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Monteforno, amarcord d'acciaio

di

Maria Pirisi
«Non è per nulla un’esagerazione di prosa ricordare la “condizione umana” e tirare in ballo la resistenza e la solidità del lavoro e dei lavoratori, tanto più che in prossimità di una cessazione d’attività, il “peso” del fattore personale e umano deve essere riconosciuto e pagato. Anche di coloro che sono morti in fabbrica.» Così scriveva su “Lotta sindacale” il 4 marzo 1994 il sindacalista Flmo Alfredo Bernasconi, all’indomani dall’annuncio della Von Roll di voler definitivamente chiudere il battenti dell’acciaieria Monteforno di Bodio. Quella fabbrica, scriveva ancora Bernasconi, «ricca di uomini venuti da lontano o venuti da vicino, che l’hanno fatta vivere e prosperare. A questi uomini bisogna “restituire” qualcosa in più che un’indennità di di benservito. (…) Uomini che vi hanno lavorato, invecchiando con una ditta che invecchiava.» A dieci anni di distanza dalla chiusura della fabbrica, area ha ritrovato le voci di alcuni di questi uomini e donne il cui destino ha attraversato percorsi diversi, tutti accomunati però dallo sfondo di un passato “d’acciaio”. «La mia entrata alla Monteforno, nel 1967, ha coinciso con la svolta politica nella mia vita. È lì che da liberale sono passato alla sinistra; una maturazione, la mia, avvenuta sulla scorta di quanto venivo a conoscere del mondo operaio, del conflitto fra capitale e lavoro, e che ha fatto sì che il mio impegno politico s’intensificasse nel tempo.» Come tanti altri impiegati, anche Fernando Gianferrari, classe ’43, ha speso buona parte della sua vita lavorativa all’acciaieria di Bodio, passando attraverso vari settori, dall’ufficio vendita al reparto spedizioni, quindi all’ufficio acquisti. Gianferrari non solo ha vissuto in prima persona tutte le vicende che hanno segnato la storia dell’acciaieria fino alla sua chiusura, ma è stato anche protagonista di quello che fu il dopo-Monteforno contribuendo ad allestire il Progetto pilota Transfer per la riqualifica e il reinserimento professionale del personale della fabbrica. Per due volte è stato eletto presidente della Commissione di fabbrica, di cui ha fatto parte dal 78 all’85. «A volte ho l’impressione che la rivisitazione della storia della Monteforno – ci dice Gianferrari – venga filtrata dall’emotività più che dai fatti realmente accaduti e che ne hanno determinato il declino. Personalmente ho sempre cercato di leggere nelle situazioni controverse “le due facce della medaglia” e così anche in questo caso. Nessuno nega che il peccato originale, causa della disfatta della Monteforno, sia stato la vendita della fabbrica da parte dei proprietari Alliata alla Von Roll. Ma accanto a questo fattore ce ne sono stati degli altri che si sono rivelati fatali per la sopravvivenza della ditta. L’errore di fondo, commesso dagli Alliata prima e dalla von Roll dopo, è stato quello di non aver riconvertito la produzione in acciai più pregiati, quando le circostanze lo avrebbero permesso e di essersi limitati alla fabbricazione del tondino per cemento armato, un prodotto povero che anche paesi sottosviluppati ormai riuscivano a produrre (Turchia, Maghreb, ecc.) e a prezzi molto più bassi. Inoltre noi mancavamo di un mercato vicino, nel raggio di un centinaio di chilometri e questo ci penalizzava molto, soprattutto se pensiamo ai costi, sempre più elevati, dei trasporti.» Ricorda gli anni in cui i vecchi padroni, gli Alliata, si lanciarono in un’avventura pazza, costruendo vicino a New York un’acciaieria sulla falsa riga di quella di Bodio: la New Jersey Steel. «Un’avventura costata centinaia di milioni di franchi e che rovinò nel giro di poco tempo e produsse un salasso che contribuì a dare una drammatica spallata alle finanze di Bodio. Ma fu soprattutto la mancata riconversione in acciai più pregiati, a rendere asfittica una fabbrica che nel tempo avrebbe faticato a reggere la concorrenza.» Perciò, per Gianferrari vedere la vendita alla von Roll