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L'editoriale

Mi chiamavo Cirillo e son morto in una cantina

di

Raffaella Brignoni

Con tutto lo sforzo che si fa, diamine!, a tenere nascosta la rogna e uno che fa? Ti muore a ridosso di Natale nello scantinato di uno stabile popolare dove aveva cercato rifugio per la notte. Un bell’accidente! Non ha neppure un nome rumeno o pakistano, ma italiano che può indurre i cittadini a provare pathos per la tragedia umana. E questo non è funzionale al sistema che ti vuole numero e non persona.
Si chiamava Ignazio Cirillo, d’accordo l’èra mìa un di nòss, veniva da Torre Annunziata, vicino a Napoli ed è morto sabato scorso da senzatetto nella periferia di Lugano. Eppure, colpa dei social, basta andare su Facebook per vedere che era una persona comune, occhi chiari, due figli, la passione per la musica. Un uomo che doveva aver avuto una casa, forse essere stato a sprazzi anche felice, sorridente e ben vestito davanti a una tastiera. Fa effetto pensare che potesse essere uno di noi e sia finito consumato nel rogo scoppiato probabilmente per la candela accesa in una cantina fredda e buia occupata illegalmente (si dice così).


Già, siamo nel 2016, ma in Ticino si può ancora morire nel pieno svolgimento della propria attività di senzatetto. Un’attività faticosa e stancante che consiste nel cercare qualcosa da buttarsi giù nello stomaco anche a costo di umiliarsi a fare l’accattone chiedendo gli spiccioli ai passanti, elemosinare nei cantieri un lavoro che non arriva e infine trovarsi un giaciglio dove dormire: nelle barche sul lungolago, nelle sale d’attesa delle stazioni, mentre nei cessi è più difficile perché il Municipio di Lugano li ha chiusi. Ma come ha fatto Ignazio Cirillo a finire in strada? Non ci deve interessare, bensì dovremmo preoccuparci delle politiche sociali del paese. Nel nostro Cantone il fenomeno dei senzatetto, di chi perde tutto, anche un posto per dormire, è occultato, tenuto nascosto. C’è solo una struttura a offrire 24 letti: Casa Astra a Mendrisio, che eroicamente resiste con mezzi finanziari limitati per rispondere a un bisogno reale. A Friborgo la Tuile, la sorella romanda del centro d’accoglienza ticinese, è sostenuta economicamente dallo Stato. Qui, le cose vanno diversamente e si mormora, perché dati non vengono presentati, che il problema non sussiste.


Accidenti, a questo Cirillo che, morendo da disperato, ha illuminato i senzatetto, accattoni che vivono come topi nelle cantine, mentre ai piani superiori si brinda al Natale.

Pubblicato

Mercoledì 21 Dicembre 2016

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