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Microcredito ma maxi guadagno

di

Can Tutumlu
Martedì prossimo, 13 dicembre, a Hong Kong si apriranno i battenti per l’avvio della sesta conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il dossier più scottante e discusso è quello che riguarda l’agricoltura ma a fianco di questa tematica ce n’è un’altra, quella della liberalizzazione del settore finanziario nei paesi in via di sviluppo, che rischia di passare in sordina ma di influire pesantemente sulle economie dei “meno fortunati”. In sostanza l’Occidente chiede ai paesi più poveri di aprire senza condizioni e subito i loro mercati alle grandi banche e assicurazioni che potranno così offrire i loro servizi anche al Sud. La Svizzera ha presentato richieste di liberalizzazione a più di 50 di questi paesi, ma i particolari delle domande restano “top secret”. Perché? “Questioni di strategia”, hanno lasciato capire i negoziatori elvetici durante il convegno organizzato nella capitale dalla Dichiarazione di Berna. Ma a chi serve questa liberalizzazione e quali saranno gli effetti di questa apertura forzata nei paesi più poveri? «Please, please come by us to offer basic financial services» (per favore venite ad offrirci servizi bancari di base), questa è stata la richiesta di aiuto lanciata da Kavaljit Singh, ricercatore indiano, alla fine della giornata di discussione organizzata dalla Dichiarazione di Berna (Db) sul tema “Libero accesso al mercato per le banche: chi ne paga il prezzo?”. Singh ha però subito aggiunto che l’apertura del mercato finanziario dei poveri deve davvero servire all’aiuto allo sviluppo e non a permettere alle grandi banche dell’Occidente di allargare le loro possibilità di fare “business”. Questo in breve è anche il timore che la Db ha espresso ripetutamente durante la giornata tramite la testimonianza di ricercatori ed esperti provenienti dai paesi che dovranno negoziare l’apertura dei loro mercati finanziari a Hong Kong fra pochi giorni. Ma il momento più intenso del convegno – e quello più proficuo per capire quali sono gli interessi elvetici – è stata la tavola rotonda alla quale erano presenti Christian Pauletto, direttore del settore dei servizi del Segretariato di stato dell’economia. Il Seco ha il mandato da parte del Consiglio federale di negoziare all’Omc nell’ambito dell’Accordo generale sul commercio e i servizi (conosciuto come Gats). Un’altra sedia era occupata da Serge Chapatte, vice direttore del Direzione dello sviluppo e della cooperazione (Dsc). La moderatrice, Barbara Widmer della radio Drs, ha chiesto come prima cosa al rappresentante del Seco di spiegare quale è la posizione elvetica, «cosa chiederete a Hong Kong?». Il funzionario pubblico ha spiegato di primo acchito che il settore bancario in Svizzera ha un peso molto importante. «Contribuisce a ben il 15 per cento del nostro Prodotto interno lordo, paga una fetta importante di imposte ed è un primissimo datore di lavoro», ha precisato Pauletto. Dopo cinque minuti, passati a spiegare quanto la nostra economia è dipendente sempre più dalla concorrenza globalizzata, una persona del pubblico ha rincalzato la domanda ad alta voce: «Signor Pauletto, non ha ancora risposto. Cosa chiede la Svizzera ai paesi più poveri?». Il direttore di sezione del Seco ha fatto capire che i particolari delle richieste – che avvengono su base bilaterale, cioè ogni paese presenta direttamente la “sua lista dei desideri” ai governi che gli interessano – non possono essere resi noti per questioni di “strategia pre-negoziale” e che «con l’Omc non si possono risolvere tutti i problemi del mondo». «Signor Chapatte non c’è incoerenza in questa Svizzera che pensa da una parte al proprio borsello e dall’altra si vanta di essere all’avanguardia nell’aiuto allo sviluppo?», ha chiesto la moderatrice al vice direttore della Dsc. A questo punto prima che Chapatte potesse iniziare la frase è intervenuto Pauletto spiegando che le posizioni del Seco e della Dsc non si discostano e che «si lavora bene insieme, non è vero Serge?». Chapatte ha annuito spiegando che se le banche occidentali potranno aprire delle filiali nei paesi in via di sviluppo l’accesso al credito bancario «potrebbe aumentare». «Maggiore accesso al credito si traduce in maggiori possibilità imprenditoriali e quindi di sviluppo», ha spiegato Chapatte che ha però voluto aggiungere: «Christian lo sappiamo tutti però che questi paesi nelle negoziazioni internazionali partono con una posizione di svantaggio strutturale». Manuel Rybach, che rappresentava il Crédit Suisse group, ha spiegato alla platea che lo scopo dell’istituto bancario elvetico «non è quello di puntare a monopolizzare il settore in ogni più piccolo paese. Noi siamo interessati alla gestione del patrimonio dei clienti più facoltosi». A termine della discussione Andreas Missbach (che intervistiamo sotto), responsabile del dossier “piazza finanziaria elvetica” per la Db, ha ribadito i timori per questa liberalizzazione forzata che la Svizzera sta spingendo in tutti i modi. Ma a questo punto il rappresentante del Seco aveva già abbandonato la sala conferenze dell’Hotel Kreuz. Adreas Missbach la Dichiarazione di Berna è contraria alla liberalizzazione del settore finanziario nei paesi in via di sviluppo. Per quale motivo? Non siamo contro la liberalizzazione in generale, siamo contro questa liberalizzazione precipitosa che si vuole imporre a Hong Kong la prossima settimana. I giochi nella 6a riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio si fanno pesanti. Le nazioni ricche, Svizzera compresa, vogliono aprire