come unica causa della rovina della Monteforno è da miopi. Quella fabbrica che aveva significato ricchezza per tutta la regione della Bassa Leventina, aveva permesso ai suoi operai di vivere con buone retribuzioni e, negli ultimi anni, anche con buone condizioni di lavoro, soprattutto per quanto riguardava la protezione della salute. Miglioramenti, ricorda Gianferrari, ottenuti soprattutto negli ultimi anni ed anche grazie alle pressioni sindacali. Nei decenni precedenti, infatti, lavorare in acciaieria e nei laminatoi poteva significare respirare esalazioni molto nocive, provenienti dalla fusione dei rottami, o affrontare grossi sforzi fisici e attività pericolose. «Ricordo che negli anni Settanta – ci dice –, nella zona dei forni talvolta i fumi erano così densi da formare una nebbia così fitta da non riuscire a vedere oltre i dieci metri. Nella storia della Monteforno, per fortuna, ci sono stati “solo” tre casi di morte per incidente, ma non si potrà mai appurare quanti operai sono morti per essere stati a contatto giornalmente con sostanze nocive, come i metalli pesanti e l’amianto.» Dopo la chiusura della Monteforno, Gianferrari contribuì ad allestire il Progetto pilota Transfer da cui scaturì l’Associazione Transfer Monteforno (Atm) che, dal ’94 fino a fine giugno del ’96, si adoperò per la riqualifica e il reinserimento professionale del personale dell’acciaieria chiusa. «La Transfer – precisa – assunse tutti coloro che erano stati licenziati in vista di quella che, si pensava allora, sarebbe stata la riapertura della fabbrica di Bodio (primavera ’95). Quando venne preparato il progetto Transfer infatti, era in atto un tentativo, l’ultimo, per evitare la chiusura e salvare la Monteforno. Tramite la mediazione del Cantone infatti, la von Roll stava cercando di vendere l’acciaieria di Bodio ad un nuovo acquirente, che l’avrebbe dovuta ristrutturare e rilanciare. Poi, purtroppo, la vendita e la riapertura non andarono in porto ed il progetto Transfer rimase in piedi allo scopo di aiutare le maestranze a riqualificarsi per trovare altri posti di lavoro. Tant’è che alcuni, una decina, trovarono lavoro addirittura nel settore sanitario. Parlo di persone che hanno ripreso a studiare all’età di 40-50 anni e che hanno avuto la volontà e la forza di ricominciare. Come scrisse il direttore dell’Atm di allora, Poretti, queste persone passarono “dal tondino al termometro”. Io stesso, quando la Monteforno chiuse, avevo 51 anni, un’età in cui è difficile trovare un nuovo lavoro.» Aiutare gli altri a riqualificarsi è stata la nuova strada intrapresa da Fernando Gianferrari, sulla quale ha continuato a muoversi. Finita l’esperienza dell’Atm, subito dopo ha contribuito a creare, in collaborazione con altri e con il Cantone, l’Associazione Transfer Ticino per il reinserimento professionale dei disoccupati iscritti alle Casse disoccupazione. «Anche quest’esperienza si concluse – afferma Gianferrari – e nel 1999 demmo vita ad una terza esperienza, tuttora attiva ed in espansione, chiamata Labor Transfer (con sede a Camorino) che ha allargato la propria attività occupandosi anche del reinserimento professionale di persone provenienti direttamente da ditte private.» È scomparso un mondo Antonio Delogu, sardo vulcanico, è uno dei circa 300 operai che, tra il 1961 e il 1970, giunsero dalla Sardegna per approdare alla Monteforno. Ci accoglie nella sua casa di Faido, costellata di oggetti artigianali e ricordi della sua terra. Non aveva ancora 17 anni Delogu, quando arrivò in Svizzera. Era il 1961. Come la maggior parte dei 300 sardi approdati alla Monteforno era convinto che, massimo tre o quattro anni, avrebbe prima o poi fatto rientro nell’isola ma quella stagione si prolungò per 35 anni. Faceva parte del primo gruppo di sardi assunti alle acciaierie, tutti provenienti da Tula e Oschiri, due paesi situati nel nord della Sardegna. Qui, come nel resto dell’isola, la disoccupazione era una delle prospettive future più certe per i giovani. L’arrivo del