< Ritorna

Stampa

 

Nicaragua, storia ed eredità della Rivoluzione

di

Gianni Beretta
Tutti sanno dove si trova. Ha fatto parlare molto di sé fino ad appena una decina d’anni fa. In tanti hanno attraversato l’Atlantico per conoscerlo personalmente. E quando è stato devastato, insieme all’Honduras, dall’uragano Mitch nel 1998, è tornato per un attimo sotto i riflettori del mondo intero; e la Catena della Solidarietà ha battuto ogni record di raccolta di fondi. Eppure, il Nicaragua è il paese più rimosso dalle menti di qualche generazione di persone di buona volontà che depositarono grandi aspettative nella passata Rivoluzione popolare sandinista. A confermare che: più grande è la speranza, più bruciante risulta il disincanto. Una Rivoluzione originale Il 19 luglio 1979 i guerriglieri del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) entravano trionfalmente a Managua, mettendo fine alla tirannica dinastia somozista. Si ispiravano ad Augusto César Sandino, il “generale di uomini liberi”di cui ricorre quest’anno il 70esimo dalla morte, che negli anni Venti aveva tenuto in scacco i marines durante l’ennesima invasione e occupazione del Nicaragua. I “green/go/s” furono costretti ad abbandonare il paese; ma lasciarono una guardia pretoriana capeggiata da Anastasio Somoza, che fece uccidere Sandino a tradimento il 21 febbraio 1934, giorno della firma di un accordo di riconciliazione nazionale. La parabola rivoluzionaria sandinista è durata lo spazio di una decade, all’insegna dei princìpi (perlomeno nelle intenzioni) del pluralismo politico, dell’economia mista e del non allineamento, e dell’utopica costruzione dell’hombre nuevo. Le priorità furono subito una capillare azione di alfabetizzazione (si veda anche articolo alla pagina 9) e campagne di vaccinazione che, per esempio, estirparono la poliomielite. Fu una rivoluzione condotta da una direzione collegiale composta da nove membri e caratterizzata da una straordinaria partecipazione popolare, con l’originale coinvolgimento dei credenti (quattro preti-ministri erano nel governo) riassunto nello slogan entre cristianismo y revolución no hay contradicción (fra cristianesimo e rivoluzione non c’è contraddizione). Era la prima volta nell’America latina della Teologia della liberazione. Il “terrorismo di Stato” Ma il Nicaragua sandinista ebbe da subito due nemici immensamente più grandi e, in quel momento, i più potenti del pianeta: Ronald Reagan e papa Wojtyla. Dal gennaio dell’81 il presidente Reagan, dopo che il suo predecessore Jimmy Carter aveva assistito senza intervenire all’avvento del sandinismo e gli aveva pure aperto una porticina (come a dire che negli Stati Uniti democratici e repubblicani non sono proprio la stessa cosa), sviluppò tutta la sua ossessione anticomunista per otto terribili anni. L’aggressione di Washington, sia sul piano militare che del boicottaggio economico, dilagò, giungendo a minare i porti nicaraguensi ad opera della Cia. Tanto che gli Stati uniti, nel giugno del 1986, in una sentenza senza precedenti, ignorata dai più, si guadagnarono la condanna della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja per “terrorismo di stato”. L’amministrazione Reagan fu poi inquisita internamente per lo scandalo Iran/Contra/Gate, quando alcuni suoi funzionari (che in parte ritroviamo oggi nello staff di George W. Bush) furono pescati ad eludere il veto del Congresso a sostenere i “contras”, cui destinavano i proventi della vendita illegale di armi all’Iran e del narcotraffico. Reagan, se avesse potuto, avrebbe probabilmente invaso il Nicaragua, come fece con Grenada nell’83, e nell’89 George Bush padre con Panamà. L’abbiamo atteso e temuto per anni l’intervento dei marines. Ma una popolazione organizzata, insieme a un Esercito Popolare Sandinista motivato pur se relativamente armato, costituirono un formidabile deterrente. L’altro nemico Sulla politica imperiale statunitense si innestò perfettamente l’avversione di Giovanni Paolo II, pressoché all’inizio del suo pontificato. Resta famosa la clamorosa contestazione di piazza al papa polacco durante la messa nella storica visita del marzo 1983, nel mezzo di uno strumentale dissidio