È di un anno fa il sanguinoso attacco dell’esercito israeliano al campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Il governo di Sharon lo decise nell’ambito di un’offensiva lanciata in risposta ad una serie di attacchi suicidi da parte di militanti palestinesi contro obiettivi israeliani. Dal 29 marzo molte città della Cisgiodania sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese furono occupate. Il 2 aprile l’esercito israeliano entrò a Jenin. Dopo una settimana di combattimenti tra palestinesi armati e militari israeliani, elicotteri Apache bombardarono con i missili il campo profughi. Non fu risparmiato nemmeno l’ospedale, e i soccorsi furono spesso ostacolati. Centinaia di abitazioni furono abbattute con i bulldozer. Molti civili persero la vita sotto le macerie. 90 sono le vittime accertate dell’attacco a Jenin, anche se fonti palestinesi parlano di almeno 300. C’è il sospetto che l’esercito israeliano abbia occultato diversi cadaveri. Le Nazioni Unite hanno riconosciuto 52 vittime palestinesi, di cui 32 civili e 20 della polizia palestinese. 23 i soldati israeliani uccisi. Nel campo profughi circa 10 mila persone hanno perso la casa. L’operazione militare a Jenin durò otto giorni, ma per ancora altri due l’esercito israeliano impedì a chiunque di accedere al campo profughi. A dispetto dei controlli una troupe televisiva proveniente da Israele penetrò a Jenin mentre ancora infuriava l’attacco. Guidata dal regista israeliano di origine araba Mohammed Bakri, essa realizzò il documentario “Jenin... Jenin”, proposto al recente Festival del film di Friburgo. Si tratta di un lavoro che si pone radicalmente e senza compromessi dalla parte delle vittime civili palestinesi. Dal punto di vista cinematografico non è un capolavoro, ma ha l’indubbio merito di gettare una luce diversa su fatti ancora oggi poco chiari. Bakri non ha fatto una ricostruzione degli eventi, ma s’è limitato a lasciar parlare gli abitanti di Jenin. E l’esito è impressionante. Tanto che la tv israeliana ha deciso di non mandare in onda il film. E anche in Svizzera c’è chi ha accusato “Jenin... Jenin” di essere pura propaganda, chiedendo che non venisse proiettato a Friburgo. In realtà Bakri ha fatto solo il suo lavoro di documentarista. Ne parliamo con lui nell’intervista che segue. Non si può iniziare quest’intervista prescindendo dall’attualità di queste settimane. Mohammed Bakri, vede una logica comune che unisce il massacro di Jenin all’attacco degli Usa all’Iraq? È simile la sproporzione dei mezzi messi in campo dagli Stati Uniti e da Israele contro rispettivamente l’Iraq e il campo profughi di Jenin. Per eliminare Saddam Hussein basterebbe un solo proiettile. Allo stesso modo, il governo israeliano sostiene di aver lanciato l’attacco a Jenin per combattere il terrorismo, ma non sono i terroristi ad aver fatto le spese dell’attacco. Dunque sia in Iraq che a Jenin sono gli innocenti che pagano. C’è però una grossa differenza: come Stato Israele è in una posizione più delicata che non gli Stati Uniti. Israele infatti è uno Stato molto piccolo, terrorizzato, anzi paranoico: gli israeliani pensano che tutti li odiano e che quindi devono difendersi da tutti, per cui diventano aggressivi. In Occidente si ha spesso l’impressione che gli arabi sostengano acriticamente Saddam. I palestinesi in particolare e gli arabi in generale non credono in Saddam. Il problema non è Saddam, ma il rapporto fra Oriente e Occidente, fra Cristianesimo e Islam. Con l’11 settembre è diventato chiaro con tutta evidenza che nel mondo è in atto una campagna antiaraba e antiislamica. Noi arabi stiamo solo difendendo la nostra identià, le nostre origini, le nostre tradizioni. E odiamo Saddam, perché è un dittatore. Stiamo però dalla parte della gente, degli iracheni come dei palestinesi. Che subiscono l’imperialismo che si scatena contro l’Oriente. Certo vorremmo un altro leader per gli iracheni