capo del personale della Monteforno, Carlo Franscini, fu il biglietto per una svolta che cambiò radicalmente la vita di molti. Intorno al 1961 la Monteforno di Bodio era in piena espansione e non trovando sufficiente personale in casa andava a cercare rinforzi nella vicina penisola. Seguendo l’esempio del fratello Nicola, già impiegato dalla Monteforno, Antonio decide di partire e viene assunto come meccanico. «Al mio arrivo in Ticino mi sentii spaesato – racconta Delogu –, tutto era nuovo ed estraneo. Ma ebbi la fortuna di avere con me buona parte della mia numerosa famiglia e mia madre: questo unito alla mia facilità di contatti mi aiutò non poco.» Una vita in Ticino e una vita alla Monteforno: Delogu vi ha lavorato dal ’61 fino alla chiusura. Se ricorda le prime battaglie sindacali? «Altroché – risponde pronto – nel ’61 prendevamo 2,82 franchi l’ora, una paga bassa anche per quei tempi. Era veramente duro lavorare in acciaierie, erano turni molto faticosi: dal lunedì mattina alla domenica mattina, ossia 48 ore settimanali. Dopo diversi anni alla Monteforno, entrai a far parte della Commissione di fabbrica, come attivista sindacale dell’Ocst.» Tutto sembra scolpito nella mente di Delogu. «Ricordo il primo sciopero, nel 1970 in cui si chiedeva un franco di aumento (allora gli adeguamenti salariali erano di qualche centesimo) e ottenemmo circa l’80 per cento della richiesta. Fu un fatto che ebbe risonanza nazionale.» Battaglie per migliori condizioni di lavoro ma anche per riconoscere la dignità dei lavoratori. «Non bisogna dimenticare che ci sono stati incidenti mortali sul lavoro. Quando morì un operaio in fabbrica, il caposervizio decise di farne uscire la salma dalla porta di servizio, da dove passavano i camion delle scorie del forno. Era inconcepibile. Io, che allora ero membro di Commissione, andai dritto dal direttore e lo convinsi a che il corpo dell’operaio uscisse dal cancello principale. Al suo passaggio la ditta si fermò e l’operaio ebbe, se non altro, l’omaggio del silenzioso saluto dei suoi compagni di lavoro.» Con la cessione della Monteforno alla Von Roll di Gerlafingen, il vento cambiò nell’acciaieria. «Il destino dell’azienda è stato segnato quando la Von Roll ha messo piede a Bodio. La vendita della fabbrica fu l’inizio della sua fine e le centinaia di licenziamenti negli anni successivi ne furono la conferma.» Questione di tempo e nel ’94 la chiusura non risparmiò nessuno. «Le notizie erano contrastanti – dice Delogu – e noi fino all’ultimo abbiamo continuato a sperare. Per questo la chiusura fu un vero e proprio choc. Ho visto uomini di 50 anni piangere come bambini; operai con 41 anni di servizio alle spalle che hanno perso il prepensionamento a un solo mese dalla meta. Io alla Monteforno mi sono ammalato: come vede la buona remunerazione degli ultimi tempi implicava comunque uno scotto da pagare.» Senza più un lavoro, passati un po’ di anni alcuni sardi sono stati costretti al rientro nella propria terra d’origine. «Dopo una vita passata a cercare di integrarsi in un paese straniero, ritornare indietro, dove tutto è cambiato, significa sentirsi stranieri due volte.» E per Antonio Delogu com’è stato il dopo-Monteforno? «Triste, come può esserlo la scomparsa di un piccolo mondo. Ancora oggi quando, da Faido diretto verso Biasca, passo davanti alla Monteforno mi viene istintivo voltarmi per guardare quel che resta. E piange il cuore, per qualcosa che avrebbe potuto continuare ad esistere, se non fosse stato sacrificato sull’altare degli interessi di un gruppo economico divoratore.» Antonio Delogu, sardo vulcanico, è uno dei circa 300 operai che, tra il 1961 e il 1970, giunsero dalla Sardegna per approdare alla Monteforno. Ci accoglie nella sua casa di Faido, costellata di oggetti artigianali e ricordi della sua terra. Non aveva ancora 17 anni Delogu, quando arrivò in Svizzera. Era il 1961. Come la maggior parte dei 300 sardi approdati alla Monteforno era convinto che, massimo tre o quattro anni, avrebbe prima o poi