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Nessuna tutela. Le democristiane dicono sì alla «soluzione dei termini»

di

Françoise Gehring Amato
Hanno avuto il coraggio di dire sì. Si alla soluzione dei termini che prevede la possibilità di interrompere la gravidanza nelle prime dodici settimane. Il coraggio, e non era scontato, lo hanno avuto le donne democristiane che sabato scorso hanno sostenuto questa opzione. Votando a favore della soluzione dei termini, la democristiane non solo hanno seguito la «loro» consigliera federale, Ruth Metzler, ma hanno anche mostrato di essere attente all’evoluzione della società e alla realtà nazionale. Una realtà dove l’aborto è di fatto possibile in alcuni cantoni. Il sì alla soluzione dei termini da parte della base femminile del Partito democratico cristiano (Pdc) premia anche il coraggio delle tre vallesane che, qualche anno prima, erano state oggetto di una campagna pesantemente denigratoria (mezzo cantone era stato tappezzato di volantini infamanti) per aver aperto alla soluzione dei termini. Ma il sì, espresso anche dal movimento giovanile, divide il Pdc che aveva impugnato l’arma del referendum per affossare il progetto e che ufficialmente si oppone alla depenalizzazione dell’aborto. Se il dibattito sulla soluzione dei termini è stato impegnativo, anche dal profilo del coinvolgimento emotivo, la bocciatura dell’iniziativa fondamentalista «per madre e bambino» è stata, per contro, molto netta. Tanto meglio poiché il testo dell’iniziativa, che intende completamente vietare l’aborto, porterebbe il Paese indietro di cent’anni. E ridurrebbe la donna alla sola funzione riproduttiva. Accettando la soluzione dei termini, sviluppata dalla socialista Barbara Haering Binder e successivamente «corretta» dal Parlamento in un’ottica di ricerca del compromesso e del consenso, la Svizzera si allineerebbe agli altri paesi europei, ad eccezione di Polonia, Spagna, Portogallo ed Irlanda dove è in vigore una politica repressiva. Ma ciò che più conta è che con la depenalizzazione dell’aborto si porrebbe fine ad una situazione assolutamente anomala e si cesserebbe finalmente di criminalizzare l’aborto e, dunque, di spingere le donne nella clandestinità per interrompere una gravidanza non desiderata. La questione dell’interruzione della gravidanza pone al centro del dibattito l’autodeterminazione della donna, ossia il diritto di disporre del suo corpo come crede, il diritto di scegliere e di decidere. Per questi diritti il movimento femminista si è battuto e continuerà a farlo. Grazie a questi diritti, le donne hanno potuto conquistare ed occupare degli spazi di autonomia importanti. Spazi che però vengono regolarmente messi in discussione in modo più o meno palese. Il diritto all’aborto è uno di questi spazi. «E viene attaccato non solo dagli ambienti fondamentalisti, ma anche dalla destra tradizionale, patriarcale. Per chi si oppone alla libera scelta – fa notare la coalizione femminista FemCo – non si tratta tanto di regolamentare l’interruzione della gravidanza, ma quanto di continuare a mantenere il controllo sulla sessualità e la fertilità della donna». Non ci sorprende, pertanto che un comitato parlamentare composto di soli uomini (in prevalenza dell’Unione democratica di centro), abbia «sentito» la necessità di spargere il «verbo» sulla questione dell’interruzione della gravidanza ricordando che «la vita è un regalo del Creatore e l’uomo non può disporne a suo piacimento». La volontà di mantenere sotto tutela la donna appare dunque molto chiara ed è comune a molte più persone di quanto si pensi. Per questo la votazione del 2 giugno rappresenta per le donne una sfida di rilievo, una sfida che non possono perdere. E non soltanto perché un no alla soluzione dei termini equivarrebbe ad un deciso passo indietro. Ma anche e soprattutto perché il diritto di scegliere e di decidere deve potersi coniugare al femminile in tutta libertà.

Pubblicato

Venerdì 26 Aprile 2002

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