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Mille franchi vi sembran giusti?

di

Silvano De Pietro
Nei giorni scorsi, alcuni titoli della stampa confederata insinuavano: “Municipale zurighese chiede posti di lavoro da 1’000 franchi al mese”. Si pensa subito alla solita provocazione di destra. Poi si guarda bene… ma no… non è possibile: la proposta viene da Monika Stocker, del partito dei verdi, ex-consigliera nazionale e dal 1994 capo del dipartimento delle opere sociali della città di Zurigo. Ne ha parlato il “Blick”, poi altri giornali, le radio, la televisione (nella trasmissione “10 vor 10”). I sindacati ed i socialisti reagiscono male, e non esitano un attimo a condannare una tale proposta. A difendere la municipale zurighese rimangono solo i suoi compagni di partito, insieme – e non poteva essere altrimenti – all’Unione svizzera degli imprenditori (Usi). Ma come stanno veramente le cose? Monika Stocker non è nuova a queste idee. Già nel 1998 aveva proposto la creazione di posti di lavoro a bassissimo salario per persone poco o punto qualificate, praticamente estromesse dal mercato del lavoro “normale”, ma capaci e desiderose di lavorare. Allora quell’idea, formulata in termini forse più espliciti di quella attuale, naufragò contro la ferma resistenza dei sindacati e, in parte, di alcuni settori economici della città. Ma il 12 aprile scorso la signora Stocker ha presentato alla stampa un documento (“Nuove prospettive dell’integrazione nel mondo del lavoro”), nel quale viene riformulato il concetto di occupazioni a basso salario per persone poco o per niente qualificate che non troverebbero altrimenti un lavoro. Questa volta però la municipale verde ha fatto più rumore e suscitato reazioni più ampie. Questione centrale sono i costi sociali, che nella città di Zurigo stanno letteralmente esplodendo. Attualmente sono 15 mila 500 le persone che non hanno mezzi sufficienti per vivere e che vengono parzialmente o totalmente prese a carico dall’amministrazione comunale. Ogni mese i nuovi casi aumentano di altre 450 unità. Naturalmente, molti di questi casi sono quelli di intere famiglie, il cui mantenimento è particolarmente costoso: a Zurigo una famiglia di 4 persone che abbia un’entrata inferiore ai 4 mila franchi praticamente è in miseria, se si considera che almeno la metà di tale somma va spesa per l’affitto di un appartamento. I costi per mantenere un tale esercito d’indigenti sono stati di 108 milioni di franchi l’anno scorso e saranno di 120 milioni di franchi quest’anno. Ovvio, quindi, che la responsabile del dipartimento della socialità si preoccupi di alleggerire un bilancio così pesante. Ma deve proprio farlo stimolando il dumping salariale? «Nient’affatto», reagisce Monika Stocker. «Negozieremo con le ditte chiari contratti; e solo nell’ambito di tali norme una persona potrà essere occupata». In realtà l’obiettivo del dipartimento delle opere sociali è di dare impiego a persone che potrebbero e vorrebbero svolgere un lavoro poco o per nulla qualificato, per il quale però nessun datore di lavoro è disposto a versare 4 mila franchi al mese. «Noi oggi constatiamo», ha aggiunto Stocker, «che molti posti di lavoro vengono trasferiti all’estero perché qui non rendono la remunerazione richiesta». Ci sono tuttavia ancora diversi lavori che non sono esportabili e che vengono mal fatti o semplicemente trascurati perché poco redditizi: per esempio alcuni compiti d’aiuto nel giardinaggio, il confezionare pacchetti nel servizio alla clientela nei grandi negozi, il servizio di portabagagli, eccetera. Per le persone a carico dell’assistenza pubblica, che potrebbero fare simili lavori ma a cui nessuno darebbe 4 mila franchi al mese, anche solo mille franchi – che verrebbero risparmiati sul totale versato dall’assistenza – sarebbero un bell’aiuto per le casse comunali. Qualcuno, come l’economista Markus Schneider, specializzato nel giornalismo economico in chiave divulgativa, ha rimproverato