D10s

C’è la Napoli di sopra, da cartolina, Vesuvio, lungomare Caracciolo, Posillipo, il golfo. “Napule è nu sole amaro/ Napule è addore e’ mare” cantava l’indimenticabile Pino Daniele. C’è la Napoli dei vicoli, i bassi; poi quella del contrabbando, Forcella e la Duchesca, “Napule è na carta sporca/ e nisciuno se ne importa”.

 

C’è una Napoli sotterranea, buia, esoterica, con le beghine che lucidano i teschi adottati. Napoli è una luce abbagliante che è un inno alla vita e un buio angosciante che sa di morte. Napoli è la città dello sberleffo, del pernacchio di De Filippo e della livella di Totò, della comica poetica di Troisi. Napoli è la Tammurriata nera, “È nato nu criaturo niro, niro/ e ’a mamma ’o chiamma Ciro/ sissignore ’o chiamma Ciro”. Napoli è la città più bella del mondo. Napoli è Diego Armando Maradona. San Gennaro dei miracoli scioglie il suo sangue, Diego la mano de Dios con i suoi miracoli scalda il sangue nelle vene di un popolo intero, lui stesso si scioglie nel “suo” popolo, quello della Boca e di Caminito così come quello di Mergellina e del carcere minorile di Nisida.


Napoli accoglie con calore i suoi eroi con la maglietta azzurra e i calzoncini corti, e di campioni ne ha avuti tanti, da Omar Sivori a José Altafini, da Alemao a Careca. Il belga Dris Mertens per tutti qui si chiama Ciro, come la criatura nata nira lasciata in ricordo alla ragazza napoletana dai soldati americani arrivati dopo la liberazione della città, dopo le 4 giornate di un’insurrezione popolare che cacciò i nazifascisti dal Golfo prima dell’arrivo degli alleati. L’attuale centrocampista figlio di immigrati Demme, invece, si chiama semplicemente Diego come centinaia e centinaia di ventenni, è nato durante i fasti partenopei del pibe de oro e suo padre emigrato in Germania decise così. Tanti campioni, tanto feeling (con quasi tutti, escluso Higuain il traditore vendutosi ai nordisti juventini) ma un unico eroe: Diego Armando, il solo che, presa in braccio la città, l’ha fatta saltare insieme a lui oltre l’ostacolo, in paradiso: due scudetti, nell’87 e nel ’90, una Coppa Italia, due supercoppe, una Uefa. Fuori da una storia segnata dal razzismo nordico di quelli che vergano “forza Vesuvio”, verso il riscatto dei napoletani: “Uno di noi/ Diego uno di noi”. In risposta ai veronesi che gridavano slogan contro i napoletani che puzzano, impararono a mettere in campo con orgoglio la loro ironia srotolando sugli spalti della città di Giulietta e Romeo uno striscione con su scritto “Giulietta è ’na zoccola”.


Diego che per far sorridere i bambini poveri accetta di vestirsi da Babbo Natale. Diego si perde, si droga, si cura, ride e piange, frequenta la perduta gente che è facile incontrare a Napoli, Diego fa ridere e fa piangere, “uno di noi”. Basso e tarchiato, scatta e scarta come una lepre, commuove con un dribbling lungo mezzo campo prima di buttare la palla dentro, ma se si tratta di far piangere la perfida Albione la butta in rete anche con la mano, la mano de Dios e vince il ritorno della partita iniziata alle Malvinas. Mago e imbroglione, serve altro per spiegare il rapporto magico tra Napoli e Diego Armando Maradona? Almeno tre generazioni hanno riso e pianto con il pibe de oro, che quando licenziò il suo manager spiegò il perché: è più interessato all’oro che al pibe.


Per la morte di Diego nei bassi napoletani si è pianto con ancora più dolore che al Vomero perché là sotto, tra Quartieri spagnoli e rione Sanità, tra Soccavo e Pignasecca il dolore è di casa e Diego è stato e resta il riscatto sociale, il sogno. Qua sotto, gli idoli di Diego – Fidel, il Che – non fanno paura, qua sotto si condividono le sue intemerate contro il liberismo e le diseguaglianze.


Per i funerali il sindaco Luigi De Magistris ha indetto una giornata di lutto, se non l’avesse fatto, comunque, i suoi cittadini l’avrebbero praticata spontaneamente. Semplicemente perché Napoli è in lutto. «Diego ha contribuito a riaccendere l’orgoglio» dice il presidente della Campania Vincenzo De Luca e subito c’è chi lo svergogna denunciando il suo peccato mortale: tifa Juventus.


Adesso le botteghe di San Gregorio degli armeni, la via dei presepi, sono chiuse per Covid, chissà, quando riapriranno, in quante versioni sarà esposto il pupazzetto di Diego Armando, tutte quelle viste in questi giorni davanti ai murales del mito dipinti ovunque dal centro a San Giovanni a Teduccio, e qualcuna di più. Anche dal pennone del monastero delle clarisse cappuccine garrisce la bandiera del Napoli, con Maradona incorporato. Un Maradona che, come Napoli, si è sporcato di fango. Il più grande numero 10 di tutti i tempi, lontano dai potenti, vicino agli ultimi tra i quali è nato, accanto ai quali è rimasto sempre, anche dopo essere diventato il primo.

