I sindacati sono molto reticenti e accusano il governo Fillon di voler limitare il diritto di sciopero, con una arrière pensée in testa: una volta disinnescata l'arma dello sciopero nei servizi pubblici, il governo avrà maggiore facilità per imporre una drastica riforma delle pensioni, che comporterà l'abolizione dei cosiddetti "regimi speciali" che esistono, per esempio, nelle ferrovie (età pensionabile più bassa, a 50 anni). L'obbligo di fornire un servizio minimo nei trasporti dovrebbe essere approvato già nel mese di luglio. I sindacati – e anche la presidente della Sncf, le ferrovie francesi, Anne-Marie Idrac – hanno fatto valere che nelle società dei trasporti pubblici, come alla Ratp parigina (trasporti urbani), esistono già dei "protocolli" che evitano le lunghe azioni sindacali. Una concertazione preventiva è diventata la prassi, vengono avviate trattative, per evitare lo sciopero. Nei fatti, il metrò parigino non ha più conosciuto lunghi scioperi. Sulle ferrovie pesa il ricordo del grande sciopero del '95, contro la riforma delle pensioni che avrebbe voluto imporre l'allora primo ministro, Alain Juppé: un braccio di ferro che si concluse con la caduta del governo e successive elezioni anticipate perse dalla maggioranza di destra. La proposta del governo, rifiutata dai sindacati, è di obbligare ogni dipendente a dichiarare all'impresa, due giorni prima dello sciopero, se vi aderirà. Inoltre, dopo otto giorni di sospensione del lavoro, la nuova legge imporrà un voto (con schede segrete) di tutto il personale, pro o contro il proseguimento dello sciopero. Anche se il governo ha scelto un periodo durante il quale i lavoratori sono meno attenti alle riforme – l'estate – l'imposizione del servizio unico potrebbe non venire accettata senza soprassalti. Tanto più che le prime riforme economiche di Sarkozy, concentrate nel campo fiscale, sono state in gran parte a favore delle categorie sociali più abbienti : diminuzione delle imposte di successione, detrazione dall'imponibile dei mutui per la casa, scudo fiscale al 50 per cento del reddito (che, nei fatti, restringe di molto la patrimoniale). Per i lavoratori dipendenti, ma soprattutto per i loro datori di lavoro, c'è stato l'esonero della tassazione sugli straordinari, sui quali non verranno più pagati i contributi padronali e non compariranno nella dichiarazione dei redditi del dipendente (ma in Francia solo il 50 per cento delle famiglie paga l'imposta sul reddito).
Per l'autunno, altre riforme sono in preparazione. In particolare, la più importante per il lavoro – ma anche la più controversa – è il «contratto unico» di lavoro, in sostituzione del contratto a tempo indeterminato e di quello a termine. In sostanza, Sarkozy vorrebbe che i diritti del lavoratore venissero acquisiti progressivamente con il tempo. Ma né i sindacati né il padronato sono favorevoli a questa riforma radicale. Per il sindacato Cgt «il contratto a tempo indeterminato deve restare la norma». Per il sindacato Cfdt «bisogna ridurre il numero di contratti, ma il contratto a tempo indeterminato deve restare la norma, pur conservando i contratti a breve tempo». Il Medef, l'organizzazione padronale, vorrebbe invece introdurre un nuovo tipo di contratto, "a missione", con il licenziamento automatico alla fine dello svolgimento del compito. «Una modalità di separazione consensuale», dicono al Medef, che escluderebbe la possibilità per il lavoratore licenziato di ricorrere alla giustizia. Per i sindacati si tratta di una precarizzazione generalizzata. Ma Sarkozy, precarizzando l'insieme dei lavoratori, vorrebbe evitare di sollevare una levata di scudi, come era successo al governo Villepin con il Cpe, il contratto di prima occupazione riservato ai giovani, che permetteva il licenziamento senza incorrere in penalità.
