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Minaccia di sciopero a Visp

di

Silvano De Pietro
Il gruppo chimico Lonza è avvertito: se non verrà ritirato il piano di soppressione di posti di lavoro e se non saranno accolte le quattro condizioni poste dai lavoratori, sarà sciopero. La decisione è stata presa in assemblea da circa 200 dipendenti della fabbrica di Visp, nel Vallese, dove il gruppo basilese vuole tagliare 400 su 2'800 posti. Anche il governo cantonale vallesano ha segnalato ai sindacati la sua solidarietà.

Oltre alla rivendicazione centrale, i lavoratrori e i sindacati Unia e Syna avvertono la direzione di Lonza che non tollereranno tentativi d'intimidazione del personale. La risoluzione adottata dall'assemblea prevede anche la fissazione di un «termine ragionevole per la consultazione fino a fine febbraio 2013, per permettere al personale e ai suoi sindacati di formulare proposte alternative». In cosa potranno consistere tali proposte non è ancora stabilito, ma in un comunicato si afferma che «Unia e la commissione aziendale faranno di tutto, insieme con il personale, per impedire questo smantellamento scandaloso». La quarta richiesta è che la ditta assicuri ai partner sociali una informazione aperta e trasparente su tutti i dati rilevanti che concernono l'andamento dell'azienda. A tal fine verrà insediata una task-force, presieduta dal competente membro del governo cantonale e che includa rappresentanti del comune di Visp, della stessa Lonza e dei partner sociali.
Se queste richieste non verranno accolte dal management di Lonza, i dipendenti hanno annunciato uno sciopero di avvertimento. All'assemblea erano presenti anche i due consiglieri di stato Esther Waeber-Kalermaten e Jean-Michel Cina, che hanno espressamente confermato al personale di Lonza il pieno appoggio del governo cantonale. I sindacati Unia e Syna hanno già dato il via alla costituzione di un gruppo di lavoro che elabori le proposte mirate ad evitare licenziamenti. Ma nel Vallese stanno sorgendo anche altre iniziative, come quella di costituire, sotto la presidenza di due ex consiglieri di stato, un comitato politico interpartitico di sostegno ai dipendenti di Lonza in lotta. Ed è già stata avviata una petizione popolare che dovrebbe mobilitare gli abitanti di Visp e dintorni.
Il piano annunciato mercoledì 31 ottobre dalla direzione del gruppo chimico basilese prevede non solo la sparizione di 395 posti a tempo pieno nel suo maggiore stabilimento, quello di Visp, che ne conta attualmente 2'740. Ma anche di altri 100 posti di lavoro nell'amministrazione, in gran parte all'estero. La cancellazione dei posti di Visp è previsto che avvenga nell'arco di due anni, ma per la maggior parte già nel 2013. Il tutto nel quadro di un programma di riduzione dei costi, chiamato "Visp Challenge", che entro il 2015 dovrebbe migliorare la produttività dello stabilimento di Visp di 100 milioni di franchi ed aumentarne la competitività. E questo, dopo che allo stesso scopo Lonza aveva deciso un anno fa di tagliare di un'ora e mezza l'orario di lavoro e portarlo a 42,5 ore settimanali.
Per il responsabile nazionale del competente settore di Unia, Manuel Wyss, «il personale ha lavorato duro affinché la ditta avesse successo e dall'anno scorso presta persino ore supplementari non pagate. E per tutto ringraziamento adesso la direzione dell'impresa gli serve un licenziamento collettivo. Questo è inaccettabile». A ciò si aggiunga, denuncia ancora Wyss, il comportamento insensibile dei manager di Lonza, che «vogliono un termine di consultazione assurdamente breve, due settimane, per le proposte alternative del personale. E nello stesso tempo vogliono imporre un piano sociale, per creare in tal modo un precedente e rendere impossibile il salvataggio dei posti minacciati». Cosa, questa, che Wyss definisce «un affronto» verso i partner sociali.
Lonza è il principale datore di lavoro dell'Alto Vallese ed il suo piano di ristrutturazione minaccia tutta la regione. Già nel 2010 con il programma "Bond" la società aveva  soppresso 180 posti di lavoro a causa della crisi. Oggi, 130 addetti alla produzione che l'anno scorso avevano accettato di lavorare di più (con salario immutato) si vedono sopprimere il posto di lavoro. E questo, giustamente, provoca incomprensione e collera. Soprattutto perché la strategia di Lonza è sfacciata, deliberatamente mirata all'ottimizzazione della produzione non per garantire un futuro all'azienda ed ai posti di lavoro, ma per migliorare il rendimento a beneficio degli azionisti.
Lo dice espressamente Rolf Soiron, presidente del consiglio d'aministrazione, quando dichiara di mirare ad ottenere un utile operativo di almeno il 10 per cento. E l'ha confermato indirettamente, parlando ai giornalisti, il direttore della sede Lonza di Visp, Stefan Troger, quando ha ricordato di avere «sempre detto che delle ristrutturazioni sarebbero state necessarie» per sostenere la sfida di «un'ottimizzazione dei processi di produzione». Ma il governo vallesano non ci sta. In una dura presa di posizione il Consiglio di Stato ha espresso «grande incomprensione» verso la decisione di sopprimere posti di lavoro in questa forma. Un fatto giudicato «inaccettabile e incomprensibile», dopo che «questa azienda è stata fortemente sostenuta negli ultimi anni» con sconti fiscali, riduzioni di prezzo dell'elettricità ed aiuti alla formazione.
Tanto più che girano voci sul vero scopo di queste ristrutturazioni, che sarebbe quello di rendere più facilmente vendibile l'impresa, secondo la stampa britannica, ad investitori interessati di area anglosassone ed arabo-saudita. Tali voci sono state smentite da Rolf Soiron e dal direttore generale del gruppo, Richard Ridinger. Ma resta il fatto che la sede di Visp produce il 25 per cento del fatturato dell'intero gruppo Lonza, il che giustificherebbe ampiamente una strategia speculativa imperniata sullo stabilimento vallesano. Non per nulla il Consiglio di Stato del Vallese, in una lettera indirizzata al consiglio d'amministrazione ed alla direzione di Lonza, si appella alla responsabilità sociale dell'impresa.

