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Moratoria salutare

di

Silvano De Pietro
L’anno prossimo dovremo pagare alle assicurazioni malattia premi mediamente più cari di quasi il 10 per cento. È la «stangata» più pesante dal 1997, anno successivo a quello dell’entrata in vigore della nuova Legge federale sull’assicurazione malattia (Lamal), quando i premi aumentarono di oltre l’11 per cento. Politici e giornalisti non hanno risparmiato commenti critici dai toni persino drammatici. Il consiglio agli assicurati, dato con insistenza anche dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas), è uno solo: cambiare cassa malattia e passare a quelle meno care. Pochi assicurati hanno però seguito finora questo consiglio, poiché la maggioranza è convinta che le buone prestazioni mediche garantite dall’assicurazione di base hanno il loro prezzo. Ciò conferma indirettamente due giudizi fondamentali. Primo: la Lamal ha svolto bene finora il suo compito di «garantire a tutti l’accesso a cure di qualità», come ha detto Ruth Dreifuss. Secondo: i costi della sanità, e quindi il livello dei premi assicurativi, sono soprattutto un problema politico, vale a dire di giusta ripartizione degli oneri, prima che una questione di riorganizzazione e di buona gestione delle strutture e del mercato. La Lamal Poche leggi come quella federale sull’assicurazione malattia sono state tanto vituperate e, nello stesso tempo, tanto poco capite. Il sistema della Lamal è uno dei più socialmente progrediti del mondo, poiché ha come obiettivo quello di garantire a tutti i cittadini l’accesso alle più avanzate cure mediche di base. Tale obiettivo viene raggiunto con un doppio obbligo: quello fatto a chiunque di avere un’assicurazione che copra le cure mediche di base; e quello fatto alle compagnie d’assicurazione di pagare tali cure da qualunque medico siano state prestate. In questi due obblighi c’è tutto: c’è il principio dell’universalità del diritto alle cure; c’è la garanzia della libera scelta del medico curante da parte del paziente; c’è la certezza che anche rivolgendosi al più caro degli specialisti (o delle strutture) le cure previste dall’assicurazione di base, medicine comprese, vengono coperte. Un tale sistema è bello ma, ovviamente, costa. E costa soprattutto perché contraddice le regole del mercato. Tutti sanno che, secondo tali regole, se l’offerta supera la domanda i prezzi scendono. Ma se medici e cliniche sono troppo numerosi ed offrono prestazioni in eccedenza rispetto al necessario, con la certezza di copertura da parte delle casse malattia i costi, è ovvio, non scenderanno mai, anzi continueranno a salire. Questo è in buona parte il meccanismo che fa aumentare incessantemente i costi della salute. Alle sue conseguenze vanno aggiunti gli effetti di un mercato dei medicinali praticamente in balia delle case farmaceutiche, che sistematicamente tengono sul mercato i medicinali più recenti e costosi e ritirano dalla vendita quelli, magari più vecchi ma ugualmente efficaci, che hanno un prezzo minore. Altro problema strutturale è la diversità di finanziamento tra il trattamento ospedaliero e quello ambulatoriale. I costi del primo vengono sopportati per metà dai cantoni, mentre quelli del secondo sono interamente a carico delle assicurazioni. Il risultato è che – come ha spiegato in una recente intervista il consigliere nazionale Franco Cavalli – «i cantoni spingono per trasferire il più possibile la medicina dal settore ospedaliero a quello ambulatoriale». È chiaro che occorre correggere questi squilibri, senza però snaturare la Lamal che rimane fondamentalmente una buona legge. A tale scopo è iniziata la scorsa settimana al Consiglio degli Stati, e continuerà nella sessione parlamentare d’inverno, la seconda revisione parziale della Lamal. I premi Nella sua presa di posizione di venerdì scorso, il Partito socialdemocratico svizzero definisce «inaccettabile, anche se spiegabile» l’aumento dei costi della sanità, e «ormai insopportabile» il loro ribaltamento sui premi dell’assicurazione malattia. Le cause di quest’ultimo massiccio aumento dei premi sono sostanzialmente tre. Innanzitutto, l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas) ha chiaramente commesso un grosso errore, sottovalutando l’evoluzione dei costi dei medicinali nel corso del 2000. Questa lacuna è responsabile di circa 4 punti percentuali d’aumento. Il secondo motivo sono le perdite subite dalle assicurazioni malattia che hanno investito le loro riserve in borsa. Nel 2000 avevano investito 474 milioni di franchi, che nel 2001 si sono ridotti di 200 milioni di franchi e l’anno prossimo rischiano di diventare ancora meno. Tali