 

Una vita d’impegno per le cause “mancine”

di Maurizio Matteuzzi

«Tu che ne sai di Buenos Aires?»
«Maradona, desaparecidos, tango...»
Così, con queste tre parole, risponde Pepe Carvalho, l’investigatore creato da Manuel Vázquez Montalbán in uno dei suoi libri, “Quintetto di Buenos Aires” del 1997.


Diego Maradona, “el Diez”, il numero 10 più grande di sempre (sì, anche di “o Rey” Pelé), “el D10s”, “la mano sinistra di Dio”, è morto a 60 anni appena compiuti il 25 novembre «portandosi via per sempre il fútbol» come ha scritto un po’ enfatico il Clarín.


Non solo il fútbol. Diego è stato molto più che il fútbol e il suo mito non potrà mai essere scalfito perché lui, “el Pibe de Oro” cresciuto nell’orrore dello slum bonaerense di Villa Fiorita, è ormai ineluttabilmente nel pantheon degli eroi dell’Argentina. Come Evita, il Che, Gardel, tutti morti giovani, tutti, in un modo o nell’altro, sconfitti. L’antieroe argentino che si è fatto eroe nonostante tutto, nonostante le sue tante cadute e contraddizioni.


Come disse Eduardo Galeano «Maradona è diventato una specie di Dio sporco, il più umano degli dei. Un Dio sporco che ci assomiglia: donnaiolo, sboccato, ubriacone, irresponsabile, bugiardo, fanfarone».


Non solo il fútbol e non solo l’Argentina. Maradona con la sua personalità “indomita e plebea” è stato anche un simbolo  per l’America latina e per gli ultimi della Terra, contro l’arroganza dei potenti e la protervia “dell’imperialismo”. Di sé disse , rivendicò e praticò di essere «completamente mancino: con il piede, con la mano, con la testa e con il cuore».


Cuba, dove andò nel 2000 per la prima delle tante cure di disintossicazione divenne (con Napoli) la sua seconda patria. All’Avana si riprese e seminò alcuni dei tanti figli. E Fidel divenne come un secondo padre. Simbolicamente Diego è morto lo stesso giorno, quattro anni più tardi.


Cuba e l’America latina. Quando nell’86, quattro anni dopo la guerra persa con l’Inghilterra per le Falkland-Malvine, fece “quel gol divino” e truffaldino con la mano sinistra, tutti gli argentini, i latino-americani e non solo «lo spingemmo in alto perché arrivasse a prendere quella palla: Diego era tutti noi». Quel gol, scrisse il poeta uruguayano Mario Benedetti, fu «l’unica prova convincente dell’esistenza di Dio».


Diego ha smesso di giocare nel 1997, a 37 anni, ma il suo mito e il suo impegno per le cause “mancine” dell’Argentina, dell’America latina e dell’umanità non si fermò lì, come le sue cadute e ricadute. Gli argentini Néstor e Cristina Kirchner, il venezuelano Chávez, il boliviano Morales, il brasiliano Lula, l’uruguayano Mujica: Diego c’era sempre.

 

C’era anche nel 2005 sul treno che andò da Buenos Aires a Mar del Plata per dire no a George Bush («immondizia dell’umanità» lo definì) e al trattato di libero commercio imposto dagli Usa, l’Alca. C’era quando portò palloni e magliette ai bambini di Soweto. C’era quando abbracciare Hebe Bonafini (nella foto) e le madri di Piazza di Maggio (che lo adoravano) non era ancora doveroso. Quando si trattava di sostenere la causa della Palestina. Quando si trattò di dire che il papa polacco Wojtyla non gli piaceva per niente (al contrario di Francesco), di protestare per i golpe, truccati da rivolte democratiche, di cui erano stati vittima Lula e Dilma in Brasile ed Evo in Bolivia. C’era.


Ora «l’immortale è morto». Di lui Osvaldo Soriano disse che vedere Maradona era «una benedizione di Dio», come «essere stati in prima fila ad ascoltare Gardel». E il cileno Luis Sepúlveda sintetizzò: «Diego è un miracolo».


Visto cosa è stato in vita è inevitabile che anche in morte su di lui si scateni la polemica. Il 25 novembre era anche il giorno contro la violenza sulle donne e ci sono state le proteste (legittime) per la glorificazione di un uomo che fra le altre cadute sembra si porti dietro anche quella di aver maltrattato qualcuna delle numerose donne della sua vita. Inevitabile che si sia già aperta la caccia all’eredità, materiale e simbolica, nella corte e nel seguito che lo circondava, nell’harem e nello stuolo di figli riconosciuti e non riconosciuti (per ora dovrebbero essere 11 anche se pare ce ne siano altri in stand-by).


“El Diez” era un dio ma non un santo.  Una volta disse al regista Emir Kusturica: «Io non ho mai voluto essere un esempio di niente. Ho sempre pagato per quello che ho fatto». Adesso il conto, quello definitivo, è stato saldato.


Maradona ha lasciato la vita ed è entrato nel mito. Non solo nel pantheon argentino con Evita, il Che e Gardel, ma nell’Olimpo degli idoli caduti giovani e delle icone universali. Come Lennon, Marilyn e l’immenso Muhammad Alì.


Diego per sempre.

Pubblicato il 

03.12.20..
..
..
..
Nessun articolo correlato
..
..
.. ..