Edy Dell’Ambrogio, la responsabilità politica a Gabriele Gendotti. Certo il governo ha usato bizantinismi retorici davvero raffinati per non umiliare la sua presidente, ma si tratta di una pesante sconfitta politica per Marina Masoni, che ancora giovedì della scorsa settimana in conferenza stampa diceva di non pensare minimamente a fare passi indietro, dimostrandosi incapace di capire la gravità della situazione. Quasi tutto il mondo politico applaude. A sinistra il movimento per il socialismo chiede invece le dimissioni dal governo di Masoni, mentre il Partito socialista (Ps) si dimostra molto più prudente, reiterando la richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta (il Gran Consiglio dovrebbe discuterne lunedì). Perché questo atteggiamento? Lo abbiamo chiesto al presidente del Ps Manuele Bertoli.. Manuele Bertoli, il Ps esprime un giudizio positivo sulle ultime decisioni del Consiglio di Stato relative al Monngate. Perché? Perché il governo ha fatto ciò che noi da subito abbiamo chiesto. Martedì della scorsa settimana aveva deciso di fare l’inchiesta amministrativa, ma non come gestire l’interim. Noi mercoledì avevamo segnalato che mancavano proprio le misure temporanee che sempre vengono prese in questi casi. Ora con la nomina ad interim di Dell’Ambrogio, che è un esterno, il quale riferisce a Gendotti, ciò che significa che Masoni ad interim non ha più la conduzione politica delle Contribuzioni, mi pare che il problema sia stato regolato in maniera soddisfacente. Il governo però ci ha messo parecchio a prendere in mano la situazione. Come se lo spiega? In effetti il governo è stato molto prudente ed esitante. Da un lato l’esperienza del 17 ottobre 2003 ha lasciato qualche timore, per cui ci si è mossi con una cautela forse eccessiva. D’altro lato la teoria dei due pesi e delle due misure ha trovato ancora una volta applicazione: adottare certi provvedimenti nei confronti di una socialista è più facile che farlo nei confronti di uno dei due rappresentanti del Plr. Ma quel che conta è il risultato finale. Il caso, dal punto di vista politico, è sempre più grosso, eppure il Ps si ostina a non chiedere le dimissioni di Masoni dal governo. Come mai questa reticenza? Le dimissioni si chiedono se c’è un fatto grave di natura istituzionale o politica. E soprattutto si chiedono a ragion veduta. Per quel che concerne i fatti istituzionali gravi, proprio perché è in corso un’inchiesta amministrativa e noi ne chiediamo una parlamentare, sarebbe scorretto e sbagliato tirare delle conclusioni prima di conoscerne i risultati. Altri tirano le conclusioni senza sapere che cosa portano alla luce le inchieste, questo modo di fare non fa parte del patrimonio dei socialisti né in termini di stile né in termini di correttezza del ragionamento. Aspettiamo quindi prima di sapere se Masoni s’è intromessa in qualche incarto fiscale, che cosa ha omesso di dire o ha detto di non vero, in base a quali regole sono trattati gli incarti fiscali di persone vicine a chi è ai vertici delle Contribuzioni (questo riguarda sia il caso della fondazione che il caso Monn), eccetera. Sul piano politico il fatto che Masoni abbia beneficiato di una fondazione di famiglia domiciliata fiscalmente fuori cantone le pone un grosso problema di credibilità. Ma questo è un problema che deve in primo luogo risolvere lei: oggi la direttrice del Dfe ha grosse difficoltà a spiegare al paese perché debba tirare la cinghia. Il tutto non meraviglia, è molto coerente con il personaggio. E mi fa abbastanza ridere vedere Lega e Udc meravigliarsi che i ricchi paghino le imposte là dove è più conveniente: è la politica che hanno sempre sostenuto. Questa è una vicenda seria e come tale va affrontata: le conseguenze politiche si tireranno poi sul piano politico. Non crede però che la base del Ps si aspettasse un profilo più alto da parte del partito? No, non ho ricevuto