Il fronte sindacale è già deluso. A luglio, in occasione dell'aumento annuale dello Smic (salario minimo), il governo tradizionalmente dava "una spinta" un po' superiore al tasso di inflazione. Ma quest'anno non sarà così: il ministro del lavoro Xavier Bertrand ha fatto sapere che l'aumento sarà solo del 2,1 per cento;  questo aumento «garantisce il potere d'acquisto». Sarkozy ha spiegato che «a forza di aumentare lo Smic più rapidamente degli altri salari, abbiamo causato una smicarizzazione della società francese», cioè la maggior parte dei salari si è appiattita sul minimo (più della metà dei lavoratori dipendenti francesi sono pagati con lo Smic). Per Sarkozy, l'aumento del potere d'acquisto verrà dagli straordinari, ormai defiscalizzati. È un castello di carte che terrà in piedi solo se ci sarà una crescita economica consistente, che dovrà compensare gli 11 miliardi di euro di sgravi fiscali concessi.
Il governo ha invece, per il momento, messo da parte l'ipotesi di introdurre l'Iva sociale, cioè di aumentare di 5 punti l'imposta sul consumo, per compensare gli sgravi di contributi concessi al padronato. L'Iva sociale ha fatto perdere «almeno 100 deputati alla maggioranza» sostiene l'ex primo ministro Jean-Pierre Raffarin. È stata difatti la minaccia dell'aumento dell'Iva ad aver salvato i socialisti alle legislative. Il ministro delle finanze, Jean-Louis Borloo (poi spostato all'ecologia dopo il voto), si era lasciato sfuggire la sera del primo turno, il 10 giugno, che il governo aveva allo studio un aumento della tassa sui consumi. I socialisti, che non avevano nessun argomento di campagna – a parte quello di evitare di dare una maggioranza troppo forte a Sarkozy – hanno approfittato di questa gaffe. Ma dopo il risultato meno negativo del previsto alle legislative, i socialisti sono di nuovo preda dei vecchi demoni: guerre intestine per conquistare il partito, una direzione screditata, l'ex candidata messa ai margini ecc. In altri termini, il Ps, che rappresenta l'unica opposizione a Sarkozy (visto che Pcf e Verdi sono in declino), dopo la schiarita della campagna contro l'Iva sociale tra i due turni, non ha espresso nessuna critica costruttiva a un Sarkozy che occupa tutto lo spazio mediatico. È un Partito socialista con lo stesso volto del passato che si presenta oggi di fronte ai cittadini: François Hollande, benché criticato da tutti i leader, resterà segretario fino al congresso, previsto dopo le municipali del 2008. Capogruppo socialista all'Assemblea è stato rieletto Jean-Marc Ayrault, che già ricopriva la stessa carica nell'ultima legislatura. La novità è che ha formato un "governo ombra" per poter fare meglio opposizione. Ayrault ha promesso che il Ps non farà un'opposizione "pavloviana", ma "intelligente" e "non frontale".
Ma il Ps manca di programma. Ségolène Royal, che rischia di venire marginalizzata visto che non è più deputata (ma resta presidente della regione Poitou-Charentes), ha sollevato molte perplessità quando ha dichiarato di essere stata costretta a difendere delle posizioni che non condivideva durante la campagna per le presidenziali: in particolare, Royal ha criticato il progetto di alzare lo Smic a 1'500 euro, «un'assurdità», e l'estensione delle 35 ore a tutti i lavoratori. Eppure, lo Smic a 1'500 euro e le 35 ore generalizzate erano due pilastri del programma socialista per le presidenziali, ripresi dalla stessa Royal nella sua dichiarazione di Villepinte. Stesse divergenze sulle alleanze: Hollande non intende cambiare la strategia tradizionale di intesa con le altre formazioni di sinistra (Pcf e Verdi) benché indebolite, mentre Royal ha confermato di voler intraprendere un riavvicinamento con il centro. Ma il MoDem di François Bayrou non sembra avere nessuna fretta a concludere questo tipo di intesa.
Il Ps, invece di prendere il tempo necessario per trovare delle idee nuove, è già lacerato dalla guerra tra i leader per conquistare la candidatura per le presidenziali del 2012.

Pubblicato il 

29.06.07..

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