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«Morivano i nostri colleghi»

di

Claudio Carrer
Con le prime deposizioni dei testimoni, il processo Eternit in corso a Torino è entrato nella sua fase più calda e drammatica. Il primo a parlare, è stato, settimana scorsa, Nicola Pondrano, 60 anni, dipendente dell'Eternit di Casale Monferrato (Provincia di Alessandria) dall'11 novembre 1974 al 15 marzo 1985, prima come operaio e poi come delegato sindacale.

«Un vecchio facchino seduto su un sacco d'amianto mi disse: "ma cosa vieni a fare qui? A morire anche tu?"». Nicolino Pondrano, primo teste chiave del processo Eternit, ricorda così il suo primo drammatico impatto con la fabbrica di Casale Monferrato. Una fabbrica che ha vissuto prima come lavoratore e attivista sindacale e poi come dirigente della Cgil dal 1980.
In una testimonianza toccante e sofferta ha ricostruito la sua storia privata e il percorso che negli anni ha consentito a lui e ai suoi compagni di acquisire piena consapevolezza del dramma che si stava consumando: «Quanto arrivai nello stabilimento avevo ventiquattro anni. La prima cosa che mi colpì furono i manifesti appesi in bacheca dei colleghi morti. Erano tanti e il sindacato offriva una corona di fiori per esprimere il suo cordoglio. Avevano 52, 53, 58 anni».
Lo stabilimento era vetusto e invaso da quella che gli operai più anziani chiamavano semplicemente "la polvere" che provocava loro tosse e difficoltà respiratorie. "Mi manca il fiato", dicevano in dialetto piemontese. «Non c'era altra terminologia per loro», spiega Pondrano. «La polvere la si vedeva a occhio nudo, sulle tute blu scuro degli operai, sulle macchine e sui mezzi. E noi lo sapevamo che polvere era, o di cemento o di amianto. La prima nostra consapevolezza fu  questa. La seconda è che c'erano troppe condizioni straordinarie. Due volte a settimana si otturavano i tubi, si creavano nuvole d'amianto che si espandevano per tutto lo stabilimento. Allora bisognava intervenire manualmente per sbloccarli». Il ricordo di Pondrano si focalizza in particolare su un «episodio molto grave» avvenuto nel 1976, quando un delegato sindacale che si occupava d'ambiente apostrofò pesantemente il capo servizio dopo che per l'ennesima volta si era intasata una tubazione. Venne licenziato in tronco.
In quegli anni però, con l'adozione nel 1971 dello Statuto dei lavoratori, a Casale come in tutta Italia, nasceva una «nuova coscienza della salute dei salariati» che permise di avviare campagne di sensibilizzazione, l'introduzione dei primi libretti sanitari e la registrazione di dati ambientali. Anche in Eternit, con scioperi fino a settanta ore, fu scritta una pagina unica di storia sindacale. «I termini asbestosi e cancro -ricorda Pondrano- li utilizzammo per la prima volta su un volantino del 14 maggio 1976 in cui si faceva riferimento a morti sospette. Affioravano infatti le prime diagnosi e il Consiglio di fabbrica (di cui Pondrano era portavoce) cominciò ad elaborare rivendicazioni nei confronti dell'azienda, come quelle di un'indagine ambientale e di una copertura della motoretta che frantumava l'amianto, prima dentro lo stabilimento, poi a cielo aperto». La tutela della salute cominciava insomma a diventare una priorità: «Dell'olio d'oliva che l'azienda ci garantiva come benefit non ce ne fregava ormai più nulla».
Parallelamente Eternit istituì il Sil (Servizio igiene e lavoro), che divenne l'interlocutore del Consiglio di fabbrica per le questioni ambientali. Pondrano si ricorda di uno dei primi responsabili: un suo coetaneo che diceva di essersi formato in Svizzera.
Nel 1978, il Sil emise il bollettino numero uno dopo indagini ambientali durate 55 giorni richieste dall'Ispettorato del lavoro. «Allegato in busta paga, forniva un quadro rassicurante circa le concentrazioni di amianto ("nei limiti di legge", si affermava). In una nota, Eternit ricordava però che "il fumo di sigaretta è nocivo e provoca il cancro"...», racconta, con amarezza, Pondrano. «Un dirigente aziendale dell'epoca metteva apertamente in dubbio il nesso tra mesotelioma e amianto. Noi eravamo degli operai e ci assicuravano che la concentrazione delle polveri era al di sotto dei livelli massimi di tollerabilità».
«Con il passare del tempo però la nostra percezione del danno cambiava, perché vedevamo morire i nostri compagni di lavoro. Una volta mancava Alberto, un'altra volta Giovanni...», ricorda commosso l'ex sindacalista. «Amici, compagni che lavoravano con me, gente con cui condividevo anche il panino, uno dopo l'altro se ne andavano. A 47, 53, 58 anni». Uno di loro si chiamava Evasio Coppo, un operaio che veniva soprannominato "il palombaro", perché si copriva scarpe e mani con dei sacchi di plastica. «Quando lo prendevo in giro per questa sua tenuta, mi rispondeva: "Sai, ho un figlio e una moglie giovane". Evasio è morto di mesotelioma a 58 anni». La stessa sorte è capitata a un altro ex collega, che, già malato di asbestosi aveva chiesto al capo azienda di essere trasferito in un reparto meno polveroso. «Ottenne una risposta chiara: "Vede quella porta?"».
«Questa quotidianità aveva da un lato reso pesante la situazione dentro l'Eternit, ma dall'altro ci spinse a lavorare in modo sempre più coeso, a chiedere il supporto del mondo scientifico e a portare avanti un'incessante azione di rivendicazione e di denuncia». «Tra il 1979 e il 1986 -ha sottolineato l'ex dirigente della Cgil- abbiamo presentato più di seicento denunce per malattie professionali». Significativa infine la ferma opposizione dopo la chiusura della fabbrica (nel 1986, su istanza di fallimento della stessa Eternit)  alla ventilata riapertura di una piccola unità aziendale. E questo in un contesto particolarmente difficile: «Eternit era la Fiat di Casale. -ha detto Pondrano- Quando ha chiuso nello stabilimento vi lavoravano ancora
350 operai (erano più di 2.200 negli anni di massimo splendore, ndr). Operai che noi chiamiamo "limoni spremuti", perché nessuno li voleva più assumere per il loro stato di salute precario».