fatto rientro nell’isola ma quella stagione si prolungò per 35 anni. Faceva parte del primo gruppo di sardi assunti alle acciaierie, tutti provenienti da Tula e Oschiri, due paesi situati nel nord della Sardegna. Qui, come nel resto dell’isola, la disoccupazione era una delle prospettive future più certe per i giovani. L’arrivo del capo del personale della Monteforno, Carlo Franscini, fu il biglietto per una svolta che cambiò radicalmente la vita di molti. Intorno al 1961 la Monteforno di Bodio era in piena espansione e non trovando sufficiente personale in casa andava a cercare rinforzi nella vicina penisola. Seguendo l’esempio del fratello Nicola, già impiegato dalla Monteforno, Antonio decide di partire e viene assunto come meccanico. «Al mio arrivo in Ticino mi sentii spaesato – racconta Delogu –, tutto era nuovo ed estraneo. Ma ebbi la fortuna di avere con me buona parte della mia numerosa famiglia e mia madre: questo unito alla mia facilità di contatti mi aiutò non poco.» Una vita in Ticino e una vita alla Monteforno: Delogu vi ha lavorato dal ’61 fino alla chiusura. Se ricorda le prime battaglie sindacali? «Altroché – risponde pronto – nel ’61 prendevamo 2,82 franchi l’ora, una paga bassa anche per quei tempi. Era veramente duro lavorare in acciaierie, erano turni molto faticosi: dal lunedì mattina alla domenica mattina, ossia 48 ore settimanali. Dopo diversi anni alla Monteforno, entrai a far parte della Commissione di fabbrica, come attivista sindacale dell’Ocst.» Tutto sembra scolpito nella mente di Delogu. «Ricordo il primo sciopero, nel 1970 in cui si chiedeva un franco di aumento (allora gli adeguamenti salariali erano di qualche centesimo) e ottenemmo circa l’80 per cento della richiesta. Fu un fatto che ebbe risonanza nazionale.» Battaglie per migliori condizioni di lavoro ma anche per riconoscere la dignità dei lavoratori. «Non bisogna dimenticare che ci sono stati incidenti mortali sul lavoro. Quando morì un operaio in fabbrica, il caposervizio decise di farne uscire la salma dalla porta di servizio, da dove passavano i camion delle scorie del forno. Era inconcepibile. Io, che allora ero membro di Commissione, andai dritto dal direttore e lo convinsi a che il corpo dell’operaio uscisse dal cancello principale. Al suo passaggio la ditta si fermò e l’operaio ebbe, se non altro, l’omaggio del silenzioso saluto dei suoi compagni di lavoro.» Con la cessione della Monteforno alla Von Roll di Gerlafingen, il vento cambiò nell’acciaieria. «Il destino dell’azienda è stato segnato quando la Von Roll ha messo piede a Bodio. La vendita della fabbrica fu l’inizio della sua fine e le centinaia di licenziamenti negli anni successivi ne furono la conferma.» Questione di tempo e nel ’94 la chiusura non risparmiò nessuno. «Le notizie erano contrastanti – dice Delogu – e noi fino all’ultimo abbiamo continuato a sperare. Per questo la chiusura fu un vero e proprio choc. Ho visto uomini di 50 anni piangere come bambini; operai con 41 anni di servizio alle spalle che hanno perso il prepensionamento a un solo mese dalla meta. Io alla Monteforno mi sono ammalato: come vede la buona remunerazione degli ultimi tempi implicava comunque uno scotto da pagare.» Senza più un lavoro, passati un po’ di anni alcuni sardi sono stati costretti al rientro nella propria terra d’origine. «Dopo una vita passata a cercare di integrarsi in un paese straniero, ritornare indietro, dove tutto è cambiato, significa sentirsi stranieri due volte.» E per Antonio Delogu com’è stato il dopo-Monteforno? «Triste, come può esserlo la scomparsa di un piccolo mondo. Ancora oggi quando, da Faido diretto verso Biasca, passo davanti alla Monteforno mi viene istintivo voltarmi per guardare quel che resta. E piange il cuore, per qualcosa che avrebbe potuto continuare ad esistere, se non fosse stato sacrificato sull’altare degli interessi di un gruppo economico divoratore.» Antonio Delogu, sardo vulcanico, è uno dei circa 300 operai che, tra il 1961 e il 1970, giunsero dalla Sardegna