Mick Jagger ha sessant’anni. Uno dei personaggi in tutti i sensi più esemplari della vicenda del rock è arrivato ad un momento della vita in cui, anche se non si ha l’abitudine di feticizzare i compleanni, è difficile non fare qualche conto e qualche bilancio. Proviamo a farne qualcuno anche noi. Il rock è stato legato a doppio filo all’emergere nel mondo e soprattutto nei paesi occidentali dei giovani come categoria particolare, trasversale rispetto alle appartenenze di classe, come “problema” con una propria specificità, ma nello stesso tempo capace di investire l’intera società con una carica “rivoluzionaria”. Negli anni cinquanta il rock’n’roll è dirompente non solo per la novità, rispetto al grosso pubblico bianco, delle forme musicali che propone, che introducono nel consumo dei giovani, adattandoli e commercializzandoli, modelli presi dalla musica nera: ma anche per la sua forte allusione (la voce sensuale e i movimenti di Elvis Presley, che appunto guarda alla musica nera, edulcorandola ma salvandone un nucleo di sensualità già sufficiente ad essere esplosivo) ad una sessualità più libera, per la valenza ribellistica rispetto alla morale e agli stili di vita dominanti. Poi negli anni sessanta il rock esprime e riflette da un lato la radicalizzazione del desiderio di trasformazione della vita e dei valori di riferimento di cui il movimento giovanile (si pensi agli hippies) è protagonista, dall’altro la tensione più squisitamente politica alla trasformazione della società e alla contestazione dello stato di cose esistente. Due livelli, quello del movimento giovanile e quello dei movimenti politici di segno rivoluzionario, che all’epoca si intrecciano largamente e si contaminano reciprocamente: del resto sono giovani gli americani che rifiutano di andare a morire in Vietnam, i guerriglieri latinoamericani, le Pantere nere, i combattenti palestinesi, i francesi che barricano le strade di Parigi nel maggio, gli operai dell’autunno caldo italiano: “l’immaginazione al potere” degli studenti francesi e il “vogliamo tutto” degli operai italiani vanno perfettamente d’accordo con quello che i giovani cercano e sentono nel rock. Sono passati non molti anni e nella seconda metà dei settanta già tutto è cambiato. Il punk è allo stesso tempo il canto del cigno di una lunga fase di tensione rivoluzionaria, e il sintomo della fine della speranza che la trasformazione della vita e del mondo sia a portata di mano. È in larga misura un movimento sì di ribellione giovanile, ma scettico, disilluso: proprio una delle dimensioni più propriamente giovanili, quella del futuro, è negata: “no future”. Ma il punk segna anche il configurarsi all’interno del rock di una inedita contraddizione generazionale: è anche una rivolta interna al rock, contro il rock visto come imborghesito, perbenista, ormai pantofolaio, adagiato in forme consolatorie e innocue. Il punk ha insomma dei padri contro cui scagliarsi che adesso sono anche all’interno del rock; così come ha dei padri spirituali in alcune delle figure più autenticamente trasgressive e lucide all’interno del rock (come quel punk ante litteram di Lou Reed). Dal sussulto, quasi una jacquerie, del punk molta acqua è passata sotto i ponti, senza che altri scossoni di entità paragonabile abbiano fatto tremare il rock. Ne dobbiamo ricavare che anche per il rock, con cinquant’anni di storia alle spalle e storici protagonisti sulla sessantina, è inesorabilmente arrivata l’età pensionabile? No, e non solo perché l’età pensionabile, nei nostri paesi dove si sta cercando di far passare l’idea che chi ha lavorato tutta la vita deve anche sentirsi in colpa rispetto a chi sta lavorando adesso e lo deve “mantenere”, è stata sistematicamente spostata in avanti… Jagger, beato lui, non ha certo problemi contributivi… Chi è stato ai cortei contro il G8 a Genova o ad una manifestazione per la pace si sarà accorto che non siamo più agli anni sessanta, quando i movimenti di protesta come abbiamo visto erano in larghissima misura movimenti giovanili. Le istanze dei movimenti giovanili sono state in parte, soprattutto nei loro lati più radicali (ma a volte anche più velleitari), riassorbite, ma hanno comunque prodotto delle trasformazioni reali, anche se spesso lontane dagli esiti romantici che si erano sognati. E il rock a questa trasformazione ha dato il suo fattivo contributo, ed è un pezzo di quel nostro mondo di oggi che senza essersi trasformato drasticamente come molti si erano augurati è comunque cambiato, e ha adottato molti elementi (persone, idee, fenomeni) provenienti dalla contestazione di un tempo. Senza contare che nel frattempo