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"Narro un'imprenditoria che lascia solo macerie"

Intervista allo scrittore Massimo Carlotto che ci parla del suo ultimo romanzo in cui a delinquere sono le persone “perbene”, metafora di un’Italia senza futuro

di

Federico Franchini

Massimo Carlotto è senza dubbio il Grande Maestro del noir italiano. Ideatore della serie dell’Alligatore (arrivata con successo in tv a fine 2020), l’autore padovano in quasi trent’anni di carriera ha continuato ad esplorare le varie sfaccettature del male, uscendo dalle logiche e dalle gabbie (vedi la serialità gossippara della vita amorosa dei vari commissari, ispettori e ispettrici) che spesso caratterizzano il pur interessante panorama italiano della letteratura criminale. Il lavoro di Carlotto va oltre la storia che racconta: la sua è un’opera sociologica che, tramite il romanzo noir, espone i sottili e putridi meccanismi socio-economici che reggono l’Italia del nuovo millennio. La prova, se ce n’era bisogno una, è l’ultimo romanzo “E verrà un altro inverno” da poco pubblicato da Rizzoli. È una storia ambientata in un’innominata valle del Nordest italiano dove il boom economico ha lasciato spazio alle delocalizzazioni e alla crisi. Un territorio dove a farla da padrone sono i Pesenti, notabili locali che determinano la vita non solo economica della valle e che tentano di conservare il controllo sul territorio sfruttando il quale hanno costruito le proprie ricchezze. In questo mondo in cui denaro e falsità la fanno da padrone vanno in scena un susseguirsi di misteri e di delitti in cui la “brava gente” si rivela essere la più feroce. Non sveliamo di più, ma affrontiamo alcuni temi alla base del romanzo con lo stesso Massimo Carlotto che ci ha concesso questa intervista.

 

Massimo Carlotto, lei ha spesso raccontato le gesta di persone appartenenti al mondo della criminalità organizzata. Con quest’ultimo romanzo ha voluto esplorare un’altra faccia del male, quella legata ai comuni mortali. Come mai?


Per venticinque anni ho scritto romanzi sulla relazione tra la criminalità organizzata, strutture mafiose e tre ambienti della nostra società: la politica, l’imprenditoria e la finanza. Quando mi sono reso conto che economia legale ed economia illegale, almeno nei territori del Nordest italiano, sono un unico sistema che funziona alla perfezione mi sono detto che non avrebbe avuto più senso parlarne: avrei corso il rischio di scrivere sempre lo stesso romanzo. Per questo, m’interessava esplorare un nuovo territorio e analizzare, tramite il noir, il meccanismo che porta le persone normali a diventare criminali.

 

Quale è la sua spiegazione di questo tipo di male?


 I moventi sono sempre gli stessi: potere, sesso e denaro. M’incuriosiva però sondare le cause scatenanti. In Italia il crimine tra le persone comuni sta dilagando. È come se ci fosse stato un crollo morale nel paese che deriva secondo me dalla corruzione della classe dirigente come modello. Una classe dirigente corrotta, triplogiochista, in odore di rapporti con la mafia, e che sta legittimando la decadenza morale delle persone.

 

Dalla lettura del romanzo sembra che siamo tutti marci. È davvero così?


Assolutamente no. Le faccio l’esempio del Veneto, una regione dove il bene e il male si confrontano continuamente. Perché c’è una parte legata alle istituzioni, al potere, alla politica, all’imprenditoria e alla finanza che è estremamente marcia come dimostra ad esempio lo scandalo del Mose. Dall’altra parte abbiamo una regione che ha il maggior numero di associazioni di volontariato le quali fanno un lavoro straordinario. La maggioranza del territorio è abitata da persone perbene, le quali sono però vittime del marciume di chi tira le fila: vuoi per i danni sul territorio che si creano, vuoi anche per il decadimento morale.

 

Per l’ultimo romanzo, quanto si è basato su fatti realmente accaduti?


Come sempre sono partito da un fatto di cronaca: un ricco architetto sposato con una nobildonna locale e ucciso qualche anno fa da due balordi in una valle chiusa. La storia vera ha poi avuto un esito diverso da quella del libro, ma l’episodio mi ha permesso di raccontare la valle, la vera protagonista di questo romanzo.

 

Una valle che non nomina, ma che sembra essere il ritratto di un paese intero…


Sì, quello che succede nella valle del romanzo accade nell’Italia di oggi. Racconto la storia di un territorio che prima era dedito all’agricoltura e all’allevamento e poi è diventato un distretto industriale. Quelli che erano prima i padroni delle terre e delle bestie ora sono i capitani d’industria che organizzano e comandano in questi territori.

