< Ritorna

Stampa

 

"Nessuno vuole dei salari polacchi"

di

Michael Stoetzel
«Nessuno vuole che in Svizzera si lavori a salari polacchi», dice la ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey. E spiega le strategie del Consiglio federale per lottare contro il dumping salariale.

Signora consigliera federale, su cosa votiamo esattamente l'8 febbraio? Soltanto sull'estensione della libera circolazione delle persone a Bulgaria e Romania o contemporaneamente anche sugli Accordi bilaterali con l'Unione europea (Ue)?
Votiamo sull'intero pacchetto di accordi dei Bilaterali I. La libera circolazione delle persone è giuridicamente vincolata agli altri accordi dei Bilaterali I. Se diciamo no alla libera circolazione delle persone, allora diciamo no anche agli altri sei accordi. Questi accordi permettono quelle intense e vantaggiose relazioni economiche con l'Ue che abbiamo oggi. Ne va dell'abbattimento di costosi ostacoli al commercio, dell'accesso agevolato al mercato miliardario delle offerte pubbliche all'interno dell'Ue o ancora della cooperazione nel campo della ricerca. Un franco su tre, un posto di lavoro su tre in Svizzera dipendono dalle nostre relazioni con l'Ue.
Gli oppositori la vedono in maniera totalmente diversa. Dicono che il Consiglio federale aveva promesso al popolo che avrebbe potuto dire liberamente dire di sì o di no all'estensione della libera circolazione delle persone a Romania e Bulgaria senza dover temere alcuna conseguenza. Tutto il resto sarebbe un ricatto politico.
Il Parlamento ha unito in un unico decreto federale la decisione sull'estensione della libera circolazione delle persone a Bulgaria e Romania con la decisione sulla prosecuzione dell'Accordo stesso. Questa unione è conforme alla Costituzione federale, e ci sono anche buoni motivi per aver proceduto in questo modo. Una prosecuzione della libera circolazione senza che l'Accordo sia applicabile a tutti gli Stati membri dell'Ue – quindi anche alla Bulgaria e alla Romania – non è politicamente realistica. Anche la Svizzera rifiuterebbe l'esclusione di singoli cantoni da un accordo internazionale. Aver unito l'estensione dell'Accordo e la sua conferma in un unico decreto impedisce che l'elettorato sia posto di fronte ad una possibilità di scelta che di fatto non esiste assolutamente. Quindi semmai si può parlare di trasparenza, non di ricatto.
Eppure nella popolazione la paura di fronte ad un'ulteriore apertura è grande. Anche nei sindacati. La pressione sui salari è una realtà. Che cosa intende fare per combatterla?
Questo è un punto importante. Ogni caso di dumping salariale è un caso di troppo. I salari usuali in Svizzera devono essere rispettati. A questo scopo parallelamente alla libera circolazione delle persone abbiamo introdotto le misure d'accompagnamento contro il dumping salariale e sociale, misure che nel 2006 abbiamo ulteriormente rafforzato. In caso di abusi i datori di lavoro colpevoli vengono multati e possono perfino essere esclusi dal mercato svizzero. L'effetto dissuasivo di queste misure lo si può già vedere con chiarezza. Nella prospettiva dell'estensione della libera circolazione delle persone a Bulgaria e Romania aumenteremo ancora il numero dei controlli di un ulteriore 20 per cento. Tra l'altro dobbiamo anche essere coscienti del fatto che, in caso di rifiuto della libera circolazione delle persone, decadono pure le misure d'accompagnamento contro il dumping salariale!
L'Udc sostiene che le autorità svizzere si sarebbero piegate a quelle dell'Ue.
Credo che l'Ue veda le cose in maniera un po' diversa. Da parte europea ci viene infatti sempre rimproverato di voler scegliere solo i vantaggi, senza voler accettare gli svantaggi delle nostre scelte. Ma anche questo tra l'altro non è vero. Noi attraverso la via bilaterale conduciamo con un certo successo una coerente politica di difesa dei nostri interessi. Il popolo dal 2000 ha confermato questa politica europea in non meno di cinque votazioni. Credo dunque che non siamo messi per niente male.
Ma una coerente politica di difesa dei propri interessi la persegue anche l'Ue: essa accusa la Svizzera di ostacolare con le misure d'accompagnamento l'accesso al mercato dei servizi. È in grado di garantire che queste misure di protezione del mercato del lavoro non saranno allentate?
Sì. La nostra posizione su questo punto è chiara: non si modificano le basi legali. Un'efficiente protezione delle lavoratrici e dei lavoratori contro il dumping salariale è una priorità esattamente come lo è il consolidamento della libera circolazione delle persone. I mercati del lavoro devono restare aperti, ma in Svizzera anche in futuro si dovranno pagare i salari che qui sono usuali nei diversi rami professionali e nelle varie regioni.
Per la tutela degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori però l'Ue dimostra poca comprensione. Oltretutto in Consiglio federale ha un buon alleato: secondo il ministro delle finanze Hans-Rudolf Merz nell'aggiudicazione di commesse pubbliche non si dovrebbe più applicare il principio della stessa paga per lo stesso lavoro allo stesso posto. Presto si costruiranno le autostrade svizzere con stipendi polacchi?
Credo che qui ci sia un malinteso. Nella procedura di consultazione per la revisione della legislazione sugli acquisti pubblici ci si riferisce per la manodopera estera espressamente al principio del luogo di esecuzione della prestazione.
Le ditte straniere dovrebbero dunque pagare i salari in vigore nel luogo in cui è eseguito il lavoro, mentre per le ditte svizzere faranno stato i salari in uso alla sede della ditta, in applicazione quindi del principio di provenienza. Su questo punto le ditte provenienti dall'Ue devono sentirsi discriminate.
Il principio del luogo di provenienza non vale senza restrizioni neppure per ditte svizzere che offrono le loro prestazioni – e questo proprio per ragioni di politica sociale: se ci sono grosse differenze fra le norme del luogo di origine della ditta e quelle in uso nel luogo di esecuzione della prestazione, allora valgono le norme più severe del luogo di esecuzione della prestazione. Questo limita anche la discriminazione di imprese straniere.
Ma questo basterà ad indurre le ditte straniere a non ricorrere alle vie legali? Ad impedire che impongano la parità di trattamento e che in futuro possano lavorare qui con gli stipendi e alle condizioni di lavoro che vigono presso la loro sede?
Ancora una volta: le misure d'accompagnamento e le attuali norme svizzere a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori continueranno a valere anche per la manodopera estera. Nessuno vuole che in Svizzera si lavori a salari polacchi.

* work n. 21 del 18.12.2008

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2009

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 5 Maggio 2022