Ha fatto bene area a dedicare un dossier al “viaggio della memoria” organizzato sui luoghi di sterminio nazisti: “Ad Auschwitz c’eravamo tutti” (area, 19.4.2013). Evidentemente si tratta di ricordare quel passato per produrre antidoti capaci di resistere nel più deciso dei modi all’eventuale riemergere di analoghe barbarie. Per contribuire ad ampliare questo intento critico, provo ad aggiungere qualche elemento alla tesi di fondo secondo cui «l’odio razziale fu all’origine del genocidio». Se questo è indubbio, va sottolineato che poi, secondo alcuni interpreti, la pratica dello sterminio assunse una dimensione tecnico-scientifica quasi interamente spersonalizzata, rispetto alla cui disumanità l’evocazione di un sentimento come l’odio, paradossalmente, rischia di non essere del tutto adeguata.

 

L’espressione nazista “soluzione finale”, con il suo tono da protocollo burocratico, con il suo glaciale rimando a una sorta di problema tecnico-amministrativo, è assolutamente emblematica, così come risulta esserlo il fatto, non meno atroce, che molti personaggi coinvolti nell’esecuzione di quelle eliminazioni di massa abbiano descritto il loro operato come una sorta di normale e quasi abituale lavoro di funzionario.


Il caso più noto in proposito è quello di Adolf ­Eich­mann, il nazista catturato in Argentina nel 1960 dai servizi segreti israeliani e sottoposto a processo l’anno seguente con l’accusa di aver commesso crimini di guerra contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista. Un caso al quale ha dedicato un celebre libro Hannah Arendt, la cui tesi è in fondo sintetizzata nel suo stesso titolo: La banalità del male. Con il nazismo sembra cioè aver inizio una banalizzazione del male, ossia un occultamento della differenza fra il bene e il male, che si traduce nell’adozione di modelli di razionalità esclusivamente e duramente strumentali, votati a raggiungere risultati costi quel che costi, mettendo al bando l’interrogazione del loro significato, delle loro contropartite distruttive, e in definitiva reprimendo ogni questione circa il senso di ciò che in modo quasi del tutto anonimo “si” è chiamati a fare.

 

Dando il resoconto dei lunghi dibattimenti e affrontando in modo puntuale complesse questioni legate all’impostazione del processo Eichmann, la Arendt giunse alla conclusione che benché sarebbe stato senz’altro più confortante poter credere, paradossalmente, che Eichmann era “un mostro”, un caso eccezionale di odio e malvagità, dagli interrogatori si doveva invece concludere che «di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano e sono tutt’ora terribilmente normali». E questo era appunto «il guaio peggiore», perché attestava il sorgere di un nuovo tipo di uomo, portato a «commettere i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi  o di sentire che agisce male».

 

In altri termini, Eichmann che si considerava come un impiegato di un impianto industriale non dissimile dagli altri se non per il fatto che era votato ad azionare non turbine ma “Tötungsmachinerien”, attestava che storicamente nella macchina di morte dei campi di sterminio si era avviata una sorta di mutazione antropologica, tendente ad eliminare dall’umano qualsiasi traccia di coscienza morale e di autonomia. Nella notte dopo Auschwitz ci giunge la domanda: l’uomo è un essere antiquato?


(Fine della prima parte, continua su area 8)

Pubblicato il 

02.05.13
 
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