Quest’anno a Davos i contestatori hanno deciso, anche se forse solo ufficialmente, di rinunciare alle manifestazioni. Di primo acchito balzano all’occhio ragioni logistiche. Davos è sempre più una fortezza blindata che blocca i manifestanti nelle vicinanze con conseguente perdita di incisività mediatica. Si preferisce allora “delocalizzare” la contestazione, organizzando incontri e cortei nelle maggiori città svizzere. Tuttavia, al di là delle questioni pratiche, la decisione di quest’anno è indicativa di qualcos’altro, un cambiamento, forse una svolta. Un risultato. All’interno di ogni società, sia essa nazionale o sovranazionale, i gruppi tendono, nella prima fase della loro esistenza, ad affermarsi attraverso azioni dimostrative, slogan e simboli. Nel caso dei movimenti sociali si tratta di segni di tipo oppositivo, forme e colori forti, rituali aggregativi volti alla coesione del gruppo. Perché l’obiettivo principale è esistere, darsi una ragione ed una giustificazione. Quando i simboli e gli slogan diminuiscono, o comunque non costituiscono più l’unico modo di comunicare, due sono le possibili interpretazioni: o la questione è risolta e non c’è più alcun bisogno di riaffermarla, oppure qualcosa è cambiato: la strategia. È ciò che sembra accadere oggi all’interno dei movimenti sociali. Al di là del rumore, si fa avanti la riflessione, come quella del Public Eye on Davos. Se di simboli si parla, essi hanno a che fare più con la realtà che con gli slogan. Una realtà geografica innanzitutto: Porto Alegre. I movimenti sociali hanno oggi una loro “terra d’origine”. Può sembrare banale, ma per l’identità di tutti i gruppi è fondamentale. Ecco dunque che si può agire su di un altro piano. Quello tanto auspicato da Pierre Bourdieu e dai colleghi del collettivo Raisons d’agir, intellettuali militanti con la convinzione e l’intenzione di dimostrare l’esistenza di altri modelli sociali oltre a quello utilitarista specifico dell’economia liberale. Ricerca, analisi, critica sociale: fenomeni senz’altro meno mediatici ma che sembrano ora avere sufficiente forza per imporsi con decisione, basandosi su modelli teorici chiari e coerenti che propongono un’alternativa valida senza per forza gridarla. Da citare, in questo senso, il Mauss, Mouvement anti-utilitariste dans les Sciences Sociales, formato da sociologi e antropologi che, coscienti del fatto che anche l’analisi sociologica è stata contaminata dal modello liberale, si propongono di analizzare le dinamiche sociali riprendendo modelli ormai “scartati”, come quelli legati al dono, allo scambio, al baratto. Forme economiche altre, relegate sino a pochi anni fa nel folclore delle società “primitive”, ma in realtà ben lungi dall’essere sparite. Il Mauss si propone di analizzarle come facenti parte integrante dell’essere umano. Si scopre così che anche oggi, all’interno dei gruppi sociali, esistono modelli di comportamento e di socialità (la cosiddetta socialità primaria) lontani dall’utilitarismo economico e dall’idea di interesse: prima di intervenire quali attori sulla scena economica, gli esseri umani si strutturano in una sfera diversa, vale a dire quella delle relazioni tra persona e persona e non tra persona e cosa (bene da acquisire). Prima di avere, essere. Prima di acquisire, scambiare, entrare in relazione. Non si tratta dell’ennesima trovata “buonista”, ma di una realtà sociologica da cui trarre spunto. Oggi come ieri, i movimenti sociali cercano di dimostrare che l’economia liberale non è una fatalità ma una scelta, dalla quale ci si può anche distanziare. Attraverso la critica e l’analisi sociologica, essi sembrano volere assicurarsi strumenti di discussione e di negoziazione più duraturi, capaci di reggere il confronto con i dogmi liberali, evitando di ridurre ai minimi termini della contestazione una questione che necessita, ora più che mai, una diversificazione degli approcci. Bibliografia: • Bourdieu, Pierre (dir.) 1993 - La misère du monde - Paris: Seuil. • Caille, Alain 1990 - Critique de la raison utilitaire. Manifeste du Mauss - Paris: La Découverte. • Godbout, Jacques 1998 - “Homo donator versus homo economicus” - Le revue du Mauss (Paris) - pp. 261-282.

Pubblicato il 

16.01.04

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