al posto di Saddam: ma questo cambiamento ai vertici del loro paese lo devono fare gli iracheni stessi. Non si sente solo e debole nel dire questo, quando ogni giorno i media occidentali danno tutt’altra visione dei fatti? Sì, e mi chiedo come sia possibile che l’Occidente non capisca quel che io capisco. In Europa e negli Stati Uniti si accetta serenamente che l’ipocrisia si diffonda e prenda piede, esattamente come lo si era accettato in Europa ai tempi di Hitler. È libero nel suo lavoro di attore e regista di origine araba in Israele? Non del tutto. È una libertà limitata. Sono convinto per esempio che la censura israeliana non avrebbe proibito "Jenin… Jenin" se fosse stato girato da un regista ebreo israeliano. Lo Stato di Israele fa delle differenze a svantaggio degli arabi, anche se di nazionalità israeliana, come me. Israele è uno Stato ebraico, per cui la piena democrazia è garantita solo agli ebrei. Comunque sono nato in Israele e vivo in Israele. Certo non partecipo al consenso nazionale che regge il paese, in particolare sulla questione della Palestina, ma ho comunque sufficienti occasioni di lavoro. Anche perché non condivido il destino di chi vive nei territori occupati o in un campo profughi. Può capire la decisione di molti artisti palestinesi di non lavorare con dei colleghi israeliani finché non finisce il conflitto? Certo. Le faccio un esempio che concerne mio figlio, cittadino israeliano che vive come me in Israele e lavora per il Teatro Nazionale. L’ho diretto in uno spettacolo che parla di un bambino israeliano e di uno palestinese che sono uniti come fossero dei fratelli siamesi e vengono portati all’ospedale per essere separati. Si tratta di uno splendido testo, un’ottima metafora della situazione. Ma quando è iniziata la seconda Intifada mio figlio ha deciso di non più fare quello spettacolo perché, mi disse, «non voglio mentire: adesso i bambini palestinesi non hanno nemmeno il permesso di andare all’ospedale». E ora continua a non fare quello spettacolo. Forse lo riprenderà se un giorno le ostilità dovessero cessare, ma per ora gli è impossibile. Può capire le reazioni di rifiuto che il suo film “Jenin… Jenin” ha prodotto anche nella comunità ebraica in Svizzera? Sì, posso capire, ma non posso accettare. In una situazione di panico non è possibile ragionare o accettare altri punti di vista. La comunità ebraica in Svizzera, come nel resto del mondo, è molto minoritaria, dunque molto debole, e si sente nella necessità di difendersi. Questo le impedisce di essere oggettiva. Molti ebrei israeliani che hanno visto il film si chiedono perché sia stato proibito dalla tv. Ma coloro che non l’hanno visto sono molto severi nel condannarlo, perché hanno subito un vero e proprio lavaggio del cervello mediatico. Come giunse in così poco tempo all’idea di realizzare “Jenin... Jenin”? Ero molto scosso dagli avvenimenti. Quando l’esercito israeliano attaccò Jenin e fu proibito di entrare nel campo profughi sia ai giornalisti, sia alle televisioni, sia alla Croce Rossa (e questo durò per dieci giorni), tutti ebbero l’impressione che qualcosa di estremamente grave stesse accadendo. Si cominciò così a parlare di un massacro, anche se non se ne sapeva in realtà praticamente nulla. Abito a mezz’ora di auto da Jenin, ma non potevo avere nessun influsso sugli eventi. È da questo sentimento di impotenza che è nato il bisogno di aiutare in qualche modo gli abitanti di Jenin, portando la loro voce fuori dal campo. In quel periodo stavo dirigendo le prove per un allestimento di “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller. Chiesi alla direzione del teatro di poter interrompere il lavoro per qualche tempo. Sei giorni dopo il massacro partìi con un cameraman e un fonico e di nascosto, perché l’esercito circondava tutto il campo, penetrammo nottetempo a Jenin attraverso le colline circostanti. C’è un rapporto fra il suo film “Jenin… Jenin” e l’assassinio da parte dell’esercito israeliano di Iyad Samudi, il venticinquenne ucciso il 23 giugno dello scorso anno e che produsse il film? Iyad non solo ha prodotto il film, ma ci ha anche trovato un alloggio a Jenin. Inoltre lui in quel campo conosceva tutti e tutto, e ci guidava, facilitandoci il contatto con gli abitanti. Senza il suo aiuto sul posto questo film non sarebbe stato possibile. Non so se via sia una relazione fra il suo assassinio e “Jenin... Jenin”. L’occupazione e l’atteggiamento dell’occupante sono comunque tali per cui non c’è bisogno di nessuna legittimazione per assassinare. Quante volte vengono assassinati degli innocenti, che in nessun modo sono coinvolti nel terrorismo? Ha avuto problemi con l’esercito israeliano durante le riprese? No, non l’ho nemmeno incontrato. L’ho evitato perché temevo che mi avrebbe sequestrato il materiale. È impressionante la testimonianza di una ragazza dodicenne intervistata nel suo film, che è molto lucida e determinata nel dichiarare che la lotta contro l’occupazione proseguirà e non sarà un massacro simile a fermarla: dice che «il campo per noi era tutto, e costringeremo Sharon a ricordarsene». Filmando quella dodicenne non mi sembrava di essere di fronte ad una bambina. E questo è tipico. Cercavo di farla sorridere facendo ricorso a tutto il mio mestiere di attore, e ci sono riuscito solo per un brevissimo istante. Nell’attacco era stata distrutta la sua casa ed erano morti due suoi cugini. L’intervista l’ho realizzata proprio al cimitero, nei pressi delle tombe dei suoi cugini. Ora, io sono convinto che un bambino in un cimitero pochi giorni dopo un simile massacro non è in grado di controllarsi. Lei invece era come se stesse recitando il ruolo della vittima. Io capivo che ripeteva soltanto degli slogan, ma lo dovevo accettare, perché questo è uno dei risultati degli attacchi israeliani. Perché uccidono l’infanzia, la speranza e la vita. So che quella ragazza ha dei sentimenti, delle emozioni, ma ha molta più rabbia e dignità. È una bambina, non è del tutto cosciente di ciò che dice, ma sa di dire la verità. Per me lei è un simbolo di ciò che il governo israeliano sta costruendo con la sua politica. Come ha scelto le persone da intervistare? Ed è stato difficile farle parlare? Gli abitanti di Jenin avevano bisogno di parlare. Sono arrivato in un momento molto delicato. Parlavano quasi con sé stessi. E avevano bisogno di aiuto. Così molti l’hanno trovato nella nostra camera: dovevano denunciare al mondo ciò che era loro accaduto senza che avessero alcuna colpa. Non dovevo neppure fare delle domande. Ho comunque cercato dei soggetti particolari, con una personalità in grado d’imporsi immediatamente, perché nel tempo di un documentario non potevo farci stare la ricostruzione completa del massacro e la descrizione di tutta la comunità di Jenin: dovevo quindi lavorare anche con le impressioni. E credo che le persone selezionate siano in qualche modo rappresentative di tutta la comunità. È stato difficile per lei controllare le sue emozioni durante le riprese? Soprattutto nelle prime tre ore. Nei primi momenti dopo l’impatto con quella realtà non potevo nemmeno muovermi, mi tremavano le ginocchia e non ero in grado di ragionare: vedevo tutto con estrema attenzione e lucidità, ma nulla più. In quei momenti mi sono solo fatto filmare dal cameraman mentre camminavo fra le macerie. Dopo tre o quattro ore mi sono abituato alla situazione e ho potuto cominciare a ragionare. Ma erano ancora il mio istinto e le mie emozioni che mi guidavano. E ho trovato fra la gente terrore, rabbia e delusione, ma non odio. Qualcuno addirittura sorrideva. Questo mi ha subito rinfrancato: perché temevo di trovare tanto odio da non poter lasciare nel film nemmeno uno spiraglio alla speranza. C’è un po’ di speranza? C’è molta speranza.

Pubblicato il 

11.04.03

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