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Minatori

di

Giuseppe Dunghi
«[Dioclide] disse di avere uno schiavo che lavorava nelle miniere del Laurion e perciò doveva andare a riscuotere l’apophorà. Alzatosi di buon’ora, anzi ancora più presto poiché si era sbagliato, si era messo in viaggio: era una notte di luna piena. Arrivato all’ingresso del teatro di Dioniso, vide molte persone che scendevano dall’Odeon verso l’orchestra; preso da timore alla loro vista, si nascose rannicchiandosi nell’ombra tra una colonna e la stele sulla quale si innalza lo stratego di bronzo. Così poté vedere…» (Andocide, Sui misteri, 38). Il teatro di Dioniso e l’Odeon silenziosi nella notte di plenilunio sono fra le cose più suggestive della narrazione dei fatti compiuta da Andocide in sua difesa davanti alla Bulé. Ma qui ci interessa non la luce della luna sopra Atene o che cosa vide Dioclide nascosto nel suo angolo. Ci interessa dove stava andando. Si era alzato presto per andare a riscuotere l’apophorà, ossia la quota a lui spettante del salario dello schiavo. Presumibilmente il padrone si prendeva tutto, eccetto un piccola parte destinata a mantenere in vita lo schiavo, esattamente come si fa con un animale: a nessun contadino verrebbe mai in mente di dare al bue o all’asino il ricavato del loro lavoro. Dioclide era un cittadino di condizione modesta, come si intuisce da altri passi della narrazione, e poteva permettersi un solo schiavo. Ma tale sistema di sfruttamento delle miniere costituiva la norma in epoca antica. Un certo Nicia – scrive Senofonte nel IV secolo a.C. – teneva mille schiavi in una miniera della Tracia. Un certo Ipponico ne possedeva 600. Un altro, Filomonide, 300. Per gli antichi l’epoca della felicità, l’età dell’oro, apparteneva irrimediabilmente al passato, e il lavoro appariva come una condanna definitiva. L’aspirazione degli uomini liberi era l’ozio, poter dedicare il proprio tempo alla cultura e alla politica. Il lavoro era considerato un inferno riservato ai non-uomini. Noi invece collochiamo l’età dell’oro nel futuro e siamo convinti che il lavoro sia un mezzo per progredire verso quel futuro. Insomma, è stato compiuto un grande percorso storico dai tempi in cui si riscuoteva l’apophorà dal proprio schiavo. Il giorno precedente allo sciopero dei metalmeccanici del 2 dicembre in Italia, un quotidiano ha pubblicato un’intervista a Claudio Galli, direttore del personale alla Lamborghini Automobili di Sant’Agata Bolognese (circa 720 dipendenti): Galli, alla Lamborghini la maggioranza degli operai è al quinto livello. A quanto equivale uno stipendio medio? «Sono circa 1’150 euro al mese». Lo sa che a Bologna con questi soldi non si campa? «Sì, è vero, se è monoreddito. Ma è anche vero che la stessa produzione, non molto lontano, costa molto meno». Non molto lontano si possono dare salari inferiori ai 1’150 euro mensili, mettiamo 800. Un po’ più lontano probabilmente 500. Molto più lontano forse 100 o 50. Probabilmente non è vero che si è compiuto questo grande percorso di civiltà di cui si diceva. Oppure lo stiamo rapidamente percorrendo all’indietro. Stiamo camminando a grandi passi verso le miniere del Laurion. E i volti spaventati dei minatori cinesi che appaiono a volte sui nostri giornali dopo una strage sottoterra dicono che forse ci siamo già arrivati.

Pubblicato

Venerdì 9 Dicembre 2005

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