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Nel Belpaese impazza la follia

di

Loris Campetti
Com'è successo che in sei mesi il centrosinistra che guida l'Italia deberlusconizzata abbia perso la risicatissima maggioranza – 25 mila voti – che aveva consentito la formazione del governo Prodi, contro cui oggi si esprime più del 60 per cento degli italiani? Tutta colpa di una finanziaria segnata dal rigore, risponde l'Unione. Una finanziaria pesante, quasi 40 miliardi di euro, per obbedire ai diktat europei, della Banca mondiale e del Fondo monetario. Prodi ha ereditato una situazione fallimentare (è come se in un campionato di calcio, dice, "partissimo da meno 26"). E questo è vero ed è il prodotto della "finanza creativa" di Tremonti e Berlusconi, liberista e dettata dagli interessi privati dell'ex premier e del suo blocco sociale. Però, se contro le scelte del governo si scatenano tutti, padroni e operai, sindaci di sinistra ed evasori fiscali, l'esercito dei precari e il sistema cooperativo, gli insegnati e gli studenti, Prodi e compagni non possono salvarsi la coscienza con la denuncia della fallimentare eredità berlusconiana: qualcosa nel governo "amico" non sta funzionando e il premier lo sa.

Peccato che alle critiche a 360 gradi Romano Prodi risponda con una delle sue più infelici battute: «Il paese è impazzito». Per citare Bertolt Brecht, se le masse non condividono la risoluzione del comitato centrale, bisogna cambiare le masse.
Partiamo da un'analisi della legge fondamentale dello stato in discussione in questi giorni nei due rami del parlamento e del Dpef – il decreto di programmazione economica e finanziaria – che l'ha preceduta. Insomma, parliamo di politica economica. All'inizio la finanziaria sembrava segnata da due elementi: rigore e sacrifici da un lato, giustizia fiscale e redistribuzione della ricchezza dall'altro. Si poteva eccepire soltanto sulla voce rigore, come faceva l'ala sinistra dell'Unione che chiedeva di ricontrattare tempi e parametri europei, come da sempre fanno i paesi che contano dell'Ue, per evitare un salasso impopolare. Però niente da eccepire sulla lotta all'ultimo sangue all'evasione fiscale che in Italia pesa quanto una decina di finanziarie. Solo per avere un riferimento, i miliardari in Italia (ragionando con le vecchie lire, dunque chi ha più di 500 mila euro esclusi gli immobili) sono 720 mila mentre chi denuncia al fisco più di 200 mila euro non supera i 50 mila contribuenti. Il divario intollerabile è dato da un insieme di evasione, elusione e prelievo alla fonte delle rendite finanziarie (che passerà dal 12 al 20 per cento, la metà del prelievo sui redditi da lavoro dipendente) che non vanno inserite nella cartella delle tasse. E ancora si prometteva – sempre al momento della presentazione della finanziaria – più giustizia: chi aveva dato troppo negli anni passati – i lavoratori dipendenti – avrebbe avuto di più e a pagare sarebbero stati padroni ed evasori ingrassati in epoca berlusconiana. E così, i due pilastri del consenso al governo furono Rifondazione comunista e la Cgil. Un idillio consumato in fretta, quando dalle dichiarazioni di intenti si è passati ai numeri.
La Confindustria, il cui vertice prima delle elezioni si era schierato a sostegno del centrosinistra, ha presentato il conto al nuovo governo, strappando subito gran parte dei benefici ottenuti con la riduzione di tre punti del cuneo fiscale (il divario tra il costo del lavoro e la busta paga dei lavoratori). Ma ai padroni non è bastato il regalo prodiano e hanno alzato il prezzo. Vogliono di più, hanno fatto fuoco e fiamme contro il trasferimento del Tfr (la liquidazione, di proprietà dei lavoratori) dalle casse delle imprese a quelle dello stato, trasferimento che alla fine riguarderà solo le grandi aziende. E nessuno che si ricordi che i veri proprietari del Tfr non sono né il ministero del tesoro, né i padroni.
E ancora. Le tre leggi scandalo di Berlusconi (la legge 30 che moltiplica la svalorizzazione e la precarizzazione del lavoro, la legge che criminalizza i migranti e militarizza le nostre coste e la Moratti che mina alle fondamenta la scuola pubblica), di cui il programma dell'Unione prevedeva il superamento, sono sempre lì, vive e vegete e pronte a far nuovi danni sociali e culturali. Contro la precarietà a inizio mese un'imponente manifestazione a cui hanno aderito associazioni, sindacati di base e di categoria come la Fiom-Cgil, partiti della sinistra radicale e una decina di viceministri ha attraversato il centro di Roma contestando da sinistra il governo e il ministro diessino del lavoro, Cesare Damiano. Ma i sindacati confederali, Cgil in testa, hanno dato forfait per non disturbare i "passi riformisti" del governo amico, aprendo una grave lacerazione nel movimento. Non sono i soli i precari a chiedere il rispetto degli impegni programmatici. Hanno protestato vigorosamente i sindaci delle maggiori città, da Roma a Torino, da Bologna a Napoli, praticamente tutti diessini o ulivisti, contro il taglio dei fondi agli enti locali che si risolveranno in una riduzione dei servizi e dunque del welfare. Mentre l'unico ministero a far cassa è quello della difesa. Contro i tagli alla scuola e alla ricerca questa settimana sciopereranno insegnanti e studenti di tutte le sigle sindacali, confederali e di base. Contro la reintroduzione dei ticket sulle medicine hanno già manifestato i pensionati. E via scioperando e manifestando, dal disastrato sud all'egoista nord. Proteste di destra e proteste di sinistra.
La cosa che colpisce di più in questa finanziaria è la sua straordinaria mutevolezza: cambia ogni giorno, ogni giorno compaiono e scompaiono tasse, sui suv e sul turismo, sulle automobili e sull'eredità, sugli immobili. Cambiano le aliquote dei prelievi fiscali per le varie categorie e corporazioni. Il lobbing ha la meglio sulla politica, difficile dire quale sarà la versione finale della finanziaria, e solo all'ultimo voto si potrà dare un giudizio definitivo. Quel che è molto probabile è che alla fine sarà approvata con il voto di fiducia, per evitare lo scoglio delle migliaia di emendamenti presentati dall'opposizione ma anche dalla stessa maggioranza, e tenuto conto del fatto che al senato il centrosinistra può contare su pochissimi voti di scarto su quella che fu la Casa delle libertà, ormai implosa in mille schegge. Da un lato la trincea con i fedeli alla linea di Berlusconi, dall'altro i centristi dell'Udc alla ricerca di un governassimo che tagli le ali estremi, dall'altro ancora i leghisti che a giorni alterni minacciano la secessione o l'accordo con il governo. Solo dopo la finanziaria, quando entrerà nel vivo lo scontro a sinistra sulla formazione del Partito democratico tra Ds e Margherita – tomba di ogni residuo argine socialdemocratico – si capirà il futuro del governo Prodi e delle residue speranze di un Rinascimento italiano.

Pubblicato

Venerdì 17 Novembre 2006

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