Da Tel Aviv si prende l’autostrada per Gerusalemme. Su una collina, allo sbocco della valle, di Ayalon sorge l’insediamento di Nevé Shalom / Wahat as-Salam / Oasi di Pace dove vivono insieme ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana. La comunità è stata fondata nel 1972 su una collinetta presa in affitto dal monastero di Latrun. Oggi vi vivono 50 famiglie (25 ebree e 25 tra cristiane e musulmane). Una scuola (asilo nido, scuola materna, elementare e media) dove 350 bambini della comunità e dei villaggi vicini studiano l’arabo e l’ebraico, convivendo lontano dai conflitti che lacerano la regione. Il Ministero dell’educazione la riconosce come scuola privata e le accorda un aiuto del 25 per cento del budget. Le famiglie pagano il 25 per cento, il resto viene coperto da donazioni da ogni parte del mondo. Chiunque può visitare la comunità, solo ai palestinesi dei Territori Occupati non è permesso: il governo israeliano nega loro infatti l’ingresso in Israele. «Organizziamo parecchie attività, incontri e seminari allo scopo di promuovere la pace e il dialogo tra ebrei e arabi», mi racconta Dorit Shippin che da 30 anni ormai vive nella comunità. I genitori scelgono di mandare i loro figli in questa scuola mista unica in Israele per poter «essere capaci di vivere con l’altro nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri», questo è quanto si può leggere sul sito della comunità (http:// nswas. com). «All’inizio eravamo visti come utopici e visionari, con le trattative di Oslo siamo diventati l’esempio da seguire, ora siamo di nuovo degli utopici», afferma Dorit. Da alcuni anni nel villaggio esiste anche una casa del silenzio: uno spazio per la meditazione, la riflessione e la preghiera. Un gruppo di studio, di cui fa parte anche Dorit, organizza incontri tesi a promuovere riflessioni e ricerche circa l’incidenza dei valori etici e spirituali sull’educazione della pace, con frequenti riferimenti alle scritture delle tre grandi tradizioni religiose. «Educare le altre persone per la pace in questo conflitto è molto difficile e stancante. Ti rivelo un segreto, siamo una comunità di pace ma piena di conflitti. La gente è stufa. Stiamo cercando di trovare assieme un metodo affinché il conflitto esterno non perturbi la vita all’interno del villaggio», ci dice Dorit. Da quando è scoppiata l’Intifada sono aumentate – anche solo per piccolezze di quotidiana convivenza – le tensioni interne. Le discussioni sono più accese ed animate. A volte gli abitanti del villaggio non sono abbastanza sensibili nei riguardi dell’altra comunità e si irritano più facilmente. Per esempio il giorno della Terra, molto importante per i palestinesi, i genitori degli alunni arabi si lamentarono perché la scuola quel giorno rimaneva aperta. Gli insegnanti volevano sì dedicare la giornata a questo evento senza però chiudere la scuola, come invece fanno tutte quelle arabe del paese. Gli ebrei a loro volta non volevano che quel giorno la scuola rimanesse chiusa perché solo quelle arabe rimanevano chiuse. Alla fine la scuola è stata chiusa mezza giornata. «Siamo preoccupati perché non siamo più ottimisti. Quello che ci ha scioccati veramente è stata l’uccisione di 13 giovani arabi cittadini di Israele all’inizio dell’Intifada. Normalmente non rilasciamo commenti politici, ma quella volta abbiamo reagito. Per noi è stata una tragedia, tutto il lavoro svolto era stato annientato in una settimana. Abbiamo organizzato varie manifestazioni e fatto visita alle famiglie delle vittime», ci racconta Dorit. La comunità ha intrapreso – anche con critiche interne ed esterne – un aiuto umanitario diretto per palestinesi. «Abbiamo dovuto spiegare che le vittime israeliane sono sostenute dal governo e da associazioni mentre quelle palestinesi no, questo ha permesso di sviluppare e di sostenere alcuni centri medici in qualche villaggio palestinese – a pochi chilometri da noi – rimasto tra il muro e la linea verde», conclude Dorit.

Pubblicato il 

07.05.04

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato