Nel dopoguerra è stato il filosofo Günther Anders,  protagonista del movimento pacifista (e, tra l’altro, primo marito della Arendt), a mettere in relazione la messa al bando della coscienza morale oltre che con i campi di sterminio, con l’avvento della “terza  rivoluzione industriale”, tendente a sostituire l’agire dell’uomo con l’automazione totale.


I campi di sterminio sono stati interpretati come i laboratori nei quali la compiuta epoca della tecnica sembra aver fatto le sue prove generali, decretando drasticamente, entro quegli anonimi impianti di distruzione, che l’uomo capace di responsabilità stava diventando come sostiene Anders, «un essere antiquato». Un’epoca che alla sentenza naturale “tutti gli uomini sono mortali” secondo Anders ha sostituito il motto “tutti gli uomini sono eliminabili” e che sembra prospettare la minaccia di questa estrema situazione limite come suo costante presupposto: è l’era atomica.


Auschwitz non sarebbe pertanto da vedersi come un unicum, quanto come l’espressione di una tendenza profonda della tarda modernità, attestata non da ultimo dall’affinità operativa tra le camere a gas e l’uso di armi chimiche. «La guerra cessa di essere un atto strategico per trasformarsi in un processo puramente tecnico. Chi elimina le mosche con l’insetticida, senza fare i conti con nessuna forma di resistenza, non fa la guerra; si limita a eseguire un’operazione tecnica» . Alla logica di Auschwitz non sembrano allora estranee le distruzioni di Hiroshima e Nagasaki, così come all’“esecutore” seriale Eichmann sembrano corrispondere i membri di altri eserciti, anche di segno opposto, impiegati in azioni pianificate di distruzione di massa.
Tuttavia, l’astrazione storica che già caratterizza questo ragionamento di Anders si complica ulteriormente se posta sul piano umano. Lo stesso Anders se ne rese lucidamente conto entrando in contatto epistolare con il pilota americano Claude Eatherly, che aveva partecipato alle operazioni di ricognizione per il bombardamento di Hiroshima e che una volta apprese le conseguenze del suo gesto, soffrì di gravi disturbi psichici fino a tentare il suicidio.

 

Eatherly, a differenza dei suoi colleghi impiegati in quell’operazione, evidentemente non riuscì a trovare nei banali argomenti “da funzionario” e nella logica della guerra come “lavoro tecnico” una risposta adeguata per arginare i rimorsi che assalirono la sua coscienza, sempre più ossessionata da quella “nube gialla” che vide salire sotto il suo aereo. Poi, passo dopo passo, grazie anche al loro carteggio, il pilota e il filosofo capirono che il rifiutare di eseguire gli ordini deve essere riconosciuto come una prerogativa inalienabile della persona che cerca di restare, e soprattutto che cerca di ridiventare umana. Ma riconoscere che il tipo “à la Eichmann” non rappresenta la sola incarnazione del nostro tempo, non deve nemmeno ribaltarsi in un’affermazione troppo fiduciosa nella volontà di riscatto morale dell’uomo.


In lavori più recenti è emerso che nel contesto dello “stato sociale” hitleriano (G. Aly), in verità il regime trovò facilmente addetti solerti e a loro modo consapevoli, ossia trovò con il consenso di massa non solo ciechi esecutori, ma  anche molti «volonterosi carnefici» (D. J. Golhagen). D’altro lato, occorre anche tener presente che la stessa “denazificazione” della Germania non fu per niente lineare e radicale: la “coscienza morale” di fatto non venne sottratta radicalmente alla sua banalizzazione, e colpe e rimorsi furono sopportati o attivamente cancellati con la complicità di molti.

 

Anche per questo Max Horkheimer, nel 1961, nella sua casa di Montagnola, dopo aver lasciato per la seconda volta la Germania, annotò questa riflessione: «...in questo periodo di declino della democrazia, ossia nel presente e nel prossimo futuro, gli Stati hanno sempre più bisogno di individui che ubbidiscano ciecamente e siano spinti da una buona dose di sadismo non sublimato… Invidiabili i popoli dove ci sono molti Eichmann! Si ha l’impressione che incarnino il futuro». Una annotazione scomoda e notturna, non c’ è dubbio, ma al tempo stesso anche potente e incensurabile, come lo può essere soltanto ogni incubo verosimile.


* La I parte su area 7/2013 del 3 maggio

Pubblicato il 

23.05.13
 
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