< Ritorna

Stampa

 

Monngate, e il governo balbetta

di

Gianfranco Helbling
Il Monngate, lo scandalo che ha preso avvio con la decisione di non tassare il passaggio di proprietà da padre a figlio della catena di negozi Monn ma che si è progressivamente esteso a tutta la gestione della Divisione cantonale delle contribuzioni, ha improvvisamente subito questa settimana un’accelerazione. Dapprima con le rivelazioni del “Caffè” concernenti in particolare l’assunzione da parte del direttore della Divisione Stefano Pelli del dossier fiscale di Franco Masoni, il padre della direttrice del Dipartimento economia e finanze Marina Masoni da cui dipende la Divisione delle contribuzioni. Poi, lunedì sera, con delle dichiarazioni di fuoco della stessa Masoni che, improvvisamente, scaricava lo stesso Pelli e il vicedirettore Pietro Dell’Era. Martedì v’è stata quindi la decisione del Consiglio di Stato di nominare una commissione d’inchiesta amministrativa e, in serata, la sconcertante rivelazione, da parte di “Teleticino”, sulla fondazione Masoni, il cuore stesso di quel dossier fiscale che Pelli aveva deciso di trattare in prima persona che pone anche con una certa urgenza la questione se sia opportuno che Marina Masoni rimanga alla guida della Divisione delle contribuzioni in questa fase (cfr. riquadrato sotto a sinistra). Mercoledì, infine, sono giunti i nomi dei membri della commissione d’inchiesta amministrativa, dopo un giro di valzer da parte del governo sulla sua composizione che ha dell’incredibile (cfr. riquadrato sotto a destra). Nell’intervista che segue facciamo il punto alla situazione dal profilo politico con la capogruppo socialista in Gran Consiglio Marina Carobbio, che già alla fine di novembre aveva chiesto in parlamento a nome del gruppo socialista l’istituzione non solo di una commissione d’inchiesta amministrativa ma anche di una commissione parlamentare per chiarire funzionamento e responsabilità politiche dei disguidi all’interno della Divisione delle contribuzioni. Marina Carobbio, come commenta la decisione del governo di istituire una commissione d’inchiesta amministrativa sul caso Monn? L’istituzione della commissione d’inchiesta amministrativa è un atto dovuto cui finalmente il governo dà seguito. Il Consiglio di Stato già un mese fa aveva tutti gli elementi necessari per deciderne l’istituzione, come da noi richiesto, senza dover essere messo sotto pressione dalla stampa. Questione centrale è ora il mandato che le sarà attribuito: a mio avviso non si tratta tanto e solo di valutare se il passaggio di proprietà della Monn da padre a figlio doveva essere tassato, quanto di comprendere questioni più ampie e di fondo, ad esempio come è stato gestito il flusso di informazioni all’interno del Dfe, se la direttrice del dipartimento era informata e se sì perché non ha messo al corrente il resto del governo, ecc. Malgrado l’istituzione di una commissione d’inchiesta amministrativa lei continua a sostenere per conto del Ps la necessità di avviare anche un’inchiesta parlamentare. Il Gran Consiglio dovrebbe discuterne il 23 gennaio. Ma cosa potrebbe fare di meglio la commissione parlamentare rispetto alla commissione amministrativa? Riconosco i limiti delle commissioni parlamentari d’inchiesta. Ho partecipato ai lavori di quella sul caso dei permessi facili, e lì i limiti erano dati soprattutto dalle competenze e da una legge che nel frattempo è stata modificata. Specifica della commissione parlamentare è la valutazione politica che essa compie: essa mira a chiarire se vi siano delle responsabilità di tipo politico, al di là di quelle amministrative. E qui si tratta di capire ad esempio se davvero Masoni non è stata informata compiutamente, cosa grave perché dimostrerebbe che non ha in mano le redini del Dipartimento che conduce, oppure, se è stata informata, perché non è intervenuta tempestivamente, cosa non meno grave. Alla luce poi delle ultime rivelazioni sulla fondazione di famiglia nel canton Svitto la rilevanza politica del caso appare ancora più evidente. Quante speranze ha che la commissione parlamentare d’inchiesta venga davvero istituita? Purtroppo