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Nell’Economia scoppia la guerra nucleare

di

Claudio Carrer
La Svizzera ha bisogno di nuove centrali nucleari? E se sì di quante? Ci vorranno ancora alcuni anni prima che i cittadini diano le risposte definitive a queste difficili domande che fino a non molto tempo fa nessuno avrebbe mai osato porre. Ma le grandi manovre sono già iniziate: i colossi dell'elettricità hanno fiutato il grande affare e si stanno facendo la "guerra" per assicurarsi la leadership dell'operazione, i Cantoni interessati li imitano per garantirsi i vantaggi fiscali di un nuovo impianto sul loro territorio e le pressioni sul ministro dell'energia Moritz Leuenberger e sul suo dipartimento aumentano.
A quarant'anni dall'accensione del primo reattore che fece della Svizzera un pioniere nell'ambito dell'utilizzo commerciale del nucleare e in vista della disattivazione degli impianti più vecchi (a partire dal 2020), la costruzione di nuove centrali è oggi un'ipotesi molto concreta. Sul tavolo dell'Ufficio federale dell'energia (Ufe) vi sono ben tre domande per il rilascio di un'autorizzazione di massima, presentate nel 2008 dopo che il governo aveva deciso un «riorientamento» della politica energetica e così rilanciato l'opzione nucleare.
I primi a gettarsi nella mischia sono stati Axpo e il gruppo elettrico bernese Bkw Energie, che per questo scopo hanno creato una società comune (la Resun Sa). I due colossi si candidano a costruire due nuove centrali nucleari, destinate a rimpiazzare quella di Mühleberg (del 1971) e le due di Beznau (1969 rispettivamente 1971) sui siti degli impianti esistenti. D'altro canto la concorrente Alpiq (nata dalla fusione di Atel con la società. della Svizzera occidentale Eos) mira a realizzare una seconda centrale nei pressi di quella di Gösgen (Soletta).
È però opinione comune che per garantire al paese il necessario approvvigionamento energetico e far fronte così al presunto «deficit elettrico» previsto a partire dal 2020, servono al massimo due centrali. Visto oltretutto che si tratterebbe di impianti di nuova generazione, con una potenza tripla rispetto a quella delle piccole centrali destinate ad essere dismesse.
Vi è poi un problema di carattere politico: la Svizzera esce da un trentennio durante il quale la questione della costruzione di un nuovo impianto nucleare è stato un tema tabù. Gli ultimi progetti furono formalmente affossati dal Consiglio federale solo nel 1988 (due anni dopo la catastrofe di Chernobyl), ma di fatto le basi per questa decisione furono già gettate con la storica protesta di Kaiseraugst (Argovia) del 1975, che vide migliaia di militanti antinucleari occupare per undici settimane il sito dove sarebbe dovuta sorgere una nuova centrale.
Poi, nel 1990, popolo e Cantoni approvarono in votazione popolare una moratoria di dieci anni, durata di fatto fino alla decisione del Consiglio federale del 21 febbraio 2007 di «dare un nuovo orientamento alla politica energetica» che improvvisamente e inaspettatamente (anche da parte potente della lobby dell'atomo) ha resuscitato la tecnologia nucleare.
La circostanza ha messo "appetito" alle grandi compagnie elettriche, che (almeno per ora) non sono riuscite a trovare un accordo per un progetto comune politicamente sostenibile, col risultato che ora le autorità federali si trovano a dover valutare ben tre domande di autorizzazione di massima. Per la fine di ottobre è attesa la perizia dell'Ispettorato federale della sicurezza nucleare e per dicembre quella (in forma di "secondo parere") della Commissione federale per la sicurezza nucleare.
«In questa fase non si tratta di valutare il tipo di reattore, ma solo gli aspetti tecnici e di sicurezza dei siti dove sarebbero ubicati gli impianti, in particolare per quanto attiene ai rischi d'inondazione, di terremoti e di tutti i fattori esterni che possono essere rilevanti per l'esercizio di una centrale nucleare», spiega ad area Marianne Zünd, portavoce dell'Ufe.
E non c'è nemmeno spazio per le valutazioni politiche: in effetti la nuova Legge sull'energia in vigore dal 2005 non prevede più la cosiddetta "clausola del bisogno" che nel vecchio testo faceva dipendere l'autorizzazione dalle reali necessità di approvvigionamento energetico del paese. Spetterà al governo nel 2012, dopo che saranno stati consultati i Cantoni, proporre una soluzione sufficientemente equilibrata in grado di ottenere in un primo tempo il consenso del Parlamento e successivamente, visto che il referendum è scontato, anche quello del popolo.
Finora tutti i tentativi di trovare una soluzione consensuale tra le compagnie elettriche concorrenti sono falliti. Così come quelli dei Cantoni interessati (Argovia, Berna e Soletta) alla costruzione del o dei nuovi impianti sul loro territorio, che nei mesi scorsi hanno lavorato invano ad un accordo fiscale che riconoscesse agli esclusi una sorta di "risarcimento". Grandi sono in effetti gli interessi in gioco anche per gli enti pubblici: basti pensare per esempio che la piccola centrale di Mühleberg assicura al Canton Berna un gettito fiscale annuo di circa 15 milioni di franchi.
Per risolvere questa situazione di conflitto, che certo non giova all'immagine delle grandi compagnie elettriche e dell'intera lobby nucleare, c'è chi, come il presidente del Partito liberale radicale Fulvio Pelli, ha criticato il mancato intervento del ministro dell'energia Moritz Leuenberger, il quale continua però a rifiutarsi di mediare tra le parti. Notoriamente contrario all'energia nucleare, il Consigliere federale socialista viene anche accusato di aver previsto una procedura di autorizzazione «sospetta per la sua lunghezza».
Un'accusa che la portavoce dell'Ufficio federale dell'energia respinge al mittente: «La procedura non è affatto lenta, se si pensa che una decisione del Consiglio federale è prevista per metà 2012, ossia quattro anni dopo la presentazione della prima domanda di autorizzazione da parte di Apliq. Anzi, se si considerano l'importanza della questione e la quantità di aspetti da analizzare, i tempi previsti sono brevi. Del resto, non si tratta di costruire una casa monofamiliare, ma una centrale nucleare», conclude Marianne Zünd, escludendo che la "guerra" tra compagnie elettriche possa essere causa di ritardi.
In ogni caso e indipendentemente dalla procedura di autorizzazione in corso, le trattative tra le parti proseguono, come ha lasciato intendere pochi giorni fa il numero uno di Axpo Heinz Karrer: «Considero molto probabile che si giunga ad un accordo sul filo di lana». Il compromesso consisterebbe in un accordo tra le concorrenti per costruire due centrali ubicate dove la disponibilità della popolazione è maggiore.
Ma alla fine servirà la "disponibilità" della maggioranza del popolo svizzero, che emetterà il suo giudizio  verso la fine del 2013.

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2010

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