perdite incidono tra l’1 e il 2 per cento dei premi. La terza causa dell’aumento – di gran lunga la più importante – è la certa previsione che i costi continueranno a crescere nel 2002: le assicurazioni, i cantoni e l’Ufas stimano tale crescita tra il 4 e il 5 per cento. Anche per quanto concerne l’incremento dei prezzi dei farmaci l’Ufas si dimostra più ottimista delle assicurazioni, ritenendo che la spinta verso l’alto degli ultimi anni dovrebbe finalmente affievolirsi. Soltanto nel 2000 le casse malattia hanno però pagato un maggior prezzo di 380 milioni di franchi, circa 50 franchi a testa d’aumento in un solo anno per ogni abitante della Svizzera: una vera manna per l’industria farmaceutica. Il dipartimento della consigliera federale Dreifuss è giustamente allarmato. La ministra socialista respinge gli attacchi al sistema della Lamal, ma non può starsene a guardare. Perciò ha deciso di ricorrere a misure urgenti, la prima delle quali è l’impiego per intero delle quote della Confederazione destinate al contenimento dei premi, in modo da costringere i cantoni ad utilizzare per intero anche le rispettive quote. Inoltre, verrà creato un fondo di riserve comuni per le casse malattia piccole e medie (con meno di 250 mila assicurati), che permetta loro di disporre di una riserva minima del 15 per cento. In caso contrario, esse sarebbero costrette a costituire riserve tra il 20 e il 200 per cento. In tal modo verrebbero liberati altri 400 milioni di franchi, che ridurrebbero per due anni i premi di 1,8 milioni di assicurati. Le proposte del Ps Le reazioni dei partiti a questo incessante aumento dei costi della salute sono molto divergenti. I democristiani e l’Udc ne attribuiscono la responsabilità a non meglio definite debolezze del dipartimento Dreifuss. Sostengono che ci vogliolo «forze fresche ed intraprendenti, che agiscano indipendentemente dai partiti e collaborino attivamente ad un miglioramento della situazione». L’Udc minaccia anche di lanciare una propria iniziativa popolare. Più moderata la posizione del Prl, che chiede efficaci incentivi alla cosiddetta «auto-responsabilizzazione». Questa significherebbe in pratica che gli assicurati si assumano una parte dei costi e paghino franchigie più elevate, e che si faccia ricorso a modelli alternativi alla libera scelta del medico («medico di famiglia»). Il Ps ha invece preso di petto la questione e fa proposte concrete, pronto a metterle in discussione. Il 19 settembre il gruppo socialista dell’Assemblea federale ha depositato una propria iniziativa parlamentare che chiede una moratoria (cioè il congerlamento) di almeno un anno sui premi dell’assicurazione malattia obbligatoria. Tale periodo dovrebbe consentire di definire misure efficaci a lungo termine per bloccare la spirale dei costi. La proposta è stata ribadita martedì scorso, nel corso di una conferenza stampa. I socialisti vogliono cogliere l’occasione della seconda revisione della Lamal «per risolvere i problemi ed impedire un’implosione del sistema». In concreto, il Ps chiede l’introduzione di una franchigia basata sul reddito ed il rafforzamento delle competenze della Confederazione nel settore ospedaliero. Per quanto concerne la prima proposta, essa costituisce un ammorbidimento rispetto all’iniziativa popolare socialista sulla «salute a prezzi accessibili», che chiede di legare l’ammontare dei premi individuali al reddito imponibile di ogni assicurato. Viste le resistenze che incontrerebbe, tale iniziativa, ha detto Franco Cavalli, potrebbe anche venir ritirata. L’alternativa sarebbe una divisione dell’assicurazione di base: da un lato i «casi bagatella», da gestire con l’attuale sistema di premi; dall’altro le malattie gravi, da coprire con le entrate fiscali o con un finanziamento dipendente dal reddito (mediante la franchigia, appunto). In ogni caso, Cavalli ha salutato la decisione del Consiglio degli Stati, nell’esame in corso della revisione della Lamal, di porre ai premi il limite dell’8 per cento del reddito imponibile delle famiglie secondo l’imposta federale diretta. Per quanto concerne il rafforzamento delle competenze della Confederazione, si tratta di abbattere le frontiere cantonali, che sono un ostacolo alla pianificazione efficace del sistema ospedaliero. «La medicina di punta – ha detto ancora Cavalli – dev’essere di competenza della Confederazione: dare maggiori competenze ai cantoni contribuirà solo ad aggravare i problemi del nostro sistema sanitario». Insomma: un coordinamento centrale ed efficace, per eliminare doppioni ed eccessi dell’offerta troppo costosi.

Pubblicato

Venerdì 12 Ottobre 2001

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