per approdare alla Monteforno. Ci accoglie nella sua casa di Faido, costellata di oggetti artigianali e ricordi della sua terra. Non aveva ancora 17 anni Delogu, quando arrivò in Svizzera. Era il 1961. Come la maggior parte dei 300 sardi approdati alla Monteforno era convinto che, massimo tre o quattro anni, avrebbe prima o poi fatto rientro nell’isola ma quella stagione si prolungò per 35 anni. Faceva parte del primo gruppo di sardi assunti alle acciaierie, tutti provenienti da Tula e Oschiri, due paesi situati nel nord della Sardegna. Qui, come nel resto dell’isola, la disoccupazione era una delle prospettive future più certe per i giovani. L’arrivo del capo del personale della Monteforno, Carlo Franscini, fu il biglietto per una svolta che cambiò radicalmente la vita di molti. Intorno al 1961 la Monteforno di Bodio era in piena espansione e non trovando sufficiente personale in casa andava a cercare rinforzi nella vicina penisola. Seguendo l’esempio del fratello Nicola, già impiegato dalla Monteforno, Antonio decide di partire e viene assunto come meccanico. «Al mio arrivo in Ticino mi sentii spaesato – racconta Delogu –, tutto era nuovo ed estraneo. Ma ebbi la fortuna di avere con me buona parte della mia numerosa famiglia e mia madre: questo unito alla mia facilità di contatti mi aiutò non poco.» Una vita in Ticino e una vita alla Monteforno: Delogu vi ha lavorato dal ’61 fino alla chiusura. Se ricorda le prime battaglie sindacali? «Altroché – risponde pronto – nel ’61 prendevamo 2,82 franchi l’ora, una paga bassa anche per quei tempi. Era veramente duro lavorare in acciaierie, erano turni molto faticosi: dal lunedì mattina alla domenica mattina, ossia 48 ore settimanali. Dopo diversi anni alla Monteforno, entrai a far parte della Commissione di fabbrica, come attivista sindacale dell’Ocst.» Tutto sembra scolpito nella mente di Delogu. «Ricordo il primo sciopero, nel 1970 in cui si chiedeva un franco di aumento (allora gli adeguamenti salariali erano di qualche centesimo) e ottenemmo circa l’80 per cento della richiesta. Fu un fatto che ebbe risonanza nazionale.» Battaglie per migliori condizioni di lavoro ma anche per riconoscere la dignità dei lavoratori. «Non bisogna dimenticare che ci sono stati incidenti mortali sul lavoro. Quando morì un operaio in fabbrica, il caposervizio decise di farne uscire la salma dalla porta di servizio, da dove passavano i camion delle scorie del forno. Era inconcepibile. Io, che allora ero membro di Commissione, andai dritto dal direttore e lo convinsi a che il corpo dell’operaio uscisse dal cancello principale. Al suo passaggio la ditta si fermò e l’operaio ebbe, se non altro, l’omaggio del silenzioso saluto dei suoi compagni di lavoro.» Con la cessione della Monteforno alla Von Roll di Gerlafingen, il vento cambiò nell’acciaieria. «Il destino dell’azienda è stato segnato quando la Von Roll ha messo piede a Bodio. La vendita della fabbrica fu l’inizio della sua fine e le centinaia di licenziamenti negli anni successivi ne furono la conferma.» Questione di tempo e nel ’94 la chiusura non risparmiò nessuno. «Le notizie erano contrastanti – dice Delogu – e noi fino all’ultimo abbiamo continuato a sperare. Per questo la chiusura fu un vero e proprio choc. Ho visto uomini di 50 anni piangere come bambini; operai con 41 anni di servizio alle spalle che hanno perso il prepensionamento a un solo mese dalla meta. Io alla Monteforno mi sono ammalato: come vede la buona remunerazione degli ultimi tempi implicava comunque uno scotto da pagare.» Senza più un lavoro, passati un po’ di anni alcuni sardi sono stati costretti al rientro nella propria terra d’origine. «Dopo una vita passata a cercare di integrarsi in un paese straniero, ritornare indietro, dove tutto è cambiato, significa sentirsi stranieri due volte.» E per Antonio Delogu com’è stato il dopo-Monteforno? «Triste, come può esserlo la scomparsa di un piccolo mondo. Ancora oggi quando, da Faido diretto verso Biasca, passo davanti alla Monteforno mi