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Migros, spremuta di gerenti

di

Maria Pirisi
“I numeri danno la dimensione del successo – le persone lo determinano!”. Così il 6 aprile Anton Scherrer, presidente delle cooperative Migros, scriveva in una lettera di ringraziamento alle collaboratrici e ai collaboratori della azienda. I numeri a cui fa riferimento riguardano l’utile netto da capogiro conseguito nel 2004, ossia 545 milioni di franchi pari ad un incremento del 47 per cento rispetto all’anno precedente. Successo a livello nazionale e successo a livello cantonale, quindi anche per il Ticino che, fra le dieci cooperative regionali, è seconda solo al canton Vaud e alla pari con il Vallese per un totale di volume d’affari che è stato di 513 milioni di franchi. Una situazione dunque felice di cui tutti dovrebbero poter godere i benefici: la conquista di nuove quote di mercato dovrebbe significare maggiore serenità per i dipendenti di un’azienda che, secondo i dettami del suo padre fondatore Gottlieb Duttweiler, non dovrebbe mai abdicare ai valori sociali tra i cui primi posti si colloca il rispetto per i suoi dipendenti. Un condizionale d’obbligo di fronte alle pressioni che molte filiali in Ticino stanno subendo negli ultimi tempi. Primo bersaglio di queste pressioni sono gerenti e, per effetto domino, le lavoratrici e i lavoratori dell’azienda. Il perché è presto detto: nel coro del successo che Mamma Migros ha intonato negli ultimi anni, le filiali ticinesi redarguite (si veda box) costituiscono una nota stonata. Non riescono a prendere il “la” della produttività e allora li si stimola a rientrare nei ranghi a suon di pressioni e minacce, più o meno velate. E non importa se queste filiali si trovano in una situazione – per diversi motivi – che giustifica la loro difficoltà a raggiungere i parametri stabiliti dalla centrale di Sant’Antonino. Da un documento interno presentato ai gerenti lo scorso 6 aprile (proprio lo stesso giorno in cui Scherrer scriveva la lettera di ringraziamento…) risulta che le filiali invitate a dare un bel colpo di reni per raddrizzare la propria produttività sono ben 14 su un totale di 25 presenti sul territorio cantonale. Ma cos’è questa benedetta produttività? In parole semplici viene spiegata come la cifra d’affari diviso le ore lavorate. Su come ottenere il traguardo dell’incremento, la ricetta è semplice: o aumenta la cifra d’affari, oppure diminuiscono le ore lavorate, dunque il personale. La tecnica poi è sempre la stessa: spremere il più possibile le collaboratrici e i collaboratori. Nonostante ufficialmente Migros Ticino ammetta di aver aumentato considerevolmente il volume d’affari, gli ordini di scuderia sono quelli di aumentare ancora di più la produttività. I gerenti non ce la fanno più, ci racconta un quadro intermedio, e molti di loro sentono il peso di lavorare sul filo del rasoio. Perché, per raggiungere i livelli di produttività imposti, non c’è che un mezzo: tagliare sul personale, non sostituirlo in caso di malattia, far rendere molto di più gli impiegati rimasti. Da indiscrezioni emerse, sembra che in occasione di quella riunione di gerenti (assente il direttore generale Lorenzo Emma, all’incontro erano presenti i capovendita filiali Migros Ticino Ivan Guerra e Sergio Recupero e il capo marketing Giancarlo Grino) gli ordini siano stati impartiti dai quadri sotto forma di minacce di questo tenore: «O conseguite voi [i gerenti, ndr] i risultati o interveniamo noi a farlo al vostro posto e poi…», lasciando intendere potenziali tagli di teste ritenute di troppo. È questa la paura che più cuce le bocche dei gerenti, la maggior parte dei quali si sente – ci riferisce una fonte interna – stritolata in un ingranaggio che li riduce alla stregua di strumenti. E un collaboratore ricorda i tempi della vecchia guardia, sotto la direzione generale Migros Ticino di Ulrico Hochstrasser (dal 2002 è subentrato Lorenzo Emma): «Troppi rimpiangono Hochstrasser, un direttore che, se non altro, aveva rispetto per i suoi collaboratori. Allora i preventivi venivano elaborati dai gerenti stessi, quindi presentati alla centrale Migros Ticino che poi dava o meno il proprio benestare. Si trattava di budget allestiti in base alla propria esperienza, alla conoscenza dell’andamento della propria filiale, al personale disponibile, alla cifra d’affari conseguita quell’anno. Oggi tutto questo è stato stravolto: i budget vengono preconfezionati dalla centrale di Migros Ticino e al gerente non resta che eseguire le direttive, pena il rischio di perdere il proprio lavoro. Ciò significa che i preventivi sono stati fatti da una centrale che non conosce le situazioni delle singole filiali in Ticino e che detta dei preventivi basandosi sull’andamento generale». Cosa significa concretamente? «Per i gerenti – ci spiega il nostro interlocutore – ciò comporta lasciare