poche. Le dichiarazioni degli altri capigruppo in questi giorni non sono incoraggianti. Spero almeno che il parlamento si renda conto dell’importanza della questione e non eluda il dibattito. Come valuta le esternazioni di lunedì con cui Marina Masoni ha di fatto scaricato il direttore della Divisione delle contribuzioni Stefano Pelli e il vicedirettore Pietro Dell’Era, usando toni molto decisi? A questo punto era inevitabile che prendesse posizione. Ma lascia molte perplessità. Come fa ad esempio a dire di non aver saputo del conflitto d’interessi del vicedirettore Dell’Era con la sua funzione di presidente del consiglio d’amministrazione di una banca, quando questo fatto sussisteva già al momento della nomina di Dell’Era ai vertici della Divisione e da due mesi almeno è stato sollevato sulla stampa e da me personalmente in parlamento? Ritiene che quelli emersi siano soltanto dei problemi di conduzione tecnica di un dipartimento o che alla base vi sia una volontà di far funzionare in un modo ben preciso la Divisione delle contribuzioni, con il rischio che poi si producano disfunzioni come quelle cui si assiste in queste settimane? Questo dovranno verificarlo le commissioni d’inchiesta, in particolare, se verrà istituita, quella parlamentare, trattandosi di una questione eminentemente politica. Quello che si nota già oggi, e che è preoccupante per la credibilità delle istituzioni e per i cittadini contribuenti, è che una delle Divisioni più importanti di tutta l’amministrazione, che fino a poco tempo fa funzionava bene, ora è palesemente in affanno. C’è un disegno politico che, anche indirettamente, ha fatto in modo che ora la Divisione delle contribuzioni funzioni male? Ci si può per lo meno chiedere se esiste, come credo e come ho già detto in passati interventi parlamentari, una volontà di diminuire la qualità dell’accertamento fiscale. Ad esempio la nota dell’Amministrazione federale delle contribuzioni che chiede al fisco ticinese se è sicuro che le cose nel caso Monn stiano come le ha descritte il fiduciario della ditta, rispecchia un caso isolato o è indice di un sistema? Ci vorrebbe piuttosto un potenziamento di personale alla Divisione delle contribuzioni, che migliori l’accertamento fiscale, cosa che potrebbe essere interessante per lo Stato stesso garantendo nuove entrate e per i cittadini nel senso di una effettiva parità di trattamento fra i diversi contribuenti. Ma altre questioni lasciano perplessi. Sappiamo ad esempio che alla Divisione delle contribuzioni è in uso un sistema informatico che non funziona come dovrebbe: e allora perché la ditta che l’ha fornito non viene chiamata a risponderne? Se dovesse risultare, com’è possibile, che la fattispecie Monn non doveva essere tassata, non c’è il rischio che tutta la vicenda si concluda con una bolla di sapone? No. Rimarrebbe comunque un problema di conduzione della Divisione e di controllo da parte delle istanze superiori, Dipartimento e Consiglio di Stato. Questa vicenda si trascina da agosto senza che si intraveda una soluzione, e con aspetti comunque inquietanti. Ad esempio è normale che due alti funzionari siano destituiti semplicemente per una divergenza d’opinioni col capo? Non credo proprio. E cosa significa allora la loro reintegrazione? Se è vero, è normale che i vertici del Dipartimento non siano stati informati del parere dettagliato dell’Amministrazione federale delle contribuzioni contrario all’esenzione? Se non è vero, perché i vertici del Dipartimento lo sostengono? E che ne è del conflitto d’interessi del vicedirettore Dell’Era? In definitiva non importa tanto sapere se fosse giusto tassare o no nel caso Monn, quanto capire cosa sta attorno a questa mancata tassazione. E se i Masoni nell'indigenza... La questione della fondazione di famiglia Masoni con sede a Svitto pone con una certa urgenza la questione, che il mondo politico sembra voler eludere, se ed in che misura Marina Masoni debba rimanere alla testa del Dipartimento finanze ed economia o per lo meno della Divisione delle contribuzioni. La fondazione Masoni ha lo scopo di assistere i membri della cerchia familiare qualora