alla signora Stocker di «annullare con questa sua proposta la differenza tra bassi salari ed assistenza sociale», e di non voler aspettare una robusta ripresa dell’economia che creerebbe nuovi posti di lavoro e ridurrebbe il numero dei dipendenti dall’assistenza pubblica. La signora Stocker ha replicato che, certo, tocca all’economia creare nuovi posti di lavoro, ma «io non posso aspettare che l’economia lo faccia». È anche responsabilità dell’aiuto sociale – ha aggiunto – fare qualcosa in tal senso ed offrire possibilità d’occupazione con almeno un salario parziale. «Creeremo aziende sociali che si muoveranno sul mercato». In altre parole – è la sostanza del ragionamento della signora Stocker – non è giusto che chi abbia capacità e volontà di lavorare debba essere interamente mantenuto dall’assistenza sociale senza dare nulla in cambio, solo perché l’economia emargina queste persone e non sa o non vuole offrir loro neppure una modesta opportunità. Perciò, se l’economia non si muove, ci muoveremo noi. Considerazioni simili pare stiano già facendo anche i servizi sociali di città come Basilea e San Gallo, forse tenendo conto di quanto già sperimentato in Germania per i disoccupati di lunga durata. La proposta lanciata da Monika Stocker sui posti di lavoro a mille franchi al mese è pericolosa, sia perché rischia di venire strumentalizzata dai datori di lavoro, sia perché potrebbe ripetere esperienze infelici fatte altrove (e in questo senso non è granché originale). Per i datori di lavoro, tempestivamente come al solito s’è mosso Peter Hasler, direttore dell’Unione svizzera degli imprenditori (Usi). La crescita dei costi dell’assistenza sociale inquieta, ha detto Hasler, e c’è carenza di posti di lavoro soprattutto per i giovani. Pertanto, «è benvenuta la proposta di Monika Weber, che vuole rompere con un tabù ed aprire la discussione su modelli che non piacciono a tutti». Secondo Hasler integrare gli emarginati nel lavoro è compito dell’economia e della società. Ma l’economia non può onorare questo impegno se non può più pagare un salario, o parte di esso, commisurato alla prestazione. Hasler ritiene giusto che il sussidio d’assistenza venga versato, come integrazione di un basso salario, direttamente al lavoratore, ma non al datore di lavoro, perché in tal caso «i bassi salari diventerebbero un affare». I minimi salariali chiesti dai sindacati sarebbero invece un ostacolo all’integrazione nel mercato del lavoro. «La proposta della signora Stocker manifesta forse una buona intenzione. Ma spesso le buone intenzioni producono il contrario», afferma il presidente dell’Unione sindacale svizzera (Uss), Paul Rechsteiner, secondo il quale una politica dei bassi salari conduce inevitabilmente a un vicolo cieco. Ciò che ci vuole non sono dei salari sovvenzionati dallo Stato, ma una solida ripresa economica che crei posti di lavoro retribuiti come si deve. Sovvenzioni ai salari possono essere prese in considerazione solo in via eccezionale, come nel caso delle misure di reintegrazione dei beneficiari di rendite d’invalidità. Rechsteiner fa anche riferimento al progetto “1-Euro-Job” realizzato in Germania, dove ai disoccupati di lunga data, che non riescono a trovare un lavoro e finiscono a carico dell’assistenza, viene chiesto di svolgere lavori di utilità pubblica per un salario che va da uno a due euro all’ora. «In linea di principio», dice Rechsteiner, «chi è occupato a tempo pieno deve anche poter vivere con il proprio salario. Altrimenti si offende la dignità umana. E non si può tollerare che a pagare i propri dipendenti in modo tanto miserabile da non permettere loro di sopravvivere con il salario, siano proprio quei datori di lavoro che vengono sovvenzionati con il denaro dei contribuenti». In Germania questa politica dei bassi salari s’è rivelata un fiasco, «un errore che in Svizzera noi non dovremmo ripetere».

Pubblicato

Venerdì 27 Maggio 2005

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