fra stato e chiesa in cui Wojtyla ebbe inevitabilmente la meglio sul più dialogante suo segretario di stato, cardinale Agostino Casaroli. Il collega Marco Politi, in un documentato libro/inchiesta sul papato di Wojtyla, mostra con dovizia di particolari l’intesa fra Reagan e il papa polacco per destabilizzare i paesi dell’est e rovesciare il sandinismo. L’anello di congiunzione si rivelò proprio l’arcivescovo di Managua (successivamente promosso a cardinale) mons. Miguel Obando y Bravo, che ricevette direttamente finanziamenti dalla Cia. Il caso volle che il primo viaggio di Giovanni Paolo II in Nicaragua coincidesse con la contemporanea entrata organizzata in grande stile dei “contras” dall’Honduras. La perdita delle campagne Sul piano interno non mancarono comunque gli errori del giovane gruppo dirigente sandinista. Il principale (col senno di poi) fu la confisca generalizzata delle terre e delle proprietà somoziste e non solo. Si generarono diffidenze e si pregiudicò così in partenza la politica di alleanza che aveva portato la gran parte del paese a “vomitare” Somoza, e con essa, sul nascere, la praticabilità reale dell’economia mista oltre che, successivamente, del pluralismo politico. Le terre poi furono in parte inglobate in colossali quanto fallimentari progetti di produzione agricola statale (sullo stile sovietico); e in parte distribuite ai contadini ma senza rispondere alla loro atavica aspirazione di possedere un pezzo di terra che avrebbero difeso con i denti da chiunque. Al contrario furono obbligati a organizzarsi in cooperative. Cosicché, i “peones” degli ex grandi proprietari terrieri finirono con l’ingrossare le fila dei “contras”. Mentre con una politica paternalistica di sussidi l’agricoltura conobbe una gravissima crisi di produzione. Quando la Direzione Sandinista corse ai ripari nella seconda metà degli anni ’80, distribuendo i titoli di proprietà delle terre, era ormai troppo tardi. Se è vero infatti che gli antisandinisti armati dipendevano totalmente dal sostegno finanziario di Washington, non c’è dubbio che poterono contare nelle zone rurali su una significativa base sociale. La guerra di aggressione fu costosissima in termini di vite umane (57 mila fra morti e feriti) e distruzioni materiali. Ma soprattutto impedì al governo sandinista di poter governare con certa serenità. Che era poi l’obiettivo minimo di Reagan, cui interessava soffocare l’esperienza nicaraguese che, a differenza di quella cubana, non aveva un taglio da socialismo reale tout court, ma aveva mostrato essere una società sostanzialmente aperta. In ogni caso, anche nell’ipotesi (sovrumana) che i dirigenti della Rivoluzione Sandinista non avessero commesso errori, l’esito sarebbe stato lo stesso. Anzi, con meno sbagli, più feroce sarebbe stata la reazione di Reagan per cancellare quell’esperienza tanto destabilizzante. La sconfitta viene dalle urne Nel contempo l’Urss di Gorbachov tagliava inesorabilmente gli aiuti al Nicaragua e a Cuba, lasciando “il cortile di casa” (come viene considerato dagli Usa l’istmo centroamericano) in balia di Washington. L’Fsln, per far tornare i conti (con un’inflazione al 30mila per cento), fu costretto a praticare unilateralmente dall’87 le prime misure impopolari di ristrutturazione economica (compresi massicci licenziamenti nell’apparato statale), senza poter ricevere in cambio i prestiti di una negoziazione con il Fondo monetario. Ma quella sollecitazione nazionale ai sacrifici non valse per tutti. Si era ormai conformato un ceto privilegiato, alla corte dei “comandanti” più in vista, lontano dalla quotidianità della propria base. E con i contras cominciò una negoziazione infinita che non pose mai fine al conflitto armato. In questo contesto, si produsse la traumatica sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990. Nonostante i sondaggi dessero il Fronte nettamente in vantaggio, nel segreto dell’urna i nicaraguensi, preoccupati di un prolungarsi dell’ostilità statunitense, optarono maggioritariamente per Violeta Barrios de Chamorro. In realtà la batosta elettorale si convertì nella dimostrazione al mondo della genuinità democratica della Rivoluzione popolare sandinista, il