totalmente il mercato dei paesi in via di sviluppo, senza alcuna tappa progressiva. Queste richieste comportano forti rischi per la stabilità finanziaria e la crescita di nazioni che sono già in grosse difficoltà. A chi serve questa liberalizzazione? L’argomento principale di chi la vuole è che l’arrivo delle banche occidentali porterà ricchezza e l’accesso al credito. Ma questa è pura teoria, la realtà è che le grandi banche monopolizzeranno il settore della finanza indigeno. E il loro obiettivo non è certamente offrire servizi ai poveri o al piccolo imprenditore locale. Il “target” è la gestione del patrimonio dei ricchi, privati o grandi industrie non fa differenza basta che abbiano i soldi. Ci sono già esperienze in questo senso. Dove si è liberalizzato il credito per i piccoli e medi imprenditori non solo non è aumentato ma è addirittura diminuito, i soldi dei ricchi locali hanno preso il volo per gli investimenti all’estero. In parecchi di questi paesi non esiste neppure un vero e proprio sistema bancario. È meglio non avere nessun accesso al credito oppure averne uno anche se monopolizzato dalle nazioni più ricche? Ha ragione, il sistema bancario odierno in molti di questi paesi è debole. Ma la domanda da farsi è se con l’apertura di questi mercati le cose miglioreranno. Sarà meglio per loro quando arriverà Citigroup o Ubs? A nostro parere no, ci sono troppi pericoli in agguato. È vero che per le élite di danarosi e per le grandi compagnie in questi paesi la liberalizzazione sarà sicuramente favorevole. Per il paese intero gli effetti saranno invece negativi. Noi siamo contrari alle forzature esterne come quella che vuole imporre l’Omc la prossima settimana. Ci sono paesi che hanno la loro propria strategia per allargare l’accesso al credito bancario. L’Omc con arroganza e sotto la grande pressione delle lobbies bancarie vuole sbarazzarsi di tutti questi sforzi per lasciare il terreno libero ai giganti della finanza. Con questo non voglio dire che non c’è bisogno di fare degli interventi mirati, ma questi devono servire davvero all’aiuto allo sviluppo. Ora sono solo una farsa. Durante il convegno di studio avete più volte sostenuto che la posizione della Svizzera non è trasparente. Cosa intendete? Senta io sono sicuro della posizione che verrà sostenuta dalla delegazione svizzera a Honk Kong: cioè quella della liberalizzazione totale. Non ne ho la certezza però, perché i documenti sono top secret. Perché mai mantenere questo riserbo? Gli svizzeri hanno il diritto di conoscere la posizione ufficiale del loro governo nelle negoziazioni internazionali nell’ambito della liberalizzazione dei servizi. Sappiamo che ci sono delle richieste specifiche di accesso ad ognuno dei paesi in via di sviluppo – ad almeno una cinquantina di loro – vogliamo sapere in cosa consistono. Ne conosciamo le linee generali, è vero, e corrispondono con quelle delle necessità del private banking e del corporate banking, cioè della gestione di grandi patrimoni. Quello che ci dà fastidio è che la Svizzera della politica non si discosta di una virgola dalla posizione della Federazione delle banche svizzere. Secondo voi con quali proposte dovrebbero andare i negoziatori svizzeri a Hong Kong? La Svizzera non dovrebbe ragionare secondo l’idea dell’apertura totale e immediata. Non vogliamo che si faccia pressione sui più deboli. L’accesso al mercato dei paesi in via di sviluppo deve essere graduale e possibile solo quando i settori in questione sono sufficientemente forti. Le negoziazioni avvengono in via bilaterale. A noi fa molta impressione che la Svizzera esiga da paesi poveri l’apertura del loro settore finanziario ma al contempo non sia disposta a concedere nulla loro per quanto riguarda l’agricoltura. Alla giornata di lavoro a Berna avete invitato rappresentanti delle banche, del Segretariato di stato dell’economia (Seco) e della Direzione dello sviluppo (Dsc) e della cooperazione. Cosa ne pensa delle rispettive posizioni? Senta posso capire le ragioni delle banche: vogliono maggiori possibilità per fare il loro business. Quello che non accetto però è che la Svizzera si pieghi ai diktat della finanza, è inutile essere attivi nell’aiuto allo sviluppo e vantarsene se poi con l’altra mano si toglie dove si è voluto costruire. C’è un problema di coerenza. Veniamo al convegno che abbiamo organizzato. La cosa più interessante è stato vedere i rapporti di forza fra Seco e Dsc, gli attriti fra i due rappresentanti si sono visti anche se smorzati nei toni. Siamo rimasti delusi però dal vedere che il signor Serge Chapatte – vice direttore della Dsc – si è dovuto mordere più volte la lingua per non pestare troppo i piedi al Seco. Il Consiglio federale dovrebbe togliere al Seco il mandato di negoziazione nelle trattative internazionali dell’Omc. Le grandi banche si sono attivate nella creazione di fondi di investimento “socialmente responsabili”, si parla di “boom del microcredito”. Non è una prova di buona fede delle promesse che fanno? Sono molto critico in questo senso. Questi fondi di investimento non sono altro che una mossa di marketing. Ci sono clienti facoltosi che vogliono investire nel “socialmente responsabile”? Ecco, le banche non hanno fatto altro che creare su misura questo prodotto per non perdere parte del patrimonio di questi ricchi. Ma poi sono solo briciole… Confronti il denaro che Crédit Suisse ha consacrato al fondo “responsability” con quello che spende per le sue “public relations”, tutta questa spinta sociale si ridimensiona.

Pubblicato

Venerdì 9 Dicembre 2005

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