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Sciopero delle donne/1

Mezzo milione di donne e uomini solidali in piazza

di

Francesco Bonsaver

14 giugno, una bella giornata di orgoglio femminile ha riempito le piazze della Svizzera. Oltre mezzo milione di donne e maschi solidali hanno lasciato le mura professionali, quelle domestiche e delle aule scolastiche, per riversarsi nelle strade rivendicando la parità salariale, professionale, la ripartizione del lavoro domestico e di cura, condannando le molestie sessuali, il sessismo, la violenza di genere, il femminicidio. In poche parole, il riconoscimento della dignità in quanto donna.

 

Chi pensava fosse un’operazione nostalgia della storica mobilitazione del 1991, si è dovuto ricredere. L’ampia partecipazione delle giovani attesta quanto le rivendicazioni femminili siano d’attualità a quasi trent’anni di distanza dal primo sciopero. Determinate e arrabbiate, ad alta voce hanno gridato la loro indignazione, sfilando come un unico corpo in ogni dove; nelle città, nei villaggi, sulle montagne e nei campi di tutto il Paese. L’impressionante numero di cartelli autoprodotti da tantissime partecipanti, certifica la voglia impellente di un cambiamento rapido nella questione di genere nel Paese.


Centinaia le forme in cui la protesta si è dispiegata lungo tutta la giornata nelle varie località, iniziate già allo scoccare della mezzanotte. A Losanna, il tradizionale messaggio del Guet (vedetta) allo scoccare di ogni ora dal tetto della Cattedrale, per la prima volta in seicento anni è stato declamato da una voce femminile, annunciando la giornata di sciopero. I basilesi si sono invece svegliati col logo dello sciopero proiettato sulla torre Roche, il più alto grattacielo della Svizzera, grazie a un’iniziativa di Unia.


Ticinesi e Romandi sorseggiando il caffè mattutino in compagnia del giornale, hanno intuito la particolarità della giornata. Ne laRegione colorata di viola in prima pagina, si poteva leggere l’editoriale scritto a più mani dalle collaboratrici, mentre i romandi avevano tra le mani una versione “azzoppata” del quotidiano Le Temps, per sottolineare come si presenterebbe il giornale senza il lavoro delle tante collaboratrici.
In generale, la vera astensione dal lavoro da parte delle lavoratrici ha incontrato molta resistenza da parte padronale, generando forti timori di ritorsioni. In alcuni casi, si è riusciti a rompere il muro.


È il caso del mezzo migliaio di venditrici che hanno interrotto il loro lavoro nella città vecchia di Berna per chiedere più stipendi e orari di apertura dei negozi che consentano di conciliare la vita familiare e quella professionale. Delle pause prolungate si sono svolte anche a Nivarox, a Le Locle, a Zimmer e Winterthur (per il Ticino, si veda la cronaca a lato).


A Lucerna, 24 lavoratrici di un’impresa di pulizia, sostenute da Unia, hanno incrociato le braccia all’alba per chiedere il pagamento dei 15 minuti di lavoro non retribuiti per preparare il materiale, del tempo di viaggio per i mandati fuori città e per dire basta alle molestie e agli insulti quotidiani sul posto di lavoro. Dopo tre ore di sciopero, il proprietario ha capitolato, accettando le rivendicazioni.


Azioni di disturbo hanno contraddistinto la giornata nei servizi pubblici di varie località del Paese. Ad esempio, 500 dipendenti del Chuv hanno interrotto il lavoro alle 11 del mattino, mentre più di 2.000 insegnanti nel cantone di Vaud si sono astenuti dal lavoro. In una dozzina di scuole, lo sciopero è stato totale, ha informato l’Uss.


L’organizzazione sindacale mantello aveva invitato le donne a smettere di lavorare alle 15.24, l’ora in cui, stando alle statistiche sul divario salariale con gli uomini, termina il tempo di lavoro retribuito loro su una giornata di 8 ore.
Due collaboratrici del Kunstmuseum di Basilea, per aver deciso di aderire allo sciopero alle tre del pomeriggio, sono state licenziate su due piedi con la scusante di non aver preavvisato. La reazione popolare nei giorni seguenti ha convinto la direzione a fare retromarcia, riassumendo le collaboratrici.


Ora la domanda che si pongono tutte è come riuscire a trasformare l’energia e la determinazione rovesciatesi nelle piazze in atti concreti.
Di certo, dopo il 14 giugno, imprenditori e politici non potranno far finta che la questione non si ponga. I 10 miliardi di franchi rubati alle lavoratrici con la diseguaglianza salariale, non potranno essere elusi ancora a lungo. Difficilmente potrà ripetersi lo schiaffo alle donne dato lo scorso autunno dal Parlamento, quando approvò la versione “light” dei controlli sulla parità (senza sanzioni), limitata all’1% delle imprese elvetiche. A livello politico, sarà interessante osservare se la rabbia della piazza si riverserà nelle urne delle elezioni federali d’autunno.


Qualche insegnamento lo si può trarre dalla storia recente. La straordinaria mobilitazione del 1991 ebbe un effetto propulsore delle istanze femminili nelle questioni sociali e politiche, come ha ricordato Ruth Dreifuss. «Dopo lo sciopero, molte cose cambiarono a livello legale, in particolare la legge sul divorzio o nel campo delle assicurazioni sociali, con l’Avs che, per la prima volta, riconosceva il diritto alle donne dell’autonomia alle loro rendite, oppure l’introduzione dell’assicurazione maternità, il cui principio era già iscritto nella Costituzione da decenni» ha ricordato l’ex consigliera federale, fra le protagoniste del primo sciopero femminista. Passi avanti ma insufficienti, come attesta la partecipazione del 2019. Se le cose non cambieranno rapidamente, le donne, oggi organizzate collettivamente, non tarderanno a intervenire.

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Mercoledì 26 Giugno 2019

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