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L'editoriale

Nel nome della “stabilità”

di

Claudio Carrer

In Svizzera il 2019 sarà ricordato per due mobilitazioni eccezionali: quella dei giovani per il clima sviluppatasi nel contesto internazionale e quella delle donne, protagoniste dello storico sciopero femminista del 14 giugno che ha visto oltre mezzo milione di persone scendere nelle piazze per rivendicare più salario, più tempo e più rispetto. L’affermazione dei Verdi e la designazione di un numero record di donne in Parlamento nelle elezioni nazionali del 20 ottobre ne sono state la logica conseguenza. La bocciatura della candidata ecologista Regula Rytz e la conferma dell’imbarazzante Ignazio Cassis nell’ambito dell’elezione del Consiglio federale lo scorso 11 dicembre dicono invece che non si sono voluti cogliere i segnali provenienti dal paese. Con un’operazione di potere, i parlamentari della destra e del centro hanno deciso a maggioranza che gli equilibri politici in governo non devono cambiare. Lo hanno fatto in nome della «stabilità», un concetto che non può certo essere considerato di per sé un valore: anche le dittature sono in genere dei regimi “stabili”.


Intendiamoci, noi siamo del parere che i Verdi non debbano avere l’ossessione del governo e che anzi, per il partito e i movimenti che esso rappresenta è meglio non lasciarsi assorbire dalla logica consociativa e del compromesso a tutti i costi. Lo insegna l’esperienza dei socialisti, che sicuramente pagano un prezzo per certe posizioni dei loro ministri (si pensi per esempio alla questione dell’età pensionabile delle donne).


Il problema è che nella circostanza non sono state rispettate le regole del gioco per la ripartizione dei seggi del governo svizzero, né dal punto di vista politico né da quello aritmetico. Dall’introduzione del sistema proporzionale nel 1919 non era mai successo che un partito aumentasse i propri mandati come hanno fatto i Verdi nelle ultime elezioni e la pretesa che prima di ambire al Consiglio federale sia necessario confermare la propria forza tra quattro anni è ridicola. Qui si designava il governo di oggi, i cui seggi, secondo la cosiddetta “formula magica”, vanno ripartiti in base alla forza elettorale dei quattro principali partiti. Bastano due numeri per capire la totale illogicità dell’operazione: il Plr (15,1%) ha due ministri e i Verdi, con il 13,2%, nessuno.


Se poi pensiamo che, nel nome della “stabilità”, è stato riconfermato Ignazio Cassis, si può davvero essere preoccupati. In Svizzera e soprattutto nel suo Ticino, dove i media hanno parlato di “pericolo scampato”. Facendo finta di non sapere che Cassis, colui che è andato a Bruxelles a offrire lo smantellamento delle poche misure di protezione dei salari in vigore in Svizzera, è il peggior nemico del Ticino.

Pubblicato

Martedì 17 Dicembre 2019

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