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Mussulmani a Como

di

Tita Carloni
Secondo il Corriere di Como il consigliere comunale Arturo Arcellaschi (Forza Italia) sarebbe in procinto di vendere l'antico eremo di San Donato a Garzola, sulla collina di Brunate, alla comunità islamica della città per farne una moschea.
Il piccolo complesso, comprendente una chiesa tuttora consacrata e officiata, un campanile e case d'abitazione, è di proprietà del signor Arcellaschi che può evidentemente farne quello che vuole, con lo sconcerto dei consiglieri del suo partito ma soprattutto dei colleghi della Lega che gridano allo scandalo politico, religioso e simbolico. E invocano il lancio, direttamente da parte dell'amministrazione comunale, di una colletta per salvare il monumento cattolico-comasco dall'insulto mussulmano.
Questa storia dà indubbiamente da pensare perché ci mostra qui, sulla porta di casa, cosa può avvenire sul territorio quando nasce la società multietnica, multiculturale, multireligiosa. Potrebbe benissimo succedere che tra pochi anni dal campaniletto di San Donato di Garzola non si diffonda più il familiare suono della campana ma la voce del muezzin (altoparlante) che chiama alla preghiera. Potrebbe succedere che i modesti affreschi dell'interno, coi loro santi e le loro madonne del Settecento, scompaiano sotto strati di indelebile vernice bianca comprata nel più vicino iper. Si sa, infatti, che la religione islamica è aniconica, cioè che non ammette nei suoi spazi immagine alcuna di figure umane. E che i vecchi modesti banchi di noce finiscano in qualche magazzino di rigattiere o vadano ad alimentare, tagliati a pezzi, i mercatini che infestano ormai regolarmente tutte le sagre delle cittadine lombarde e ticinesi. Al loro posto, sui pavimenti, ci saranno poi tappeti comprati nei grandi magazzini e fabbricati, chissà, nell'Udinese o a Battipaglia da operai cinesi nascosti nei capannoni.
Converrete con me che la faccenda è dura. Descrivere senza paraocchi il territorio e l'architettura che oggi si vanno formando, nel tentativo di trovare nuovi strumenti per governarne le trasformazioni e formulare progetti durevoli è oggi di una difficoltà estrema. È vero che cose analoghe sono già successe. Per restare nel Comasco molti sanno come alla vigilia del sacco di Roma (1527) le bande di lanzichenecchi che il cattolicissimo Carlo V spedì in Italia per dare una lezione al Papa (i lanzichenecchi erano luterani tedeschi) passando nei paesi sfregiavano tutte le madonne e le chiavi di San Pietro che incontravano, rubavano vacche e maiali nelle stalle della povera gente, bruciavano cascinali e distribuivano sifilide ed altre calamità come capitava. Da quelle tremende turbolenze e dalle lacrime e sangue che furono sparsi sino al crollo degli antichi regimi nacque poi il mondo moderno con le sue grandi speranze che, almeno in parte, si realizzarono. È dunque molto difficile oggi intravedere come sarà il nostro territorio futuro.
Tornando al caso dell'eremo di San Donato direi che dovrebbe essere comunque buona regola fare di tutto perché in mezzo alle trasformazioni sociali ed etniche in corso, ovviamente inevitabili e forse anche storicamente necessarie, vengano salvaguardati materialmente i valori presenti sul territorio: muri, dipinti, edifici ma anche piante, acque, animali, tutto ciò che concorre a formare l'ambiente nel quale noi uomini, cristiani, musulmani, atei, abbiamo il privilegio di vivere. Ammettendo anche che di grande privilegio si tratta e che una delle prime qualità dei privilegiati dovrebbe essere in ogni caso quella del rispetto e dell'umiltà.

Pubblicato

Venerdì 13 Ottobre 2006

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