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Noi che siamo ingenui

di

Stefano Guerra
Anche se per un attimo lo abbiamo pensato, noi che siamo ingenui non crediamo che dietro la psicodrammatica decisione di venerdì 17 ci fosse la volontà di buttar fuori i socialisti dal governo. Non crediamo neppure che quella decisione sia il frutto di un disegno politico contingente, ordito con lucida premeditazione nelle ultime settimane da una o da tutti e quattro i consiglieri di Stato allo scopo di scippare l’intero Dss a Patrizia Pesenti. Noi che siamo ingenui, in fondo crediamo a Marco Borradori anche quando nell’intervista che ha concesso ad area dice che la decisione di togliere la socialità a “Patrizia” appariva ai loro ochhi come «l’unica soluzione possibile per garantire l’operatività futura del Governo» di fronte all’ostruzionismo della collega. Noi che siamo ingenui e che spesso in mezzo a tante parole non capiamo più nulla, ad un certo punto ci fidiamo solo dei nostri occhi. E allora alla conferenza stampa di venerdì 17 abbiamo visto un Borradori teso, triste e imbarazzato come non mai, un Gendotti che sembrava fare da tappezzeria, un Pedrazzini con le stampelle che se n’è andato prima della fine della conferenza stampa e una Masoni con un trucco accentuato su una maschera che già preannunciava lunghi giorni di silenzio. Accanto a lei, sulla sedia che avrebbe dovuto occupare Patrizia Pesenti, è andato a sedersi il fidato direttore della Divisione delle risorse del Dfe Sergio Morisoli. Il viso di Marina Masoni e il fondoschiena di Sergio Morisoli sulla sedia riservata alla direttrice del Dss a noi dicono due cose: che la prima è politicamente troppo abile e psicologicamente troppo fredda per aver agito da mera burattinaia dei colleghi di governo; che tutti e due sono ideologicamente troppo prepotenti per sospettare che i calcoli del loro dipartimento ignorino i reali e non matematici bisogni della parte meno favorita del cantone (e la convinzione con cui Marco Borradori nell’intervista difende a nome del governo i “contenimenti dell’aumento della spesa” di fronte a bisogni che crescono almeno in proporzione uguale è la dimostrazione che anche gli altri consiglieri di Stato sono sulla stessa lunghezza d’onda). Cinismo, prepotenza… Non crediamo che Marina Masoni abbia avuto necessità di tirare qualche filo nelle ultime settimane per provocare la decisione. Come il mobbing, lo psicodramma consumatosi venerdì 17 non ha radici superficiali ma aggrovigliate e profonde, non ha responsabilità precise ma diffuse (anche se l’assordante silenzio di Marina Masoni è un indizio fin troppo comodo), è uno sfogo “naturale” e non un atto studiato. Checché ne dicano Borradori e gli altri, la conferenza stampa della scorsa settimana di fatto non è stata la celebrazione pubblica di un conflitto nato in sede di allestimento del preventivo 2004. È stata invece la spontanea rappresentazione teatrale di un conflitto sviluppatosi in anni di egemonico isterismo menostatista e le cui avvisaglie di inasprimento si erano avute già dopo le cantonali di aprile quando la maggioranza del Consiglio di Stato, con un altro gesto impulsivo censurato da una perizia giuridica, aveva escluso Patrizia Pesenti dalla presidenza rotatoria dell’Esecutivo. A noi la cosa più grave pare il fatto che la maggioranza di questo governo non si sia nemmeno resa conto dello scalpore che la decisione di esautorare Patrizia Pesenti dal Dss avrebbe provocato. Sintomo di solitudine, di distacco da umori e bisogni del paese, la sceneggiata di Masoni, Borradori, Pedrazzini e Gendotti mette a nudo l’isteria di chi negli ultimi anni ha minato in maniera sistematica l’erario pubblico e ora si rende conto che non può far altro, come ammesso venerdì scorso alla Rsi dalla stessa Marina Masoni, che aumentare le imposte. Se non fosse perché di quest’ansia menostatista ne soffre in carne viva chi fatica a tirare alla fine del mese, basterebbe uno psicanalista.

Pubblicato

Venerdì 24 Ottobre 2003

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