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Naturalizzazioni, un’altra vittima

di

Stefano Guerra
«Non ho fatto nulla di male, ho sempre lavorato sodo, ho sempre pagato le imposte, Jessica, Denise e Berkan - i miei tre figli - sono nati qui e parlano solo l’italiano». Veysel Dursun non riesce a capire le ragioni - nessuno gliele ha mai spiegate - che hanno spinto il Consiglio comunale di Porza a rifiutargli il passaporto rossocrociato richiesto quattordici anni dopo essere arrivato in Ticino. Vittima di una prassi arbitraria ma legale - secondo la legge in vigore comuni e cantoni possono rifiutare la naturalizzazione di uno straniero senza indicarne i motivi -, il 33enne turco originario di Siran ora parla di «razzismo», termine che usa per la prima volta da quando è in Ticino: «mai prima d’ora avevo sentito ostilità nei miei confronti», dice. Il razzismo percepito da Veysel Dursun è frutto di una procedura di naturalizzazione sfociata lo scorso 9 dicembre nella decisione del Consiglio comunale di Porza di rifiutare a larga maggioranza la sua domanda di attinenza estesa ai tre figli di undici, sei e un anno. Il Consiglio comunale sposò allora il parere della Commissione delle petizioni che aveva preavvisato in modo favorevole un messaggio municipale palesemente contraddittorio. Dopo aver preso atto dell’esito positivo dell’esame sostenuto dal candidato davanti all’apposita commissione, l’Esecutivo di Porza scriveva infatti che «dagli accertamenti dell’idoneità previsti dalla legge non si rileva nulla di sfavorevole» e che anche per le autorità di polizia e per l'Ufficio esazione imposte «non vi sono osservazioni particolari». Qualche riga dopo, il Municipio scriveva però che «anche se non risultano impedimenti di ordine formale, il candidato non dimostra una sufficiente integrazione e non presenta i requisiti di idoneità». Sufficiente integrazione? Requisiti di idoneità? «Ma se la mia vita è qua - ribatte Veysel Dursun -. Sono sposato, ho tre figli che non parlano nemmeno il turco. Ho un lavoro di responsabilità, mia sorella vive con i figli a Paradiso e hanno tutti il passaporto svizzero. L’unico problema che ho avuto è stato un piccolo litigio fra mia moglie e una vicina, ma niente di grave. Io non ho nessuna intenzione di tornare in Turchia: il mio futuro è qui in Ticino». Le reali motivazioni del rifiuto della domanda di attinenza presentata da Veysel Dursun non sono mai venute a galla: né il messaggio municipale, né il rapporto commissionale, né tantomeno la discussione svoltasi in Consiglio comunale hanno fatto chiarezza. Il sindaco Roberto Bizzozero ribadisce: «Il Municipio si è convinto che il candidato non era sufficientemente integrato». Ma cosa significa “non sufficientemente integrato”, “non idoneo”, in questo caso? «Non posso dire nulla perché sennò violerei il principio di collegialità», risponde Bizzozero. I ricorsi inoltrati nelle scorse settimane dal consigliere comunale socialista Aldo Pescia al Consiglio di Stato e al Tribunale amministrativo non sono serviti a levare il velo di silenzio. L’articolo 17 della Legge sulla cittadinanza ticinese e sull’attinenza comunale (Lccit) parla chiaro: «Conclusi gli accertamenti, il legislativo comunale decide inappellabilmente sulla concessione dell’attinenza comunale»; «Se l’attinenza comunale è rifiutata la procedura ha termine». Punto. Così la Lccit - rassicurante mantello sotto il quale si annidano pregiudizi e pratiche arbitrarie - ha fatto un’altra vittima. L’esempio di Veysel Dursun non è che uno fra tanti, preceduto nello stesso Comune luganese da un altro caso. Il 10 giugno 2002 il Consiglio comunale salvò in extremis Mehmet Cengel, 42enne turco, sulla cui richiesta di cittadinanza gravavano un messaggio municipale e un rapporto commissionale di minoranza contrari alla concessione del passaporto in quanto, fra le altre cose, il candidato avrebbe atteso in modo premeditato la fine dell’obbligo militare in modo da non dover pagare la relativa tassa. Poi però gli argomenti della buona integrazione e della soddisfacente situazione economica di Mehmet Cengel prevalsero sulla presunzione di colpevolezza. E il Legislativo sconfessò il Municipio. «Se da noi fosse uso e costume respingere domande di naturalizzazione è un conto, però non è così», dice il sindaco Roberto Bizzozero. È vero, ma il problema non è Porza: è il vuoto giuridico nel quale si sono mossi Municipio e Consiglio comunale. Sprovvisti della facoltà di appellarsi - e in attesa dell’introduzione nella legge federale di un diritto di ricorso che il Governo auspica ma che al Consiglio degli Stati incontra forti resistenze -, gli stranieri che si vedono rifiutare l’attinenza comunale non hanno altra scelta che cambiare Comune e riprovarci una volta trascorsi tre anni. Così farà Veysel Dursun, che mentre prepara le valigie per Pregassona continua a dirsi: «Non capisco, non mi hanno detto nulla. Tutti al Comune mi dicevano di non preoccuparmi. Non è giusto, era un mio diritto».

Pubblicato

Venerdì 28 Marzo 2003

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