qualcuno di loro cadesse nell’indigenza, ed è dotata di un notevole patrimonio, fra cui alcuni immobili situati nel luganese. Si tratta di un ingente capitale (decine, forse centinaia di milioni) che, del tutto legalmente, la famiglia Masoni ha tolto dalla sfera d’influenza del fisco ticinese. Secondo quanto rivelato da “Teleticino” martedì sera, nella fondazione sarebbero confluiti utili derivanti da consulenze effettuate dallo studio legale di Franco Masoni, padre della direttrice del Dfe. Ora fra il fisco ticinese e Franco Masoni, il cui incarto era stato richiamato dal direttore della Divisione delle contribuzioni Stefano Pelli, è aperto un contenzioso per il recupero di imposte per un ammontare di diversi milioni di franchi. Secondo il fisco ticinese infatti l'avvocato Masoni avrebbe dovuto pagare le imposte su quegli utili, trattandosi di reddito derivante da attività professionale. Invece confluendo nella fondazione di Svitto, quei guadagni sono diventati esenti da tassazione. La questione è dunque se sia corretto che, in una fase già di per sé così delicata, Marina Masoni rimanga alla guida della Divisione cantonale delle contribuzioni mentre i funzionari di questa stessa Divisione dovrebbero fare di tutto per recuperare dal patrimonio della fondazione di famiglia alcuni milioni di franchi: milioni di cui almeno teoricamente potrebbe beneficiare addirittura la stessa Marina Masoni qualora non rientrassero nelle casse dell’erario cantonale e lei cadesse nell’indigenza. L’applicazione rigorosa delle regole del buon governo e del buon senso imporrebbero di dire che la direttrice del Dfe dovrebbe almeno momentaneamente lasciare la guida della Divisione delle contribuzioni fin tanto che l’inchiesta amministrativa e il caso concernente la fondazione di famiglia non siano stati chiariti. Il valzer degli esperti Per finire mercoledì mattina il Consiglio di Stato ha nominato tre esperti indipendenti dall’amministrazione cantonale per indagare sul Monngate: si tratta di Emilio Catenazzi (ex giudice federale), Sergio Bianchi (ex giudice federale) e Alessandro Soldini (ex giudice del tribunale d'appello). Ma questo, appunto, soltanto per finire. Martedì infatti, come recitava lo striminzito bollettino stampa emanato dalla Cancelleria, il governo aveva deciso «l’apertura di un’inchiesta amministrativa che sarà affidata ad una commissione di tre membri, di cui due esterni all’Amministrazione cantonale e un rappresentante del Dfe». E già questa sconcertante composizione, con un membro della commissione in rappresentanza del Dfe (cioè un funzionario gerarchicamente subordinato alla direttrice del Dipartimento su cui si conduce l’inchiesta), era un progresso rispetto alla composizione della commissione che martedì Masoni stava per far accettare alla maggioranza del governo. Perché anche in un momento di fortissimo imbarazzo l’ascendente della direttrice del Dfe sugli altri tre membri borghesi del Consiglio di Stato pare essere notevole. La proposta della direttrice del Dfe era di nominare tre interni all’amministrazione, e cioè Giampiero Gianella (cancelliere e fedelissimo di Masoni), Guido Corti (consigliere giuridico del governo) e Sergio Morisoli (coordinatore del Dfe, direttore della Divisione delle risorse e altro fedelissimo di Masoni). Come detto martedì Marco Borradori, Gabriele Gendotti e Luigi Pedrazzini stavano per accettare questa proposta, a dimostrazione che se la direttrice del Dfe esce male da questa vicenda, la maggioranza di governo non ne esce molto meglio. C’era voluta la decisa opposizione della socialista Patrizia Pesenti perché questa composizione non venisse accettata e la nomina della commissione fosse rinviata di un giorno. In un primo tempo però il governo aveva optato per una soluzione molto ambigua, con un membro in rappresentanza del Dfe: della sua insostenibilità Borradori, Gendotti e Pedrazzini non si sono resi conto che mercoledì mattina, quando la faccenda della fondazione Masoni in quel di Svitto era diventata di pubblico dominio.

Pubblicato

Venerdì 13 Gennaio 2006

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 20 Gennaio 2022