anche il peso demografico dei giovani nelle nostre società occidentali è molto diminuito (e il rock di questo non può non risentire), l’universo del rock di oggi, con concerti dei Rolling Stones dove si assiepano signori ormai attempati in visibilio e adolescenti che di Mick Jagger potrebbero essere i nipoti che lo scoprono come sex symbol, è in definitiva in sintonia col nuovo modo di essere dei movimenti, e con un mondo in cui le contraddizioni generazionali appaiono in declino rispetto ad altre contraddizioni di ben altra urgenza, in cui si assiste ad una sorta di tendenziale “pacificazione” fra le generazioni. Questa forte attenuazione della contraddizione giovani/adulti come contraddizione di grande rilievo, che possiamo riconoscere anche nel rock, ha dei risvolti importanti per quel che riguarda l’aspetto propriamente artistico del rock. Se il rock non è più musica fondamentalmente giovanile non dipende solo dal fatto che continua ad essere ascoltata anche dagli ex giovani che sono cresciuti con lei, e che molti suoi grandi protagonisti hanno imboccato ormai il viale del tramonto. È che oggi il rock non ha più un legame così stretto come all’inizio con il mondo giovanile. Essere il portavoce, lo specchio del mondo giovanile, e il motore di molte scoperte e prese di coscienza dei giovani di un tempo ha dato al rock un formidabile impulso iniziale. Ma ne ha anche viziato le forme e i contenuti, lo ha costretto in una dimensione “giovanilistica” funzionale al consumo ma non sempre esaltante dal punto di vista estetico, nel senso della banalità, dell’ovvietà, della ripetizione di luoghi comuni, della dipendenza da un immaginario nato in un’altra epoca e rispetto al quale il rock ha mostrato una forte coazione a ripetere. Con i suoi cinquant’anni sulle spalle, oggi (e già da un pezzo, per la verità) come genere musicale il rock mostra netti segni di stanchezza. In compenso però si sta via via emancipando dal rapporto privilegiato con il mondo giovanile: una bella rendita di posizione, ma anche una grossa fonte di condizionamenti che va riducendosi. Spogliato dei suoi orpelli giovanilistici, il rock di mezza età di oggi non sconvolgerà più il mondo ma ha ancora una sua parte da fare nel panorama della musica attuale. I nuovi musicisti rock (e anche i più intelligenti e innovativi fra i veterani) navigano oggi in mare aperto, si confrontano molto di più con altri generi musicali, sono in grado di (e devono, se vogliono avere un qualche interesse) sviluppare una ricerca più approfondita e sofisticata, e si rivolgono ad un pubblico più indistinto e allo stesso tempo più esigente. Arrivato allo stadio che in una vita umana è quello della maturità, il rock mostra oggi la tendenza alla divaricazione, al suo interno, fra un versante spiccatamente commerciale che inclina ad essere riassorbito nell’insieme delle musiche prettamente di consumo, e un versante più portato alla ricerca e alla riflessione: che fa tesoro di tutta l’esperienza del rock, ma che è assai meno autosufficiente (e anche sufficiente) – come a volte hanno la pretesa supponente di esserlo i giovani – di quanto lo fosse il rock del passato e guarda abbondantemente ad altre esperienze musicali, e che spesso assume forme notevolmente intellettuali, spesso decisamente distanti dall’archetipo del rock di cui Jagger e i Rolling Stones possono essere l’incarnazione. Nel rimescolamento di carte sempre più rapido a cui da un paio di decenni si assiste sulla scena della musica, i contorni del rock come genere musicale con caratteri chiaramente distinguibili sono molto meno nitidi di una volta: fra trent’anni sarà probabilmente difficile poter accorrere agli show di qualcuno di così identificabile come star “del rock” come Jagger. Ma anche come “star”. Nella sua fase infantile, il rock, portatore a parole e a musica di forme e contenuti innovativi, non si è fatto però eccessivi problemi non solo di ribadire ma anzi di ingigantire lo star-system della musica. Nella fase della sua maturità, per via del progressivo sfrangiamento della sua identità, del moltiplicarsi di gruppi e tendenze, del turn over di personaggi, ma anche per la più elevata coscienza (e spesso umiltà, si potrebbe dire) dei suoi protagonisti, il rock sta, anche se tardivamente, in parte cominciando a sanare quell’antica contraddizione. Per quanto si sforzi di sembrare un eterno ragazzo, e giustamente – visto che si diverte – senza nessuna voglia di andare in pensione, anche per questo Mick Jagger appartiene ad un’altra epoca.

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19.09.03

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