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Mosca «tradisce» Cuba

di

Maurizio Matteuzzi
I cubani l’hanno presa male. Ancora una volta si sentono usati e traditi dai russi. L’annuncio del comandante degli stati maggiori riuniti, generale Anatoly Kvashnin, che mercoledì 17 ha reso pubblico il prossimo ritiro di Mosca dalla «base di ascolto» di Lourdes, 60 chilometri a sud dell’Avana, sembra aver colto di sorpresa Fidel Castro. Che ha reagito in modo aspro e vagamente minaccioso. Il generale Kvashnin quel giorno ha rivelato che dal «gennaio 2002» Mosca (oltre che smantellare la base navale di Cam Rahn, in Vietnam) ritirerà i suoi 1500 tecnici, ingegneri e militari che stazionano – e operano - nella base di ascolto-spionaggio costruita su un’area di 70 chilometri quadrati fin dal ’64, due anni dopo la crisi dei missili. Una enorme selva di antenne puntata sulla Florida, distante 150 chilometri, che, come disse una volta Raul Castro, forniva ai russi «il 75 per cento delle informazioni strategico-militari sugli Stati Uniti». Gratis fino al crollo dell’Urss, nell’ultimo decennio Mosca pagava 200 milioni di dollari all’anno ai cubani per il servizio. Ma il problema non è di soldi – anche se il generale Kvashnin ha detto che con quei 200 milioni Mosca potrà «comprarsi e inviare nello spazio 20 satelliti militari», che spieranno meglio e di più delle apparecchiature d’ascolto di Lourdes – : il problema è politico. E come tale l’hanno recepito sia George Bush a Washington sia Fidel Castro all’Avana. Lo stesso giorno dell’annuncio di Mosca, il presidente americano ha diffuso un comunicato in cui esprime la sua «soddisfazione» per la decisione, «un segnale supplementare che la guerra fredda è finita» e che Putin «ha capito che la Russia e gli Stati Uniti non sono più nemici». Era dal ’93 che gli Usa premevano sui russi perché chiudessero Lourdes. Tanto che a un certo punto il Congresso di Washington arrivò ad approvare una legge per bloccare la ristrutturazione del debito estero di Mosca fin quando quelle antenne non fossero state smantellate. La base di ascolto era l’ultimo filo che, finora, gli Usa non erano riusciti a rompere fra la Russia e Cuba. Anche all’Avana la natura politica della decisione è apparsa inevitabilmente evidente. Sempre lo stesso giorno, mercoledì 17, il governo cubano ha diffuso un durissimo comunicato in cui ricorda che se la guerra fredda è finita fra Usa e Russia, non è affatto finita fra Usa e Cuba, sottoposta a un blocco che dura da 40 anni, e che in realtà Putin ha voluto fare a Bush «un regalo speciale» in vista del vertice Apec (i paesi della conca del Pacifico) svoltosi il successivo week-end a Shangai, a cui entrambi hanno partecipato. Contrariamente al Vietnam, «che non corre rischi di una aggressione militare», il gesto di Mosca costituisce «un grave rischio» per la sicurezza di Cuba in «un momento di tensione internazionale in cui è inopportuno prendere una tale decisione». In particolare dopo che «la politica aggressiva e bellicista degli Stati Uniti, come dimostra il discorso del presidente americano del 20 settembre, è più grande che mai». Per i cubani, che si sentono sempre più soli, «l’accordo sul centro-radar di Lourdes non è cancellato fino a quando Cuba non ha dato la sua approvazione» e con sarcasmo la nota dell’Avana aggiunge che «sfortunatamente, il presidente Putin, forse per ragioni dovute alla differenza di fuso orario, non ha trovato il tempo per ascoltare le nostre ragioni e preoccupazioni sulla questione prima di fare il suo annuncio pubblico». Di conseguenza l’Avana considera «necessario che la Russia continui a negoziare con il governo cubano, tenendo nel dovuto conto che ci sono delle questioni importanti ancora da regolare». Riferimento velato ma chiaro alle discussioni, che vanno avanti da dieci anni, sull’enorme debito – intorno ai 20 miliardi di dollari – che l’isola ha contratto con Mosca ai tempi in cui la Russia era l’Unione Sovietica. Ma entrambi sanno che quel debito non potrà mai essere pagato. Come sanno che la decisione di chiudere la base di Lourdes è definitiva. Questo non toglie che i cubani si sentano ancora una volta traditi dai russi. In occasione della visita di Putin all’Avana, nel dicembre del 2000, il presidente russo e Fidel Castro avevano visitato insieme la base ma non era stato «detta una sola parola sulla sua eventuale chiusura» e anzi avevano parlato «del suo sviluppo e potenziamento». A Mosca fingono di cadere dalle nuvole. Un portavoce del ministero degli esteri ha affermato che «il problema era stato discusso con i nostri colleghi cubani da lungo tempo e pertanto la decisione non poteva costituire una sorpresa». «È la terza volta che ci fregano» dice «off the records» ad « area» il viceministro degli esteri cubano Angel Dalmau, a Roma per incontri in Vaticano. La prima fu nel ’62 quando Krushev si mise d’accordo con Kennedy e, passando sulla testa di Fidel, decise di ritirare i missili da Cuba (e la folla allora gridava «Nikita mariquita, lo que se dà no se quita», cioè «Nikita birichina, ciò che si dà non si toglie»); la seconda fun nel ’90 quando Gorbaciov, con l’Urss in piena perestrojka e in crisi ormai terminale, annunciò il ritiro da Cuba della brigata di 2800 soldati (e dei 3000 tecnici) che stazionavano nell’isola fin dalla crisi dei missili; la terza adesso. Particolarmente odiosa perché, ribadisce Dalmau, «i russi sanno benissimo che la guerra fredda degli americani contro di noi non è finita». Come sono lontani i tempi in cui «l’amicizia socialista» fra Mosca e l’Avana era considerata così «eterna e indistruttibile» da essere scritta nella costituzione cubana…

Pubblicato

Venerdì 26 Ottobre 2001

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