La scure nella chimica


Un anno fa, il 16 novembre, 320 impiegati di Novartis decidevano di incrociare le braccia per protestare contro l'annunciata chiusura della filiale di Prangins. E proteste c'erano state a fine ottobre anche a Nyon ed a Basilea. I piani prevedevano la soppressione di quasi 1'100 posti in Svizzera e circa 900 negli Stati Uniti, oltre al trasferimento all'estero di alcuni lavori di ricerca e sviluppo con la creazione di 700 nuovi posti di lavoro «a basso costo e in altri paesi».
Per fortuna, poi, in gennaio di quest'anno la Novartis ha fatto parzialmente marcia indietro, ritirando circa i due terzi dei tagli previsti: un ripensamento dettato anche dal fatto che il canton Vaud ha deciso di ridurre il carico fiscale che grava sull'azienda. Ma quel grande shock non è stato né il primo né l'ultimo provocato dall'industria chimico-farmaceutica sul mercato del lavoro e nell'opinione pubblica svizzera. In settembre, la Actelion (farmaci) ha confermato la cancellazione di 135 posti di lavoro, di cui 115 nella sua sede centrale di Allschwil. E in aprile c'è stato l'annuncio della società di biotecnologia Merck Serono di voler cancellare 500 posti di lavoro nei cantoni di Ginevra e Vaud e di trasferirne altri 750 all'estero.
Ma precedentemente, in particolare nel 2010, consistenti crisi occupazionali a causa di ristrutturazioni nel settore chimico-farmaceutico si erano avute: alla Givaudan (aromi e profumi) con chiusura dello stabilimento di Kemptthal (canton Zurigo), la soppressione di 120 impieghi e il trasferimento della fabbrica in Ungheria; alla Huntsman (pigmenti e poliuretani), con trasferimento da Basilea ai «mercati chiave» di 100 posti di lavoro; ed alla Clariant, che in marzo aveva  tagliato 400 posti di lavoro nello stabilimento di Muttenz (dopo averne eliminati altri 1'000 nel 2009 e 2'200 tra il 2006 e il 2008); e soprattutto alla Roche, che nel novembre 2010 aveva annunciato un taglio di ben 4'800 impieghi a livello mondiale, di cui 770 in Svizzera.

Un ramo portante

L'industria chimico-farmaceutica è attualmente il settore economico svizzero che esporta di più. Nel terzo trimestre di quest'anno ha venduto all'estero per 19,7 miliardi di franchi (12,2 nello stesso periodo del'anno scorso) con un incremento reale del 4,2 per cento. Secondo l'Aministrazione federale delle dogane, a questo settore va attribuito il 90 per cento dell'aumento delle esportazioni svizzere.
In effetti, la Svizzera è uno dei più grandi produttori di prodotti chimico-farmaceutici. Tutto è cominciato con l'industria tessile e lo sfruttamento di prodotti poco gradevoli come l'acido solforico o l'idrossido di sodio. In Svizzera il passaggio ai coloranti è stato rapido, poi ai farmaci, agli erbicidi, insetticidi, aromi e altri profumi. L'industria chimica, che ha il suo centro a Basilea, tratta principalmente coloranti, essenze odorose ed aromi alimentari. Le maggiori aziende farmaceutiche sono Hoffmann-La Roche e Novartis (nata nel 1996 dalla fusione Ciba-Geigy e Sandoz). L'85 per cento della produzione dell'industria chimica e farmaceutica svizzera è destinato all'esportazione. Del totale delle vendite all'estero, il 40 per cento è destinato agli Stati Uniti, il 36 all'Europa e il 17 ad Asia, Africa e Australia.
Solo il 2 per cento del fatturato è realizzato in Svizzera. Con il 4 per cento del totale mondiale, la Svizzera si colloca al 7° posto dei paesi esportatori di prodotti chimici e farmaceutici. L'industria chimica e farmaceutica è al secondo posto dei comparti industriali della Svizzera, dietro all'industria delle macchine. Costituisce più del 4 per cento del prodotto interno lordo. Dal 1995 al 2010 ha segnato un tasso di crescita medio annuo del 14,3 per cento contro il 2,9 dell'insieme dell'industria svizzera. Alla fine del 2010 occupava oltre 67mila persone.

Pubblicato

Venerdì 9 Novembre 2012

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