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Nate il 14 giugno

di

Françoise Gehring Amato
"Se le donne vogliono, tutto si ferma". Ricordate? Era il motto dello sciopero nazionale delle donne. Era il 14 giugno 1991. Era il colore lilla, fucsia, viola. Era la fantasia. Era tutto il cielo delle donne. A dieci anni di distanza lo sciopero — lanciato dalle lavoratrici dell’orologeria della Vallée de Joux per dire basta alle discriminazioni salariali — rimane una delle manifestazioni politiche più importanti, se non la più importante. Svoltosi nell’anno delle utopie — nel 1991 la Svizzera ufficiale era impegnata nei festeggiamenti del 700esimo della Confederazione — lo sciopero delle donne permise all’altra metà del cielo di uscire allo scoperto, di rompere il velo dei silenzio, di porsi come soggetto politico collettivo. Il giorno della protesta eravamo in tante, 500 mila in tutta la Svizzera. Nonostante le intimidazioni dei datori di lavoro, malgrado le minacce, le derisioni, le donne si sono fermate. E con loro buona parte del Paese, con buona pace delle Cassandre. A distanza di anni le parole paternalistiche del presidente del Consiglio degli Stati di allora — Max Affolter raccomandò alle donne di "non partecipare allo sciopero per non compromettere la benevolenza degli uomini nei confronti delle loro aspirazioni" — ci sembrano ancora più stonate. Il 14 giugno fu un punto di partenza importante per nuove e difficili conquiste. Alcune si arenarono subito, come la raccolta di firme in favore dell’iniziativa "Consiglio federale 2000" che chiedeva un’equa rappresentanza delle donne. Altre richiesero molta tenacia. Dieci anni dopo quale bilancio possiamo trarre? "Con tutte le disparità che continuano a sussistere tra donna e uomo — fa notare l’Ufficio federale per l’uguaglianza — gli effetti dello sciopero delle donne non sono certo riconoscibili a prima vista. Ma i piccoli progressi tendono a manifestarsi su un arco di tempo relativamente lungo e si notano soprattutto in un’accresciuta sensibilità alle questioni di genere". Concretamente, le donne continuano ad essere meno pagate nell’economia privata, il tempo della cura della famiglia pesa ancora sulle loro spalle, la rappresentanza femminili nelle istituzioni è sempre troppo bassa, l’assicurazione maternità è ancora una chimera. La strada, insomma, è tremendamente lunga. Per ricordare questo anniversario abbiamo scelto di intervistare la consigliera nazionale socialista Christine Goll, vice presidente del Pss. Personalità di spicco della formazione femminista Frap (Frauen Macht Politik) nata a Zurigo, Christine Goll è rimasta in prima linea a difendere la causa delle donne. Con lo stesso piglio combattivo di sempre. Christine, dieci anni dopo lo sciopero delle donne che bilancio trarre per l’altra metà del cielo? "Se guardiamo da vicino che cosa è accaduto in questi dieci anni possiamo dire che le donne hanno ottenuto dei successi importanti. Uno di questi è senza dubbio la legge federale sulla parità tra donne e uomini approvata cinque anni fa. Ci sono state, tuttavia, delle sconfitte e quella che brucia di più è senza dubbio la mancata realizzazione dell’assicurazione maternità". Le donne hanno conservato la capacità di mobilitarsi? "Penso di sì, ma in modi diversi. Quando si fanno delle analisi o dei paragoni non bisogna mai dimenticare che il 14 giugno 1991 fu una giornata eccezionale, straordinaria. Le donne di tutta la Svizzera si erano mobilitate in massa dando prova di grande forza. Dopo lo sciopero nazionale ci sono comunque state altre occasioni di mobilitazione. Penso, ad esempio, alla rabbia delle donne esplosa in occasione della non elezione di Christiane Brunner in Consiglio federale. Era il mese di marzo del 1993 e la Piazza antistante Palazzo federale si era riempita di donne critiche verso gli intrighi di Palazzo e solidali con Christiane. Ricordo, tra l’altro, che quella mobilitazione aveva