viene istintivo voltarmi per guardare quel che resta. E piange il cuore, per qualcosa che avrebbe potuto continuare ad esistere, se non fosse stato sacrificato sull’altare degli interessi di un gruppo economico divoratore.» Lettere indesiderate “Operaio Monteforno”, recita l’elenco telefonico alla voce Ermenegildo Pileri, ultimo sardo nel ’72 ad essere stato assunto dall’acciaieria. Quella mansione che fino al 1994 aveva svolto per 22 anni si è oramai fusa con la sua identità. Lui e sua moglie Giovanna vivono nel Palazzo B della Monteforno, a Bodio. Ed è lì che li incontriamo, in quell’agglomerato di appartamenti, i cui campanelli sono costellati di cognomi che testimoniano le radici sarde degli inquilini. Tre palazzi, tutti della Monteforno, tutti vicini e tutti abitati dai suoi operai; edifici, vestali di un’epoca sbiadita ma pietra miliare della storia operaia e dell’immigrazione del Cantone. Arrivati in Ticino 32 anni fa, i Pileri avevano lasciato la Sardegna, l’isola dei nuraghi, per approdare in un’altra piccola “isola”, quella della Monteforno. Il percorso della memoria si sofferma al periodo intorno al 1987, quando nell’acciaieria la mannaia dei tagli di posti di lavoro cominciò ad infliggere i suoi colpi più duri: 187 licenziamenti. La sera magari finivi il turno e poi l’indomani mattina suonava il campanello e il postino recapitava la funesta missiva, raccomandata. «Abbiamo vissuto nella paura per anni, prima della chiusura definitiva della Monteforno – ci dice la signora Pileri , una donna energica e con una forte capacità espressiva –. Lavoravamo tutti laddentro, io stessa per anni come addetta alle pulizie degli uffici (1978-1984). Mi alzavo alle 3.30 del mattino per essere a casa alle 8 e portare all’asilo e a scuola i nostri due figli piccoli. Quando cominciarono a licenziare un vento maligno ci tolse la serenità che avevamo avuto fino ad allora. Eravamo tutti tesi, ognuno chiuso nel guscio della propria casa, col terrore che il postino potesse suonare alla loro porta. Poi, un giorno, la raccomandata è giunta ad un nostro vicino, qui nel palazzo, e da quel momento la paura ha cominciato a paralizzare i nostri pensieri. Il futuro per noi era sospeso ormai. Ogni mattina era un continuo chiedersi: per chi suonerà il postino oggi?» E mentre raccontano a due voci, i coniugi Pileri, i loro occhi hanno ancora le tracce di quello smarrimento che li aveva colti a tradimento allora. «Viviamo ancora adesso gli strascichi di quel dolore, di quelle paure e preoccupazioni, di quella tristezza – continua la signora Pileri –. Bodio da allora è cambiata irrimediabilmente. Tutto si è incupito, c’è un senso sottile di abbandono che accompagna i nostri pensieri quando guardiamo questo paese che un giorno era stato così pieno di vita. La Monteforno era sì i circa 340 lavoratori ma anche l’indotto che produceva, la vita sociale. Ormai è cambiato tutto, anche il carattere delle persone.» Il signor Pileri si ricorda bene quando nel 1994, qualche mese prima della chiusura, i timori erano diventati certezza. «Si mormorava di un’imminente chiusura – ricorda Ermenegildo – ma nessuno ci credeva veramente. Quando tornai dalle vacanze, a fine agosto, il capo servizio non c’era più: divenne chiaro allora che qualcosa di grave stava per accadere. In quei mesi vedevamo alti rappresentanti di altre industrie andare e venire e questo ci sembrava un segnale buono e i sindacati ci esortavano a non mollare.» Finché un giorno d’inizio dicembre non viene chiesto al signor Pileri, addetto ad uno dei forni, di spegnerli. Le parole si arenano in gola e l’ex operaio sardo, un tempo ragazzo-pastore, è sopraffatto dall’emozione al solo ricordo. La signora Pileri viene in suo soccorso: «Sembrava che spegnendo quel forno stesse spegnendo metà della sua vita e così era.» Quanti sacrifici per quel lavoro: Giovanna Pileri aveva dovuto per un anno lasciare suo figlio dalla madre in Sardegna perché le autorità non le avevano dato il permesso portarlo con sé. Ora a distanza di anni cosa è rimasto? «Sono rimasti i ricordi, molti bei ricordi ma anche brutti – risponde la signora Pileri mentre suo marito annuisce –. Ma è giusto ricordare, far conoscere ai giovani la nostra storia che è la storia di tutti coloro che ancora oggi arrivano qui, come stranieri, affrontando gli stessi sacrifici che noi abbiamo affrontato allora.» 