«Eravamo dei semplici operai»

Appena arrivato in Eternit con l'ultima grande tornata di assunzioni nel 1974, Pondrano fu assegnato al reparto Eterplast, dove si realizzavano tubi in plastica. Lì l'amianto non era impiegato nella lavorazione, ma era presente in grandi quantità: «Un muletto che caricava residui di lastre in amianto e altri materiali andava e veniva in continuazione». E poi, ricorda Pondrano, gli operai venivano impiegati come "tappabuchi" nei vari reparti dell'azienda (soprattutto nei periodi di cassa integrazione) e dunque, da una parte o dall'altra, il contatto diretto con polveri di amianto ad alta concentrazione era assicurato.
Lui stesso, ad un certo punto, venne mandato a pulire i filtri delle polveri posizionati ai lati dei locali più sporchi: «Con una tuta e una semplice mascherina di carta mi dovevo infilare in una finestrella ed estrarre decine di chili di polvere di amianto e metterla nei sacchi». Poi, un ricordo tanto personale quanto drammatico: «C'è una cosa che mi sono sempre tenuto dentro, di cui ho avuto il coraggio di parlare per la prima volta soltanto un anno fa. Quando arrivavo a casa la sera mia figlia mi chiedeva: papà posso farti cadere i puntini bianchi dalla testa? Mi verrebbe voglia di prendere una pistola e di spararmi per il rimorso. Questa paura -ha aggiunto- non me la porto dietro per me ma per mia figlia. Spero che non le succeda nulla, ma questa era la vita alla Eternit».
Del resto, la polvere di amianto finiva nelle case dei casalesi anche attraverso altri vettori, come le tute da lavoro: «Nello stabilimento non esisteva alcun sistema di pulizia. Venivano lavate a casa durante il fine settimana, dopo le pulizie generali della fabbrica a macchine ferme del sabato mattina», spiega Pondrano, facendo presente  alla Corte che gli operai con quelle tute rientravano giornalmente al domicilio, molti in bicicletta, facendo tappa, come è normale che sia, al bar, in panetteria, in macelleria o in uno dei negozi della rete commerciale che si era creata tra la fabbrica e il centro città, distanti tra loro poco più di un chilometro.
Ma non solo: la Eternit regalava o vendeva per pochi soldi tonnellate di polverino ai dipendenti e ai cittadini della zona, i quali poi la utilizzavano per isolare le abitazioni o (dopo averla bagnata) per pavimentare stradine e vialetti. Pondrano: «È una cosa che so per sentito dire, ma posso confermare che quando insaccavo polvere nel reparto tornitura avevo l'ordine di riempire i sacchi e lasciarli lì e che questi sacchi il lunedì successivo non c'erano più».
Pondrano e i suoi colleghi hanno quasi sempre lavorato senza mascherina: «Il primo giorno al reparto lastre mi sembrava di morire per il caldo, l'umidità e la polvere. Era un ambiente di lavoro pesante dal punto di vista ambientale, si lavorava a cottimo, i nostri visi diventavano paonazzi e tenere la mascherina era dura. Così la si toglieva. E nessuno mi ordinava di rimetterla». «Ci dicevano che era tutto in ordine: noi eravamo degli operai ed avevamo la consapevolezza e le conoscenze che possono avere gli operai», fa notare Pondrano, che per il suo impegno sindacale, è pure finito a pulire i gabinetti. «Ma nella vita ci sta anche questo», conclude Pondrano. E poi: «C'è stata una fase in cui non ero ben voluto ma ricordo che ad un certro punto subentrò anche la stima nei miei confronti».    


La testimonianza di Pondrano, che ha già risposto per più di quattro ore alle domande delle parti, proseguirà lunedì. Dopo di lui toccherà a Bruno Pesce, un'altra figura storica e "motore" delle battaglie sindacali degli anni Settanta e Ottanta a Casale Monferrato.

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Venerdì 23 Aprile 2010

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