 

Nel libro li chiama i maggiorenti...


È un termine ottocentesco che indica le famiglie che contano. Famiglie d’industriali che sono onnipresenti e finiscono di decidere un po’ tutto e determinano il destino del paese, dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista del potere e dei rapporti di potere. Sono persone che in economia sono molto evolute e possono essere concorrenti in tutto il mondo; da un punto di vista sociale e culturale sono però ferme agli anni ’60.

 

Nel 2005, con il romanzo Nordest aveva già narrato marciume e contraddizioni di questo territorio, così come il ruolo delle grandi famiglie. Che cosa è successo in questi anni?


È successo che la borghesia imprenditoriale legata alle grandi famiglie ha badato solo ai propri interessi, lasciando solo macerie. Oggi in Veneto ci troviamo con 91.300 capannoni vuoti, sorta di archeologia industriale di uno sviluppo economico putrido che ci ha fatto infiltrare dalle mafie e che si basa su lavoro nero, evasione fiscale e smaltimento illecito di rifiuti. Questa classe imprenditoriale ha lasciato un territorio devastato senza assumersi minimamente la responsabilità delle sue azioni, anche per quanto riguarda gli innumerevoli incidenti sui posti di lavoro. Questo è l’aggancio con il nuovo romanzo: la mancanza assoluta di responsabilità di questo ceto imprenditoriale che consuma territorio e persone, senza porsi il minimo problema di quello che sta facendo e senza nessun senso di futuro.

 

Qual è la differenza rispetto agli anni della sua militanza giovanile?


All’epoca c’era un altro tipo d’industria, ma anche un altro tipo di classe operaia che aveva coscienza di sé. Oggi anche i più precari e sfruttati votano Lega. C’è qualcosa che non va. Questa classe imprenditoriale ha saccheggiato il territorio e con l’arrivo della Lega c’è stata una desertificazione culturale, uno scollamento di classe per cui è difficile costruire su questo tipo di macerie.

 

Insomma, non c’è più la coscienza di classe?

 

È in atto una sorta di deriva del mercato del lavoro, dove gli ultimi sono sostituiti da persone ancor più vulnerabili. Gli operai sono stati trasformati in partite Iva, in imprenditori di sé stessi e il precariato è la norma. Tutto ciò ha sotterrato la coscienza di classe.

 

Senza coscienza di classe, la lotta di classe è persa in partenza…


La cosa drammatica è che in questi territori non c’è conflitto di classe perché la parte più bassa da un punto di vista sociale fa di tutto per entrare nelle grazie dei maggiorenti. Anche nel romanzo dove un gruppo di persone mediocri cerca di entrare nelle grazie delle famiglie che contano. Le relazioni tra classi sono inoltre regolate da meccanismi corruttivi. Senza conflitto, però, non si arriva a recuperare nulla da un punto di vista sociale. Non possiamo quindi aspettarci grandi cambiamenti.

 

Da dove ripartire?


Trovo che ci sia una grande confusione all’interno della sinistra, proprio sul modo di affrontare i conflitti nel mondo del lavoro e le nuove forme di sfruttamento. Ammetto di non capire bene cosa intendano fare i sindacati tradizionali. Penso che occorra una ripartenza dal basso, dai luoghi di lavoro. È qui che il sindacato deve essere fondamentale, perché se non si riparte dal lavoro diventa complicatissimo riuscire a smuovere le cose.

 

Nel suo ultimo libro, un ruolo importante è dato dalle donne: gli uomini creano i problemi, le donne (a loro modo) li risolvono. Le donne sono una speranza, per lei?


Le donne sono le uniche che in questo romanzo hanno un senso del futuro e le idee chiare sui propri desideri. Anche se sono dei desideri anni Settanta e basati su un modello arcaico dove il marito è quello che sostiene la famiglia. È un modello ancora presente nel Nordest, anche a causa di quell’arretramento culturale di cui accennavo in precedenza. La relazione tra grandi famiglie e territorio funziona ancora su questo tipo di società. Però sì, penso che le donne siano la nostra unica speranza.

 

Non sveliamo nulla ai lettori, ma un altro protagonista del romanzo sono i marron glacé, a loro modo portatori di morte. Come le è venuta questa idea?


È una mia perversione. Io adoro i marron glacé, li preparo. Adesso si è aperto un dibattito parallelo al romanzo, sulla glassatura e i vari processi di preparazione.

 

Un’ultima domanda: su cosa sta lavorando?


Partecipo ai festeggiamenti per i Gialli Mondadori. Sto terminando un romanzo finto investigativo che mi permette di analizzare le evoluzioni e le trasformazioni all’interno del mondo della prostituzione a Padova.

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Lunedì 28 Giugno 2021

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