avuto delle conseguenze sul piano politico: in diversi cantoni e comuni le donne erano riuscite a conquistare diverse poltrone rendendo così palpabile il cosiddetto "effetto Brunner". Un altro esempio, più recente, di mobilitazione femminile — che ha però coinvolto soltanto romande e ticinesi — riguarda il sostegno all’assicurazione maternità, poi naufragata in votazione popolare". Ma che cosa rimane del movimento femminista? "Si è rinnovato, almeno in parte, con la Marcia mondiale delle donne. In tutto il mondo, e quindi anche in Svizzera, la Marcia mondiale ha saputo riaccendere la capacità di mobilitazione delle donne. Adesso si mobilitano anche per questioni specifiche; penso, per esempio, alle infermiere che più di una volta sono scese in piazza per protestare contro le discriminazioni". Allora la marcia mondiale delle donne può dare un nuovo slancio al femminismo? "Ne sono sicura. La Marcia mondiale segna l’avvio di un nuova politicizzazione delle donne e, soprattutto, dei temi che porta avanti, come quello della giustizia sociale. Riportare sul terreno politico questa questione è importantissimo per la nostra società. Porre l’accento sul tema della violenza e della povertà delle donne significa svelare delle realtà sensibili. Non dimentichiamoci che in Svizzera molte donne, pur con delle differenze, sono toccate dalla povertà e maggiormente esposte alle ingiustizie sociali. Penso ai salari bassi, alle persistenti disuguaglianze nelle assicurazioni sociali". Quale, oggi, il tuo sguardo sulla situazione delle donne in Svizzera? "Il bilancio è mitigato. Ma adesso occorre pensare all’avvenire che ha in serbo tre grandi temi. Il primo riguarda i salari ed è strettamente legato alle riforme in corso delle assicurazioni sociali. Occorre lottare, compatte, per evitare che le donne siano le grandi perdenti di questi cantieri, ossia Avs, Ai e assicurazione disoccupazione. Il secondo tema concerne la divisione del lavoro, remunerato e non remunerato. Non dimentichiamo che il lavoro non remunerato, svolto in prevalenza da donne, ha un valore di 215 miliardi di franchi all’anno. Il terzo tema per il quale occorre lottare, riguarda i diritti specifici delle donne migranti. Si tratta di un problema molto importante che richiede soluzioni che tutelino la dignità e l’indipendenza delle donne. Basti pensare, per esempio, allo statuto del soggiorno delle migranti legato a doppio filo allo stato civile". Apriamo una finestra sul resto del mondo dove, in molti paesi, le donne soffrono ancora moltissimo. A chi va il tuo pensiero? "Ci sono dei parallelismi tra la situazione delle donne in Svizzera e nel resto del mondo. È chiaro, comunque, che il divario tra ricchi e poveri si misura in modo molto più drammatico tra Nord e Sud e Est e Ovest. Le donne del Sud del mondo e dei paesi dell’Est sono esposte quotidianamente alla povertà". Qual è stato secondo te, l’impatto più grande del femminismo? "Il grande successo del movimento femminista è di aver mostrato che le questioni "femministe" non toccano soltanto le donne, ma riguardano tutti i livelli della politica. Ciò significa che in tutte le decisioni che l’autorità politica prende, la dimensione della condizione femminile deve essere presa in considerazione, specialmente per meglio misurare le conseguenze sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne. Si tratta di una grande conquista". Le "femministe" continuano ad essere viste con sospetto dagli uomini (compresi quelli di sinistra). Si ha quasi l’impressione che ci sia una sorta di fissazione negativa. Perché secondo te? "È molto semplice. Si tratta di una questione di potere. Le rivendicazioni delle donne sul piano politico mettono in gioco il potere degli uomini, alcuni dei quali hanno paura di perdere un dominio che credevano sicuro".

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Venerdì 8 Giugno 2001

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