Politica

Nella giungla della libera circolazione

Per Sergio Rossi, al di là degli aspetti positivi, c'è un lato oscuro: "Pressione sui salari dei residenti"

«L’Accordo della libera circolazione delle persone ha portato benessere alla Confederazione». Lo dice la Seco, la Segreteria di Stato dell’economia, ma c’è chi non è completamente d’accordo con le conclusioni del rapporto. Sergio Rossi, dell’Università di Friborgo: «L’impatto sull’economia è stato a macchia di leopardo: ha certamente permesso di aumentare il Pil, ma dall’altra parte ha consentito alle imprese di esercitare una pressione al ribasso sui salari di molte persone residenti in Svizzera, che hanno perciò dovuto ridurre il loro tenore di vita».

 

Superato lo sciopero femminista del 14 giugno, dove abbiamo preso ancora più consapevolezza della disparità economica con gli uomini, e quindi della differente forza economica (e di potere!) fra i sessi in Svizzera, ci ritroviamo ad analizzare un nuovo dossier “scottante”. La Seco, la Segreteria di Stato dell’economia, ha recentemente pubblicato il XIX rapporto dell’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone, dopo venti anni dalla sua introduzione. E ... tout va très bien Madame la Marquise!, ma come mai nella percezione collettiva c’è la sensazione di vivere in un continuo stato d’allerta?

 

Il bilancio, che Berna fa degli accordi introdotti nel 2002, non ammette chiaroscuri: nel documento di 97 pagine si decanta un successo per l’economia del paese e dei suoi cittadini senza indicare zone d’ombra: l’immigrazione, con una forte crescita nell’ambito dei dirigenti, delle professioni intellettuali e scientifiche, ha rallentato il processo di invecchiamento e ampliato il potenziale del mercato del lavoro.

 

Insomma, l’Accordo sulla libera circolazione delle persone (Alc) è più che positivo. Entusiasmo anche da parte dell’Unione svizzera degli imprenditori, che sottolinea come con l’entrata in vigore di questo accordo il Pil pro capite sia «cresciuto di quasi il 20%». E per mantenere l’«attrattività della piazza economica elvetica e il suo benessere a questo livello, il nostro paese dovrà fare affidamento sul reclutamento dai paesi dell’Unione europea» (come del resto indicano le conclusioni della Seco).

Abbiamo chiesto a Sergio Rossi, professore di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friborgo, di aiutarci a leggere le conclusioni del rapporto. 



Professor Rossi, è il Ticino a essere un’eccezione alla regola svizzera, o la lettura dell’Alc è parziale e non tiene conto di alcuni elementi?
Indubbiamente, il Ticino rappresenta un caso speciale, visto che si trova geograficamente vicino a un ampio bacino di persone, residenti in Italia, che sanno di poter trovare un’occupazione in questo cantone meglio retribuita che nel loro paese, anche a costo di maggiori sacrifici dovuti alla distanza casa-lavoro. Altri cantoni di frontiera, come Ginevra e Basilea, non sono in questa situazione, visto che al di là della loro frontiera non ci sono delle zone urbane così densamente popolate. Inoltre, l’economia di questi due cantoni necessita di lavoratori frontalieri nei rami di attività industriale e dei servizi, perché non è in grado di formare localmente le persone necessarie a queste attività. I frontalieri sono perciò complementari e non antagonisti ai residenti. Nel caso del Ticino, invece, una gran parte dei frontalieri è occupata in attività economiche per le quali ci sarebbero dei residenti in grado di coprire questi posti. Molte imprese in Ticino sfruttano perciò la concorrenza tra lavoratori residenti e frontalieri per imprimere una pressione al ribasso sui livelli salariali, in particolare per i posti che richiedono delle qualifiche medie o basse, ma sempre più anche per le posizioni che esigono un attestato di studi superiori, come una laurea o un diploma di una scuola universitaria professionale.

 

Al di là del caso Ticino, la libera circolazione ha da sempre spaccato l’opinione pubblica e anche nei sindacati vi è stata a più riprese la discussione sulle misure collaterali da riconsiderare. Dal suo osservatorio come giudica questi primi 20 anni di Alc?
La libera circolazione ha senza dubbio consentito alle imprese in Svizzera di assumere la forza lavoro necessaria per svolgere le attività economiche nei settori dell’industria e dei servizi, ma è stata anche l’occasione per molte aziende di ridurre ampiamente i livelli salariali, sapendo che in Svizzera i lavoratori che non guadagnano uno stipendio sufficiente per vivere possono chiedere e ottenere sussidi e aiuti sociali. Queste aziende fanno quindi ricadere sulle spalle della collettività una parte degli oneri che dovrebbero pagare loro ai dipendenti.

 

L’impatto sull’economia è positivo o negativo?
L’impatto dell’Alc sull’economia del paese è a macchia di leopardo: da un lato, l’accordo ha consentito di assumere una forza lavoro proveniente dall’Unione europea senza problemi né ostacoli burocratici, facendo in questo modo aumentare il Pil svizzero, tanto nell’industria quanto nei servizi di ogni tipo, come l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo tecnologico, la sanità e la cura delle persone. Dall’altro lato, l’Alc ha consentito alle imprese di esercitare una pressione al ribasso sui salari di molte persone residenti in Svizzera, che generalmente hanno perciò dovuto ridurre il loro tenore di vita. Ciò ha fatto diminuire anche la spesa di consumo all’interno dei confini nazionali rispetto al Pil.

