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Mettlen, la vergogna

di

Gianfranco Rosso
Niente visite, divieto di usare il telefono, doppio controllo giornaliero, orari dei pasti limitati e sanzioni in caso di violazione di una norma. Potrebbero essere le regole interne di un carcere. In realtà abbiamo descritto la drammatica situazione che vivono i richiedenti l’asilo ospitati, anzi reclusi, nel centro di accoglienza di Mettlen, nel cantone di Appenzello interno. Lì, fra l’intransigenza delle autorità e l’ostilità della popolazione, ci sono nove cittadini turchi che dall’11 gennaio portano avanti uno sciopero della fame per protestare contro una situazione a dir poco scandalosa e non certo degna di una paese che ancora si vanta della propria tradizione umanitaria. All’inizio erano in undici a protestare, ma lunedì scorso una famiglia con un bambino è stata trasferita in un altro centro con la minaccia ai genitori che se avessero proseguito lo sciopero sarebbe stato tolto loro il bambino. Per capire come si sia giunti ad una situazione tanto drammatica, «area» si è rivolta a Mathias Stalder, membro del collettivo di sostegno ai sans-papiers di Berna, che, insieme all’associazione umanitaria Augenauf (apri gli occhi) si sta interessando del caso. «Anche per noi è difficile fornire informazioni aggiornate su quanto stia capitando all’interno del centro di Mettlen, visto che il signor Weber, direttore della struttura, nega ogni informazione, sia ai giornalisti che alle organizzazioni umanitarie. Quello che si può dire è che il clima è sempre più surriscaldato: da un lato vi sono gli scioperanti determinati a portare avanti la protesta fino a quando le loro richieste saranno esaudite e dall’altra le autorità che non mostrano alcuna disponibilità al dialogo. A questo si aggiungono le continue minacce scritte e verbali da parte della popolazione locale. La situazione è davvero esplosiva». Quali sono le rivendicazioni degli scioperanti? «Chiedono semplicemente l’abolizione di norme stupide che rendono loro la vita impossibile. Queste persone, che vivono in attesa di conoscere l’esito della domanda d’asilo e dunque il loro destino, non possono ricevere visite, non possono usare il telefono cellulare, non hanno accesso alla cucina dopo le otto di sera e due volte al giorno devono timbrare per certificare la loro presenza. È abbastanza che ritardino di un minuto, perché vengano loro decurtati 14 franchi (25 in caso di recidiva) dal già misero soldo mensile. Questo sistema impedisce loro di visitare amici, di andare dal medico o di assumere qualsiasi impegno lontano da Mettlen. Non si dimentichi che Appenzello è una zona discosta e che l’obbligo di timbrare (fra le 10 e le 10.30 e fra le 16.30 e le 17.30) rende loro impossibile per esempio recarsi a Zurigo o a San Gallo. La situazione descritta è un problema solo del centro di Mettlen o è una regola? Purtroppo nei centri per asilanti se ne registrano molte di storie brutte, ma quello di Metteln resta un caso limite. Le autorità appenzellesi sottolineano che è la prima volta, dopo dieci anni di attività, che in quel centro si giunge ad uno sciopero della fame. A cosa è dovuto secondo lei il deteriorarsi della situazione? Sicuramente le cose sono peggiorate a partire dall’inizio del 2000, cioè da quanto Weber ha assunto la direzione della struttura. Egli ha subito licenziato due operatori molto competenti, che sono stati sostituiti da persone senza la necessaria formazione. Basti pensare che il nuovo docente di tedesco è un elettricista, senza alcuna conoscenza in campo pedagogico. Lo stesso Weber, reagendo in modo scontroso al minimo problema, dimostra di non essere in grado di dirigere un centro per asilanti, dove la vita è difficile per definizione. Qui le persone vivono una situazione di precarietà, il che li rende psichicamente molto stressati. E lui evidentemente è incapace di gestirli. A titolo di confronto cito il centro asilanti di Uster, che ho visitato con Augenauf proprio qualche giorno fa: in un rifugio della protezione civile vivono fra le ottanta e le novanta persone, che non possono farsi da mangiare (i pasti vengono portati dall’esterno) e a cui non vengono offerte attività del tempo libero. Anche se gli ospiti hanno l’obbligo di certificare la loro presenza soltanto una volta alla settimana, le organizzazioni umanitarie parlano, giustamente di «regime restrittivo». La situazione in Appenzello è dunque più paragonabile ad un carcere. Come stanno di salute i nove scioperanti? Purtroppo non sappiamo nulla, se non che vengono visitati quotidianamente da un medico. Vivono naturalmente un grande stress psichico, perché sotto la pressione delle autorità e della popolazione locale. In Appenzello, dove non godono di alcun sostegno, si sentono completamente isolati. Gli unici ad interessarsi di loro sono il collettivo dei sans-papiers di Berna e Augenauf di San Gallo. Questa è la Svizzera, il Paese più ricco del mondo!

Pubblicato

Venerdì 25 Gennaio 2002

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