1994, storia di un anno Era nell’aria, ma la notizia arriva come un fendente. Il 3 marzo 1994 una delegazione della Von Roll annuncia per la fine dell’anno la chiusura dell’acciaieria della Monteforno di Bodio, situata nel comprensorio a sud di Giornico e costruita nel 1946 da Alliata Nobili, Luigi Giussani e Cesare Giudici. È un duro colpo per la regione della Bassa Leventina dove il tasso di disoccupazione in quel periodo raggiunge il 10 per cento (contro il 7,8 per cento della media ticinese). La parabola dell’industria siderurgica, che nel giro di un ventennio aveva raggiunto lo zenit della produttività e dei posti di lavoro offerti (dai 42 del primo anno ai quasi mille del 1974), si conclude dopo anni di travagliati tentativi atti a salvarla dalla crisi che subentra nella seconda metà degli anni Settanta. Nella vendita della Monteforno, ceduta alla Von Roll di Gerlafingen nel 1977, si comincia a leggere l’inizio del declino della fabbrica. Si operano una serie di ristrutturazioni e conseguenti tagli di personale, concentrati soprattutto tra il 1983 e il 1987, periodo in cui oltre 420 impiegati ricevono la lettera di licenziamento. Razionalizzazioni che negli anni Novanta riducono il personale a circa 390 unità. Si tratta per la maggior parte di lavoratori stranieri provenienti dalla Jugoslavia, Portogallo, Spagna e soprattutto dall’Italia (nota è la folta colonia sarda stabilitasi nella Bassa Leventina): un capitale umano e lavorativo che rischia di andare alla deriva con lo smantellamento dell’acciaieria. Nel marzo del ’94, all’indomani dell’annuncio della Von Roll, l’Flmo scrive ai consiglieri federali Dreifuss e Stich e inoltra una petizione al Consiglio di Stato ticinese affinché intervenga in favore della salvaguardia della Monteforno e dell’occupazione. Si chiede che si faccia pressione sulla Von Roll affinché ceda la fabbrica al gruppo Kügler che si era interessato all’acquisto ma anche sulle banche affinché rilascino crediti. Intanto sindacati e operai compatti mantengono viva la mobilitazione e il 9 aprile 1994 viene indetta a Bodio una manifestazione nazionale: da tutta la Svizzera giungono 3’000 metallurgici a sostegno dei loro colleghi della Monteforno. Le trattative di vendita vanno avanti per mesi ma appaiono sempre più chiare le intenzioni della Von Roll: costituire, in accordo con la Von Roos (l’altra grossa industria siderurgica svizzera), un vero e proprio monopolio nazionale dell’acciaio eliminando ogni possibile concorrente. E così, quel cauto ottimismo che sembrava condurre fino alla fine di novembre del ’94, ad un probabile accordo di vendita, va scemando il 31 dicembre 1994 quando i battenti della fabbrica si serrano. Proprio in quel periodo viene creata l’Associazione Transfer Monteforno (Atm), su iniziativa dell’Ufficio federale dell’industria e delle arti e mestieri e del lavoro e del Cantone Ticino per formare, riqualificare e reintegrare nel mercato del lavoro le maestranze dell’acciaieria. Ne sono membri il Cantone Ticino, i sindacati Flmo e Ocst, la Regione Tre Valli e la stessa Monteforno. Nel gennaio e febbraio 1995 cadono definitivamente le ultime speranze di vendere la fabbrica. Messi alla porta, gli operai ricevono ancora l’ultimo “schiaffo” dalla Von Roll che in una conferenza stampa di metà marzo del ’95 minimizza la portata della chiusura della Monteforno riducendo il destino di un’intera comunità ad una manciata di numeri: «in fondo non sono state licenziate 5 mila persone ma solo 300.» (Lotta sindacale, 17.03.’95)

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Venerdì 3 Dicembre 2004

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