 

Alla luce di queste considerazioni, è d’accordo con le conclusioni del documento secondo cui l’Alc ha contribuito a un aumento generale del benessere?
Non sono d’accordo in quanto l’aumento del benessere è appannaggio della classe benestante, ma non del ceto medio né a maggior ragione delle persone povere che vivono in Svizzera. Sono i ricchi ad... arricchirsi, grazie tra l’altro all’Alc, visto che questo accordo ha permesso di aumentare la quota dei profitti nel reddito nazionale, oltre che l’ammontare dei profitti distribuiti agli azionisti di molte aziende, i quali ricevono delle remunerazioni “stravaganti”, oltre a dividendi e tantièmes che non hanno alcun legame con la meritocrazia. Se, invece, questi profitti venissero investiti nelle attività produttive, si creerebbero nuovi posti di lavoro e si potrebbero pure aumentare gli stipendi del ceto medio. Nella realtà dei fatti questi profitti sono per la maggior parte parcheggiati nei mercati finanziari con la prospettiva di far guadagnare alle aziende delle rendite finanziarie, che possano compensare i mancati ricavi nel mercato dei beni e dei servizi, dove si osserva una carenza di domanda a causa della pressione al ribasso sui salari esercitata a seguito dell’Alc. I lavoratori in generale spendono nel mercato dei prodotti quanto guadagnano nel mercato del lavoro, mentre per i padroni è l’opposto: le aziende guadagnano nel mercato dei prodotti ciò che spendono per il pagamento degli stipendi.

 

Come è cambiata la Svizzera con l’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione e come devono essere considerati questi sviluppi?
Grazie a questo accordo, la Svizzera ha potuto continuare a produrre i beni e servizi di cui tutta la sua popolazione necessita e ciò che il resto del mondo importa da questo paese. Questo accordo ha però trasformato la società elvetica, rendendola multietnica e multiculturale. Se sul piano ideale si tratta di un progresso sociale in quanto consente una maggiore apertura mentale necessaria anche a chi fa impresa, perché è fonte di creatività, spirito critico e innovativo, sul piano fattuale si è notata una maggiore conflittualità a seguito della lotta tra lavoratori indigeni e frontalieri per occupare un posto che, nella maggior parte dei casi, è offerto con un livello salariale inferiore a quanto sarebbe stato il caso in assenza dell’Alc. Facile allora per i partiti di destra cavalcare la xenofobia e il nazionalismo per raccogliere voti e imporre un’agenda politica che accentua le spaccature tra chi ha un tenore di vita agiato e chi invece non arriva alla fine del mese pur lavorando a tempo pieno.

 

Ci sono elementi che non sono stati presi in considerazione nella redazione del rapporto e condizionano la lettura degli effetti dell’Alc?
Senza dubbio, un elemento ignorato dagli autori del rapporto riguarda le ripercussioni dell’Alc sul tenore di vita sia dei lavoratori indigeni che soffrono a causa del dumping salariale, sia delle persone disoccupate a seguito di questo accordo. Inoltre, il rapporto non considera l’aumento delle disparità nella distribuzione del reddito e della ricchezza in Svizzera indotte dall’Alc, né le difficoltà che ciò comporta per molte piccole o medie aziende le quali offrono beni o servizi alla popolazione residente in questo paese. Gli autori del rapporto ignorano pure le conseguenze negative per la finanza pubblica che l’accordo ha generato in questo ventennio, a seguito del calo della spesa di consumo che molte persone o famiglie hanno effettuato, perché i loro stipendi o la loro situazione professionale hanno sofferto dall’entrata in vigore della libera circolazione delle persone.

 

Premettendo che per principio le persone devono avere la possibilità di spostarsi non solo per andare in vacanza, ma anche per lavorare, e quindi l’Accordo sulla libera circolazione si inserisce in un quadro democratico, che cosa deve avvenire affinché vi sia un ritorno economico equilibrato fra le parti? C’è un aspetto dell’Alc che non funziona?
Ovviamente qualsiasi persona deve potersi spostare da una nazione all’altra senza vincoli – tranne nel caso in cui sia oggetto di una sanzione giuridica rilevante al riguardo. Affinché l’Alc permetta di avere un rapporto equilibrato fra le parti, occorre avere un cambio di paradigma per chi fa impresa. Invece di considerare la forza lavoro come una merce, il cui prezzo si può determinare in base alla ‘legge’ della domanda e dell’offerta, bisogna fare in modo che i datori di lavoro tornino a valutare una persona in quanto essere umano, che deve ricevere uno stipendio sufficiente per condurre una vita dignitosa nel paese in cui lavora e nel quale, solitamente, desidera vivere. Emblematico a tale riguardo è il cambiamento lessicale intervenuto all’inizio di questo secolo per quanto concerne la gestione del personale occupato nel settore pubblico o in quello privato: se una volta esisteva un “ufficio del personale”, che considerava i lavoratori come degli esseri umani, usando un approccio empatico per la soluzione dei loro problemi sul posto di lavoro, ora ci sono le “risorse umane”, le quali considerano i lavoratori come delle merci usa-e-getta, vale a dire che in caso di problemi quali un ‘burn-out’ o una malattia di lungo corso questi lavoratori vengono messi da parte senza scrupoli. Per quanto riguarda l’Alc, è evidente che i controlli andrebbero svolti in maniera più sistematica e diffusa, punendo severamente i datori di lavoro che non rispettano le leggi sul lavoro. Il problema, però, è dato dall’impossibilità pratica di controllare e sanzionare correttamente tutte le aziende fuorilegge. Da qui nasce la situazione attuale, simile a una giungla, dove i più forti hanno la meglio sui deboli, vale a dire i lavoratori con dei livelli di qualifiche medio-basse.

 

Pubblicato il

19.09.2023 15:05
Raffaella Brignoni
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