a casa delle persone ritenute in esubero. I costi così diminuiscono e la produttività cresce.» Elementare? Mica tanto. «Concretamente significa far rendere al massimo il minor numero di persone impiegate, significa vivere con l’angoscia di dover produrre un risultato che difficilmente la tua filiale potrà conseguire», afferma. Comprensibili quindi preoccupazioni e malumori che vanno maturando tra i gerenti che si vedono vittime sacrificali di quei dirigenti ticinesi che “vogliono far bella figura con la direzione della casa madre di Zurigo” sulla loro testa. Dirigenti che vogliono giustificare la propria posizione con una politica di riduzione del personale. Dietro a tutto questo, sembra ci sia lo spauracchio della fusione fra Migros Ticino e Migros Lucerna. Se l’operazione dovesse prendere concretezza, diverse figure di dirigenti verrebbero soppresse, in Ticino non a Lucerna. «La sensazione è che questo atto di forza nei confronti dei gerenti ticinesi serva proprio a motivare la loro stessa presenza. Lo pensano in tanti, anzi quasi tutti», è l’amaro commento di un quadro intermedio. Vendere! A qualunque costo La frustrazione, dopo il richiamo all’aumento della produttività, è fortemente palpabile fra i gerenti e nel personale tutto. «Una volta il dipendente era considerato uno dei più importanti investimenti della ditta, oggi è l’ultima ruota del carro, serve solo a produrre, a conseguire “risultati”», lamenta un collaboratore. Risultati ottenuti con un carico di lavoro sempre più oneroso per i dipendenti. Un esempio? Gli inventari. Fino a qualche anno fa se ne facevano due, generali (cosiddetti “inventari finanziari”), all’anno e in giornate di lavoro meno pesanti delle altre (il lunedì o il mercoledì) e gli impiegati coinvolti ricevevano un fisso di 55 franchi per circa due ore, avevano il diritto di recupero, al rimborso spese. Ora gli inventari sono stati frazionati per più settori e se ne fanno circa 24 l’anno, si svolgono il giovedì e il sabato (il giovedì i negozi chiudono alle 21 e il sabato, si sa, è giorno di forte affluenza di clientela), le ore impiegate sono considerate normale orario d’impiego e si ha diritto ad un panino ed una bibita solo dopo 4 ore di lavoro. «Il fatto che gli inventari – ci spiega il nostro interlocutore – siano stati frazionati non significa che si siano alleggeriti. Tutt’altro, oggi chi lavora in filiale si ritrova per 24 volte all’anno a contare merce per un tempo che, anziché accorciarsi, è rimasto lo stesso o si è allungato (il fatto che sia previsto un panino e una bibita dopo quattro ore la dice lunga) in quanto a sbrigare il compito non vengono più chiamati rinforzi dalle altre filiali ma tutto viene fatto dal personale in loco. In teoria nessuno è obbligato a fare gli inventari ma in pratica nessuno può rifiutarsi.» Sul come poi i dipendenti vengono incitati a produrre sempre di più, lo mostra con eloquenza una circolare fatta pervenire al personale che recita: «Vendere [in grassetto e sottolineato, ndr] è come radersi: se non lo fai tutti i giorni, diventi un barbone [in grassetto e sottolineato, ndr]!»… dove non si capisce se col paragone si alluda al fatto che non vendere porti al degrado del ruolo a cui si è preposti o al fatto che si rischi di finire sotto i ponti, disoccupato insomma. Come se non bastasse si chiede ai gerenti, di mantenere al contempo alta la qualità del “servizio ai clienti”. «Ci sentiamo un po’ presi in giro – afferma un collaboratore – perché da una parte si chiede di ridurre personale e dall’altra di pretendere dai dipendenti lo stesso servizio che riuscivano a garantire ma con un numero maggiore di effettivi. In pratica si pretende che una persona faccia ciò che prima si faceva in due o tre persone.» La scarsa considerazione in cui è tenuto il personale a livello di quadri ticinesi, trova conferma inoltre anche in talune espressioni adottate da un dirigente in occasione di una seduta con i gerenti che, senza tanti peli sulla lingua, sembra abbia detto: «Meglio lavorare con i frontalieri: costano meno e sono più produttivi.» Insomma, una bella dichiarazione di propensione al dumping. Quelle 14 note stonate Delle 25 filiali di Migros Ticino, ecco quelle che dovrebbero aumentare la produttività (si veda articolo principale): Ascona, Chiasso – Boffalora, Faido, Giubiasco – Alle Bolle, Locarno – Solduno, Lugano – Molino Nuovo, Lugano – Paradiso, Mendrisio, Minusio – Centro Borenco, Stabio, Bellinzona – Piazza del Sole, Lugano – Città, Morbio Inferiore – Serfontana, Sant'Antonino – Centro. Queste invece le filiali che non hanno (per il momento) ricevuto un richiamo all’ “ordine”: Locarno, Taverne, Arbedo Castione, Biasca, Crocifisso di Savosa, Massagno – Radio, Tenero, Tesserete, Locarno – Mercato, Lugano – Cassarate, Agno.

Pubblicato

Venerdì 22 Aprile 2005

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