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Moderni pirati, vecchie lotte

di

Pablo Guscetti

“i marinai semplici che diventavano pirati mettevano in luce i problemi di classe; gli ex-schiavi africani o afro-americani che passavano alla pirateria ponevano l’accento sui problemi razziali; e i pirati donna lo ponevano sulle convenzioni di genere. E tutti quelli che decidevano di diventare pirati e navigare sotto «la propria bandiera nera», il Jolly Roger, mettevano in scena un dramma di natura squisitamente politica riguardante i rapporti tra le nazioni.”
Markus Rediker, “Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria”, 2004.


Il sostantivo ”pirata” deriva dal verbo greco peiráomai, “fare un tentativo, provare un assalto”.
Provare… tentare. Nelle azioni piratesche non vi è certezza di riuscita, ma un senso di necessità e di libertà. Queste azioni si collocano, come sostiene Rediker, in una storia attuata “dal basso” e ci mostrano come ogni grande idea di emancipazione è il frutto delle lotte che ci hanno preceduto. Lotte nate da realtà di classe.
Nel 1713 al termine della Guerra di successione spagnola, le forze imperiali europee si spartiscono le aree d’influenza del globo, consce del fatto che gli affari reclamano la “pace”.
Indie Occidentali, Nord America e Africa occidentale rappresentano un mercato vitale per le potenze atlantiche. Alla guerra “di religione” si sostituisce una latente guerra commerciale.


L’anno 1716 rappresenta l’apogeo della pirateria. La fine della guerra coincide con la massiccia smobilitazione dei corpi di marina britannici, spagnoli e francesi. Impieghi e salari marittimi crollano. Masse di disperati si riversano a terra, spogliati di tutto e costretti a vendere la loro forza lavoro.
Ma una piccola minoranza agguerrita e capace di navigare sceglie un’atra rotta. Questa minoranza sa che la vita del pirata è corta e brutale, ma sa anche cosa sono la monarchia e lo sfruttamento. Sa che, nella pirateria, ogni uomo ha diritto a un voto e a una dose di rum, il capitano è eletto e il bottino viene diviso in parti uguali. Le differenze nazionali non esistono, perché i pirati appartengono al mare.
Nel 1768, quando questa pirateria è ormai debellata, i marinai di Londra in lotta per il salario abbassano le vele ai padroni delle navi come forma di pressione. Tale gesto, definito in gergo nautico striking, sarebbe all’origine del termine inglese sciopero (to strike).


270 anni dopo l’epoca d’oro dei pirati, le potenze atlantiche sono ancora “in pace” e continuano ad aver bisogno di un immenso e stabile mercato. Il 1° luglio 1986 entra in vigore l’atto unico Europeo, con il suo sacro principio della libera circolazione dei capitali e dei servizi. Parole come “Consorzi, razionalizzazione, apertura dei mercati pubblici” sono all’ordine del giorno.


Negli scorsi giorni a Locarno 34 marinai sono entrati in sciopero. Tentando un assalto si rendono protagonisti di una Storia dal basso, ancora sulla rotta verso una società più giusta. Questi moderni pirati, mettendo in luce problemi di classe, si legano alle lotte passate, mostrandoci come dignità e posto di lavoro non possono crollare in nome del mercato.

Pubblicato

Giovedì 6 Luglio 2017

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