cui risultato primario è stato quello di dare dignità a un popolo e a una piccola nazione fino ad allora considerata una “repubblica bananiera”. Va aggiunto comunque che l’Fsln difficilmente si sarebbe avventurato in elezioni libere e verificate internazionalmente se non fosse stato sicuro di vincerle. In ogni caso, a posteriori, si può affermare che quella sconfitta fu provvidenziale. Come avrebbe potuto governare infatti il Fronte in una situazione pressoché insostenibile? Tanto più che Violeta de Chamorro scaricò ben presto dal suo seno la destra nostalgica del somozismo e intraprese una coraggiosa politica di riconciliazione nazionale nella quale il Fronte fece la sua parte. Il Nicaragua conobbe la pacificazione anche se non altrettanto la sua ricostruzione, visto che George Bush padre (succeduto a Reagan), una volta scongiurato “il pericolo” per la sicurezza interna degli Usa, lo abbandonò ben presto al suo destino. Che poi negli anni seguenti il gruppo dirigente sandinista non si sia mostrato all’altezza del ruolo di forza di opposizione, incapace di rinnovarsi e sacrificando pezzi importanti dei propri quadri e della propria base all’insegna delle strette logiche di potere personale del suo segretario a vita (nonché sempiterno candidato presidente, perdente) Daniel Ortega (si veda anche intervista accanto), questo fa parte della drammatica deriva progettuale e della litigiosità a tutte le latitudini della sinistra, travolta dalla caduta del Muro di Berlino e del campo sovietico, nonché dall’incalzare devastante del neoliberismo e della globalizzazione a senso unico. Che a loro volta hanno almeno smascherato una volta per tutte, per chi avesse ancora dei dubbi, che la contraddizione di fondo planetaria è quella Nord-Sud. La Rivoluzione che c’è ancora Nel frattempo il Nicaragua post rivoluzionario, dopo donna Violeta, ha conosciuto la ladronesca voracità del neosomozista presidente Arnoldo Alemàn, che ha convertito per sei anni questo paese nella propria “finca” personale. Ed oggi è governato da quello che fu il suo vice, Enrique Bolanos, apparentemente mite e innocuo, ma che impersona strettamente la vecchia oligarchia nicaraguese che persino il dittatore Somoza lasciò sull’uscio del potere. I risultati sono disoccupazione e miseria (più della metà della popolazione è al di sotto della soglia di povertà), oltre al deterioramento dei livelli di sanità e istruzione. Insomma, sembra non esserci futuro nel medio periodo per il Nicaragua, saldamente confinato in fondo alla classifica in America latina (scavalcato solo dal Guatemala e da Haiti) in quanto a indice di sviluppo umano elaborato ogni anno dalle Nazioni Unite. Eppure i segni della rivoluzione persistono tredici anni dopo, inossidabili agli eventi e alle stesse pulsioni autodistruttive dell’inamovibile gruppo dirigente del Fronte. Innanzitutto il Nicaragua può vantare rispetto ai suoi vicini centroamericani (e non solo) un esercito e una polizia (gli stessi di allora) che non impauriscono i cittadini e che continuano a svolgere un ruolo dignitoso nell’interesse generale del paese. Managua poi, resta nettamente la capitale più mite e pacifica dell’istmo (anche comparato alla ricca San José di Costa Rica). Per di più, e non è poco, in questo paese si viene a sapere tutto quanto succede, grazie a un giornalismo ruspante, con un lusinghiero indice di pluralismo e di indipendenza. Da ultimo, resta elevato il livello di coscienza di sé del nicaraguense medio, e la consapevolezza che ogni prospettiva per un futuro migliore affonda le sue radici nel sandinismo. Come sembra ammonire la gigantesca sagoma nera del “general de hombres libres” Sandino, dalla collina del Chipote che domina la capitale e questa terra di laghi e di vulcani, ombelico delle Americhe. **** Gianni Beretta è corrispondente da Managua dal 1982. L’articolo è la postfazione del libro di Stefano Guerra Del sombrero una al sur. Storia del centro educativo Barrilete de Colores, Managua (Associazione per l’aiuto medico al Centro America-Amca, Bellinzona, 2003).

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2004

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 30 Giugno 2022