né una telefonata né un email che mi dicessero di essere più severi. Ho ricevuto solo segnali positivi sulla nostra condotta in questa vicenda. Il che mi fa molto piacere, perché dimostra che quelle di sinistra sono persone serie che non si lasciano andare alla prima occasione per far fuori un avversario attraverso metodi che appartengono ad altri partiti. Non teme che, impossessandosi dell’indignazione popolare, Bignasca possa trarne un beneficio elettorale? No. In primo luogo perché la confusa richiesta di dimissioni del venerdì è stata di fatto ritrattata il lunedì successivo. È un comportamento da cialtroni. In secondo luogo lui non è nella posizione di dare lezioni a nessuno: lui, condannato penale, non si è mai dimesso né dal Nazionale né dal Municipio di Lugano. Che benefici elettoralmente di questa sua presa di posizione per ora non mi preoccupa. Credo non si debba cadere in questo giochetto dal fiato molto corto: le conclusioni politiche si trarranno a inchieste concluse. Non c’è anche la volontà da parte del Ps di non dimostrarsi vendicativi rispetto a quanto accaduto il 17 ottobre 2003 con l’atto di forza nei confronti della consigliera di Stato socialista Patrizia Pesenti? Noi non siamo vendicativi punto e basta. È vero però che c’è un’attenzione ad evitare di dare dei pretesti a chi è oggi sotto i riflettori per dire che è stato vittima di una campagna di discreditamento ordita in malafede. Il Ps è molto attento a fare in modo che il lupo non si trasformi in agnello. Oggi Masoni appare delegittimata alla guida del suo Dipartimento: non sarebbe questa l’occasione buona per una rotazione dei dipartimenti? Potrebbe essere una soluzione, ma è presto per entrare nel merito delle soluzioni. La questione dei dipartimenti certamente si pone. Il fatto però che per tanti anni i dipartimenti abbiano avuto sempre la stessa guida li ha un po’ fossilizzati, ponendo il problema degli alti funzionari: dal momento che c’è una forte coincidenza fra partiti e alti funzionari c’è il rischio che ai vertici di un dipartimento si trovino funzionari che erano persone di fiducia di altri consiglieri di Stato. Se questo capita per tutti i consiglieri di Stato si indebolisce molto il governo nei confronti dell’amministrazione. Questa è la questione pratica cruciale da risolvere. Ma proprio l’adesione acritica di alcuni alti funzionari della Divisione delle contribuzioni all’ideologia della direttrice del Dipartimento non è una delle concause di questa crisi? Certamente. Il fisco attuale è lo specchio di un certo disegno politico. Noi da tempo denunciamo il fatto che l’accertamento fiscale soprattutto per i ricchi sia sempre più di manica larga. Masoni è a capo di tre divisioni, ma il grosso delle sue politiche è stato svolto in funzione della Divisione delle contribuzioni. Del resto il direttore Stefano Pelli è il tecnico che ha preparato tutti i pacchetti di sgravi fiscali. Il governo dovrebbe riunirsi in clausura a fine gennaio per preparare un nuovo pacchetto di risparmi. Ora il Monngate cambia le carte in tavola? In effetti vedo male, oggi come oggi, come Masoni possa, con la sua attuale credibilità, presentarsi ai cittadini per spiegare nuove misure di risparmio, magari prima del 12 marzo quando andremo a votare sul referendum lanciato dal comitato “Sos Sanità, socialità e scuola”. È questo il cuore politico di tutto l’affaire. Credo che da un lato la popolazione debba dare un segnale il 12 marzo, dall’altro l’imbarazzo del governo sarà palese. Non mi meraviglierebbe se, come l’anno scorso, il tutto slittasse all’estate. Nel merito non solo sarà molto difficile trovare nuovi tagli, ma su questi sarà ancora più difficile che in passato trovare un consenso politico. È un problema non solo di Masoni ma dell’intero governo.

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20.01.06

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